La stanza è intrisa dei profumi delle essenze che borbottano nel vaporizzatore sul tavolo. Sento i primi pellet cadere nel bracere per la riaccensione della stufa. Ancora un attimo mi dico. Voglio stare sotto le coperte a godermi i sogni, il calduccio e questa coccola fatta di profumi e pensieri. A fatica esco dal letto e metto il primo piede nudo sul gelido pavimento, con l’immediata tentazione di tornare sul mio passo appena compiuto. Alla fine mi sforzo ed esco per vestirmi velocemente. La stufa comincia a spingere nella fredda stanza il tiepido venticello, che di fronte al bocchettone diventa un piacevole scirocco col quale rinfrancarsi. Mi preparo con calma, ma risoluto, più per non permettermi il pensiero di cambiare idea, che per premura. Il pensiero che mi gira in t esta ormai da qualche settimana è: devo tornare sul Penna. Sono passati veramente tanti anni dalla prima e, fino a quel momento, unica volta in cui in solitaria decisi di guadagnarmi la vetta del monte che spicca come una terrazza e sta lì impettita col suo caratteristico costone roccioso a fare da spartiacque fra la valle del Dolo e quella del Secchiello. Racconto qui di quell’ormai lontano e torrido 20 agosto 2017, quando per arrivare sul prato pianeggiante che è mia meta di oggi, partii da Costabona, borgata in cui stavo trascorrendo alcuni giorni di vacanza e che costringeva ad un tragitto più lungo e ad un dilivello superiore a quello che mi preparo ad affrontare oggi. Cambiano notevolmente anche le condizioni climatiche, visto che, nonostante sembri di essere in autunno o all’inizio della primavera, siamo in gennaio.

Arrivo a Pian del Monte (1074 Mt.), quando sono da un po’ passate le nove del mattino e parcheggio l’auto nei pressi dell’incrocio fra la SP9 e la SP95, in vista della grande fattoria, con il suo cane da guardia che sta lì ad osservare i miei movimenti in silenzio, dopo che appena sceso aveva iniziato a girare e ad abbiare nervosamente, fino al limite della catena che gli impedisce di uscire dal suo territorio. Dopo i brevi preparativi, intorno alle nove e mezza, m’incammino nell’aria che per il periodo vale la pena definire tiepida, ma comunque ancora frizzantina di questa assolatissima mattinata. Il sentiero da seguire è il CAI611, che in alcuni spezzoni conosco molto bene per averlo incluso per larghi tratti nelle due edizioni fina a qui portate a compimento della Sassuolo-Febbio. A dire la verità prima o dopo o percorso tutto il sentiero. A fare eccezione, l’unico tratto che non mi è mai capitato di camminare è proprio quello che mi toccherà oggi per raggiungere i 1261 Mt dello sperone che vedo ergersi di fronte a me, leggermente spostaso sulla mia sinistra. Il Monte Penna da qua pare impossibile da raggiungere: rocce inclinate in modo impossibile da risalire, se non con una scalata alpinistica. Eppure il sentiero c’è e conosco anche chi abitualmente lo sale accompagnando anche comitive con addirittura dei bambini (grazie a Ileano per le numerose dritte anche in corso di camminata). Si narra però in tutte le guide e nei racconti che mi giungono di un solo breve tratto particolarmente scoperto e di roccette, attrezzate con una corda. Questo frammento è il motivo per cui ho sempre girato intorno alla vetta (una volta verso Novellano, l’altra verso Deusi), nella già citata due giorni da Sassuolo. Ma quest’anno a tutti i costi il desiderio è quello di arricchire quella camminata della vetta del Monte, dal quale ricordo, il panorama è semplicemente mozzafiato. Il trekking di oggi, diciamo, mi può servire come sopralluogo, oltre che come sgambata per sgranchire le gambe non proprio sollecitatissime nell’ultimo periodo, in cui si è preferito gozzovigliare a tavola con amici e famiglia (e i risultati sono piuttosto evidenti…).

Il sentiero per le prime centinaia di metri corrisponde con il tracciato della SP95, che scende in direzione Quara, ma subito dopo una curva cieca a sinistra, i segnali indicano di seguire una carraia in lieve pendenza, che parte sul lato sinistro della strada. Per terra un tappeto di foglie marroncine e mezze gelate, provenienti dalle querce che mi circondano e il primo caldo del mattino che rende leggermente viscido il terreno inumidito dalle diverse precipitazioni delle settimane precedenti, poco più in là ghiacciato, come le pozze d’acqua che ho da non molto superato ai bordi della strada asfaltata. Dopo pochissimo l’arco degli alberi scompare e le piante si diradano, facendo da cornice ad un sinuoso prato ora ingiallito dalla stagione, che lascia ampio spazio alla vista e cha va attraversato per proseguire nel cammino. Piano, piano, sulla mia sinistra sorge la biancheggiante silouette del Monte Cusna. Ora il tracciato porta a curvare l’orientamento verso Nord e dando quindi le spalle al Gigante, mentre sulla destra è ora visibile spuntare la punta del Cimone dietro la catena di montagne minori che sovrastano la Val Dragone. Salgo di buona lena, aiutato dall’entusiasmo che sempre accompagna le escursioni, ma visto che il sentiero è per me nuovo, l’attenzione per i segnali mi costringe a non perdere la concentrazione. Dopo poco i segnavia mi indirizzano a sinistra in una conca ancora all’ombra, dove l’erba è completamente bianca di brina e scricchiola sotto i miei scarponi. Per proseguire si deve ora salire in maniera più decisa, fino all’imbocco di un sentiero che lasciando alle sue spalle i prati, s’inerpica in un’abetaia che di lì a poco lascerà il posto a un bosco a prevalenza faggio. Si sale costantemente, ma senza strappi particolari. Dopo poco il sentiero spiana e addirittura scende leggermente fino ad un incrocio fra sentieri, su cui è posto una piccolo santuarietto con all’interno una madonnina. Pochi metri più in là alcuni tronchi sono posti a ‘mo di panchina. Mi fermo un attimo, bevo un sorso d’acqua e decido che è tempo di smettere la giacca e di riporla nello zaino, visto che la temperatura è salita rapidamente e il sole che filtra dagli spogli rami dei faggi basta a scaldare, così come la salita, che seppur non troppo impegnativa, a quanto pare sollecita sufficientemente i muscoli.

Preseguendo lungo la faggeta si fanno alcuni sali scendi e da qui, purtroppo, i segnali non sono molto chiari. Probabilmente mi distraggo un po’ pensando ai fatti miei, così liscio una svolta a sinistra e continuo seguendo e fidandomi della traccia calpestata che mi porta nella fitta vegetazione prima, su una costa che dirige verso est poi…sto andando dalla parte opposta mi dico e me ne convinco proprio quando gli alberi mi lasciano lo spazio sufficiente per vedere sulla mia sinistra l’inconfondibile sprone del Penna, che continuando per questa via mi lascerei alle spalle. Dopo aver camminato pochi minuti in direzione sbagliata, confuso anche da alcuni vecchi segnali CAI, probabilmente di un sentiero non più in uso, faccio dunque dietrofront e ad un certo punto, eccola la svolta truffaldina, con il sentiero che salendo mi avrebbe costretto alla deviazione a sinistra. Ora ovviamente devo girare a destra, arrivando da direzione opposta e lo faccio con rinnovato entusiasmo: il timore era quello di aver perso troppo tempo e di non aver più la possibilità di arrivare alla meta prefissa, ma per fortuna le cose non stanno così, visto che la deviazione non mi è costata più di 15/20 minuti in più fra andare e tornare.

Poco dopo la svolta eccomi uscire dal bosco e ritrovarmi alla nuda, su terreno brullo e ghiaioso. Roccia arenaria sbriciolata che scricchiola sotto i piedi proprio come il l’erba ghiacciata poco prima ed eccolo, in bella vista, di nuovo il massiccio del Cusna che svetta sulla mia sinistra. Da qui è possibile vedere tutte le borgate ai piedi del gigante: Case Balocchi e Castiglione qui sotto, più in là Riparotonda, Febbio, Roncopianigi e più in alto di tutti Monteorsaro, con quella ormai caratteristica casetta pitturata di rosso nel fitto caseggiato grigio, che spicca da lontanissimo e fa da certo punto di riferimento. Il sole scalda questa mattinata invernale in modo oserei dire innaturale e per quanto la salita non sia particolarmente impegnativa, a causa del surriscaldamento solare la fronte mi s’imperla di sudore. In realtà basta pochissimo perché si raffreddi, giusto alcuni minuti, quando rientrando nella faggeta si torna nel cono d’ombra dello strapiombo roccioso della vetta che ora è sulla mia testa, ma che il sentiero inizia ad aggirare sul lato ovest, quindi sul versante che cade a picco verso il tumultuoso e neonato Secchiello. Il torrente scorre a diverse centinaia di metri sotto di noi, intuibile solo dalla profoda ferita che lascia a fianco della Statale per Villa Minozzo nella vegetazione.

Si esce nuovamente dal fitto del bosco, dove il sentiero confluisce in un ampia carraia che declina probabilmente verso Castiglione. Il sentiero prosegue però in salita e qui, per quanto breve, la rampetta che mi si presenta è piuttosto ruvida, sia nel fondo sassoso, che per la pendenza scontrosa. È un tiro di schioppo, come si suol dire e dopo alcune decine di metri, prima la via spiana, poi ad accogliermi è una conca ombrosa e suggestiva nel bosco. Ci sono diverse diramazioni della carraia, che scendono, ma la via, che ora torna ad essere sentiero, procede in direzione nord fino alle tanto decantate roccette.

Sulla sinistra il sentiero è in effetti un po’ scoperto, mentra a destra (per chi sale), poggia sulla parete rocciosa che s’inerpica violentemente sulla mia destra. La via attraversa poche decine di metri di sbalzi fra queste rocce, con una corda ad aiutare ben fissata lungo la parete. Se si esclude un gradino un po’ fuori portata per le mie corte gambe, non trovo nessun tipo di difficoltà ad andare oltre e ammetto che mi aspettavo, viste le descrizioni, un pasaggio ben più difficile. Meglio così. Il fondo dopo questo breve tratto torna ad essere ricoperto di terra e erba, soprattutto dopo una svolta a tornante sulla destra, che immette su un ampio prato, costeggiato dagli ultimi, sparuti faggi. Qui si sale decisi, ma sempre senza farsi venire il fiatone, fino a dove lo sperone di roccia termina nel precipizio e da qui posso godermi l’arietta fresca, il sole e soprattutto il panorama mozzafiato che spazia su tutte le principali vette dell’appennino modenese e reggiano. Dal Cimone, fino alla Pietra di Bismantova, nel mezzo e di fronte a me sempre lui, il Cusna. Altra sterzata secca e dopo aver percorso l’ultimo centinaio di passi, ancora su morbido fondo erboso e poco dopo una gobba, ecco il segnale che certifica il mio arrivo sul punto più in alto: ai 1261 Mt del Monte Penna.

La giornata è bella, ma non è perfettamente limpida, quindi l’orizzonte si spegne nella foschia, altrimenti, dicono, da qui nelle giornate completamente terse si potrebbe vedere l’arco alpino. Io mi so accontentare e mi godo la pace e il silenzio di questa piccola vetta, che offre però uno dei panorami più belli della zona. Suggestiva e senza troppe difficoltà, eccola dunque l’erbosa piana su cui ero stato tanti anni fa e come ricordavo da allora, valeva veramente la pena tornarci. Sono solo e solo a camminata finita mi viene da pensare al fatto che non ho incontrato anima viva in tutto il tragitto: sentiero poco battuto a quanto pare. Mi faccio aiutare da un arbusto per un selfie con segnavia. Ancora qualche foto e soprattuttolo sguardo perso nell’orizzonte, nel tentativo di incamerare quani più dettagli possibile di tutta quella meraviglia e per godere il più possibile della sensazione di vastità che si ha da qui. Mi allargo in un abbraccio, dentro il quale però non risco a farci stare tutto quel ben di dio. Se non fosse stato per l’errore e la conseguente deviazione forzata, la percorrenza sarebbe stata di non più di un’ora da Pian del Monte, dove torno ripercorrendo la stessa via della salita, in una cinquantina di minuti.

La discesa è agile e veloce. Anche in senso inverso le roccette non creano particolari problemi (forse possono diventare un po’ più antipatiche in caso di fondo bagnato, sicuramente lo sono con il fondo ghiacciato). La mattinata calda e il sole alto allietano la mia camminata. Dove mi ero sbagliato all’andata, cincischio nuovamente e rischio ancora di perdere la retta via: sarò un po’ stordito, ma a quanto pare in questo punto qualche segnale più preciso potrebbe essere necessario. Quando torno nei prati che stanno per riportarmi a fine giro, mi concedo un po’ di leggerezza e mi viene quasi voglia di sdraiarmi a godere del sole e della pace che regna incontrastata. Un’antenna e dei ripetitori che avevo notato di sfuggita all’andata, mi avvisano che siamo vicinissimi alla civiltà, di nuovo. Ecco il guaito del cane della fattoria a darmi il benvenuto, vedendomi scendere dall’alto. Il rumore di un motore, poi quello di una motosega. Due persone (padre e figlio, probabilmente), silenziosamente lanciano tronchi di legna tagliati, in una benna collegata ad un robusto trattore. Non mi guardano nemmeno e a testa bassa continuano a fare il loro lavoro. Io mi faccio qualche viaggio mentale su di loro: la fantasia che galoppa quando si è soli…il bello di camminare da soli, penso, per poi capire che qualcuno manca a camminare con me e che le belle compagnie, soprattutto in montagna sono cosa rara, ma per me a volte presenti. Ecco questo giro mi piacerebbe molto farlo con la compagnia giusta, penso immediatamente.

La concentrazione dell’andata è svanita e anche il tratto d’asfalto che per quanto breve e veloce da percorrere, all’andata mi era parso tedioso e lungo, vola in un attimo fra questi pensieri. Ora le pozzanghere si sono completamente scongelate, così come i miei timori per quelle roccette e quindi, procedo nei miei viaggi e nei miei progetti mentali, la decisione è presa: nella prossima Sassuolo-Febbio, impossibile, anzi stupido sarebbe non inserire la vetta del Penna, per arricchire quell’esperienza con quel fantatico panorama, che consiglio di andare a scoprire a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare fin qua nel mio racconto. Piccolo ma rognoso, dicevo nel report già citato ad inizio racconto: Piccolo ma imperdibile, mi viene da reintitolare oggi.


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