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Più che altro per non dimenticar(Si)


Trekking Rescadore-Passone-Lago Bargetana- Monte Prado – 20 VIII 2022

Non metto la sveglia, perché non voglio forzare o forse perché spero di dormire troppo a lungo per avere la possibilità di stare nei tempi del Trekking che mi pare significativo compiere dopo la salita al Cusna della settimana precedente, ovvero quello che da anni non faccio tramite l’itineraio che dal Rescadore porta alla vetta del Monte Prado, uno dei tre duemila reggiani. Era il 16 giugno del 2018 quando seguii l’identico percorso che vorrei ripetere oggi (ne racconto qui). Nel mezzo il famigerato Passone che quest’anno ho già percorso in ben due occasioni, ma sempre in discesa, mai nella sua forma più complicata, ovvero l’ascesa. La soffro da sempre come ho scritto e detto ripetutamente e quindi il pensiero di salirlo, mette sempre un po’ di apprensione. In questi giorni, complici i bagordi reiterati delle ferie non mi sento nemmeno troppo in forma e sento palesemente che c’è qualche chiletto in più da portare in giro. Non ho una bilancia con cui verificare la cosa, ma basta guardarsi allo specchio e soprattutto notare la fatica che patisco ogni mattina nella camminata veloce che compio ad ogni risveglio, prima che la giornata abbia inizio con tutti gli impegni del caso. Rescadore-Pianvallese. Invece che accorciarsi i tempi di percorrenza e la fatica, aumentano, a testimonianza del mio appesantimento. Lo spirito non è quindi quello dei migliori e fin dall’inizio insiste in me una sorta di pessimismo, che mi fa mettere in dubbio io possa riuscire nell’impresa.

Anche senza sveglia mi alzo quando devono ancora suonare le sei del mattino. Tergiverso un po’ fra le coperte e nei pensieri. So benissimo che è l’ultima occasione di questo periodo per poter fare questo giro, ma qualcosa mi lega, un po’ come per la camminata di qualche settimana prima fin sulla vetta del Vallestrina (raccontata qui). Non è solo timore di non farcela con le gambe. Ecco che manca come in quel caso la scintilla. Non ho nemmeno nessun accordo con terzi da rispettare, perché come scritto nel report sull’ascensione al Cusna della settimana precedente, non ho molta voglia di cercare compagnia per le salite. Forse mi sento più tranquillo a camminare e faticare solo. Se capita la compagnia giusta, perché no, ma come per la sveglia, non vale proprio la pena forzare. Sono stanco di elemosinare compagnia. Mentre faccio questi pensieri sto già preparando le uova per la colazione e di lì a poco mi trovo a riempire la borraccia alla solita fontana. Come appena detto non c’è nessuno ad aspettarmi, a differenza di quel 16 giugno quando fu Sonia ad accompagnarmi. L’anno scorso partii invece accompagnato da Marcello, con il quale però cambiammo l’itinerario del ritorno, sfruttando la seggiovia che dopo il crinale ci riportò a quota 1160. Questa mattina invece, sono pronto a compiere per la prima volta questo itinerario in solitaria e il programma è di ricalcare proprio la prima occasione prima citata.

Il cielo è terso, il Cusna, tutto il crinale, fino Vallestrina sono investiti dalla potente luce gialla del mattino, mentre non c’è traccia di nuvola all’orizzonte a rispettare quanto le previsioni avevano annunciato già da giorni (ogni tanto ci prendono ancora…). Il primo tratto di percorso è identico a quello già citato verso il Vallestrina di qualche settimana fa. Cambia solo il fondo che oggi è molto scivoloso a causa delle copiose piogge che nei due giorni precedenti sono cadute su tutta la zona. Anche l’aria è frizzante come non la si sentiva da un po’. Mentre salgo verso Pianvalese un ramo in mezzo al sentiero e la mia distrazione, mi regalano un plateale quanto imbarazzante stramazzo, fortunatamente senza conseguenze. Penso anche che forse quello sia un segno del fatto che oggi questo trekking non s’ha da portare a casa. Continuo ad inciamparmi in ogni osso di formica. Per fortuna qui il percorso non presenta alcuna insidia, ma qualche domanda me la faccio: è il caso di procedere?

Non c’è anima viva in giro e per evitare di camminare sul sentiero a carreggiata che dopo Pianvalese s’infila nel bosco in direzione Sud, lasciando i suggestivo pratone della nota località turistica e dove è possibile mangiare dell’ottimo gnocco fritto (è per quello che sto sudando già come un matto?), sto sul morbido fogliame, scuriosando anche a destra e a manca, che non si sa mai d’imbattersi come mi è capitato il giorno prima poco distante da lì in qualche porcino. Ripeto una piccola deviazione poco sopra, per sbirciare in una zona in cui, si sa, i prelibati frutti del sottobosco “fanno”, come dicono da queste parti. Per fortuna non c’è nulla. Per fortuna, perché se avessi trovato anche un solo fungo, temo avrei trasformato il trekking in una camminata alla ricerca di funghi, ma il Prado è là che mi aspetta e io testardamente voglio continuare a pensare che posso farcela, anche se la mia condizione fisica e mentale suggerirebbe il contrario e una vocina mi dice che il fallimento è dietro ad ogni piccolo inciampo.

Eccomi dopo circa un’ora (eh le deviazioni alla ricerca di funghi mi fanno perdere un po’ di tempo), alla sorgente. Bevo e riempio la borraccia, salgo la rampetta di rocce, resa davvero infida dal bagnato e faccio un ultimo tentativo deviando in mezzo ai mirtilli. Anche qui niente. Il segnavia poco più in alto dice “Passone 30 minuti”. Io penso “sè…i maroni” e lo dico a voce alta. Tanto non c’è nessuno a sentirmi. Mi rendo conto solo al cospetto dell’immensità strabiliante e verdeggiante che si erge di fronte a me, che non ho ancora incotrato nessuno. Il Passone totalmente sgombro da ogni forma umana. Nessuno che sale, nessuno che scende. Non una di quelle impertinenti e odiosissime maglie fluo. Mi fermo a guardare davanti a me e ad ascoltare il silenzio che viene rotto solo qualche minuto più tardi, quando pare proprio che qualche uccello stia litigando. I versi acuti (non saprei riconoscere a quale specie appartengano), arrivano dalla boscaglia sulla mia sinistra, che di lì a poco non può far altro che cedere il passo alla prateria ed alle rocce. Sono già salito nel primo tratto rettilineo, solcato profondamente da canali in cui l’acqua deve correre veloce al disgelo. Davanti posso vedere la salita inerpicarsi sempre più ripida, dietro non c’è nessuno a testimoniare che pur faticando, sto salendo di un buon passo. Ad un certo punto la solitudine, che in altri momenti avrei pagato oro in un posto così importante per me, mi pesa sul cuore e nella testa e quasi mi spaventa. No, non ho paura che mi succeda qualcosa, ma solo di non avere la forza necessaria per farcela a raggiungere la croce a canne che vedo brillare nel sole, stagliata nel cielo nitido e carico di azzurro, solcato da un aereo che piano attraversa l’orizzonte. Il tenue rombo dell’aeromobile mi arriva solo dopo qualche secondo da quando vedo la chiara sagoma muoversi lassù e fa da distrazione per questi pensieri carichi di sconforto. Onestamente è una situazione inedita per me. Mai mi era successo di sentire così poca fiducia nel bel mezzo di una camminata. Mai mi sono sentito così solo fra i monti come in questa occasione.

Vinco la tentazione di girarmi e tornare a casa e inizio a macinare i tornati che salgono senza pietà, fino alla svolta a sinistra che porta in un breve ma ristoratore tratto in falsopiano. Dopo i primi passi in questo più semplice tratto, mi sento come se privato della forza di gravità. Canticchio una canzone dei CSI fra me e me e dev’essere la prima concessione della giornata che faccio a qualcosa che non siano i miei dubbi. Il Passone mi fa male anche questa volta e mentre mi avvicino alla sommità si alza una leggera brezza che gradisco. Sto sudando sette camicie e le gambe pesano enormemente: come non mai. Più salgo, più le raffiche mi investono e inizio ad avere freddo. Inizio a scorgere quello che la parete irta e aspra che ho appena scavallato nasconde alla vista. Il Cipolla, il Prado, là sotto l’abetina, sulla sinistra la lama che unisce Vallestrina e Ravino, mentre sulla destra la vasta e morbida prateria delle Spiagge Belle. Lì a due passi, eccola la croce di canne, che sibila nel vento forte. Ce l’ho fatta! Il Passone è vinto. Non ci avrei scommesso molto. Mi fermo ad ascoltare il leggero fischiare nelle canne delle raffiche, non prima di essermi vestito. Scatto qualche foto, mi rinfresco con un paio di sorsate d’acqua. Questa è solo la prima tappa per giungere alla meta, ma dentro di me so che fatta questa il resto non può che apparire alla portata.

Riparto dopo pochi minuti in discesa, verso il rifugio Battisti che pare ancora addormentato, laggiù. Ora riesco a godermi la solitudine, mentre i lunghi steli d’erba gialla danzano in onde fluttuanti nel vento che continua a spingere e a raffreddare la temperatura. Il silenzio è quasi surreale. Pressoché totale, imponente. La pozza del Passone è scarnificata dalla siccità, ma resiste e per quanto rimpicciolita, con la sua isoletta erbosa offre uno scorcio davvero incantevole. A differnza di poco prima, ora sono proprio felice di essere solo in questa immensità. Non mi sento più perso e penso a quanto vorrei non incontrare nessuno, ma proprio nessuno in questo momento. Sono accontentato e posso godermi le brulle pietraie che portano fino alla forestale nei pressi del Battisti. Qui arriva acre l’odore di un gregge di ovini che stazione nei pressi del Lama Lite. Vedo le prime sagome umane della gionata in lontananza. Sento i cani da pastore abbaiare e il pastore fischiare.

Qui vale la pena aprire una breve parentesi, visto che anche sui gionali locali la questione di questo gregge e soprattutto dei cani che avrebbero aggredito alcuni escursionisti, ha tenuto banco per alcune settimane e pare abbia danneggiato in maniera effettiva le strutture turistiche della zona, visto che la situazione di pericolo ha scoraggiato parecchi a frequentare uno degli snodi più trafficati quantomeno di questo frammento di appennino. Penso che la coesistenza tra turismo e la pastorizie possano e debbano coesistere, certo, passando, mi è però parso davvero surreale permettere che il recinto del gregge potesse essere posizionato proprio a bordo sentiero nei pressi del Lama Lite. Forse ci sono motivi che io non conosco, ma ho sempre visto le greggi su zone più defilate e meno d’impatto sia estetico, ma soprattutto sulla sicurezza degli avventori della montagna, che in questa zona sono anche famiglie e non sempre o necessariamente appassionati del trekking. C’è anche una navetta che porta in altura chi altrimenti non riuscirebbe a causa dei limiti fisici spesso dettati dall’età, se non da problemi più consistenti. Evidente un vuoto politico per gestire al meglio una situazione, che ha certamente penalizzato la reputazione di questo meraviglioso scorcio. Ho sentito anche qualche stolto purista dire che le greggi sono più naturali e meno invasive del turismo…mi piacerebbe che facessero i conti con chi la montagna la deve vivere e magari continuare a popolare, che come al solito si fa presto a fare gli intransigenti quando poi si torna nella confortevole casa di pianura a fine vacanza o escursione, a due passi da tutti gli agi e i servizi. Discorso lungo e complesso questo della sostenibilità del turismo in montagna e della presunta purezza che qualcuno pretenderebbe (senza pensare che per primo, magari la va a compromettere con la sua sola presenza…), che nell’ultimo periodo mi sta facendo sussultare ogni volta che emerge. Ammetto di non sopportare più la stucchevole, spesso ottusa, ideologica e supponente linea di pensiero purista di taluni; soprattutto non sopporto la loro ipocrisia e la boria di chi non sa contestualizzare e quindi capire che i monti non sono solo roba loro e che c’è modo di vivere la montagna, rispettandola, senza il bisogno di precluderla alle persone. I monti vanno rispettati e tenuti in buona salute, questo mi pare ovvio, ma non resi luogo elitario: perché poi chi decice chi può e chi non può andare? Va beh. Quel gregge lì è un pugno in un occhio e spero di non vedercelo più. Chiusa parentesi…

Mentre mi faccio da solo più o meno questo pistolotto inizio a scorrere di buona lena la forestale che arriva da Case Civago e che porta verso Presa Alta. Arrivo al primo dei possibili imbocchi per salire al Lago della Bargetana e qui, vedo che un gruppo di persone sale. Penso: che sfiga! Proprio ora…mentre salgo incrocio anche chi scende. Il sole sulla sassaia che si inerpica ripida, picchia duro, ormai. Sono le nove e mezza del mattino e il vento qui è praticamente assente. Già da un po’ mi sono rimesso in manica corta. Arrivo e trasalgo nel vedere quanto si è abbassato il livello dell’acqua del Lago, luogo ameno che spesso mi sono goduto anche al tramonto e di notte, durante le tendate che in anni passati ho avuto la fortuna di fare. Avevo pensato più volte di venire da solo a piantare la tenda, ma mi è mancato il coraggio…in futuro chissà, se riuscirò a togliermi anche questa soddisfazione, visto che oggi più che mai lo capisco: la dimensione della solitaria può portare a momenti di cedimento, come quello vissuto poco prima nel mezzo del Passone, ma in linea generale è quella che meglio si sposa con il mio modo di vivere le camminate in montagna. Arriverò anche a passare una notte da solo in queste condizioni, almeno spero di avere la grinta per farlo…ecco che torna ad avere senso pensare al Capanno Vallestrina…se l’autunno avrà temperature clementi, chissà…

Mi perdo in questi pensieri e in un baleno salgo agilmente lungo la mirtillaia che già vira al rossiccio (questo posto a Settembre è lettaralmente magico, grazie ai colori che sa regalare), sulla destra del Lago, rispetto alla visuale fronte cresta del Prado, che si specchia nell’acqua. Eccomi dunque al cospetto della salita finale. La conosco molto bene. È da sempre una delle mie salite preferite. Al contrario del Passone che anche oggi, ma sempre mi sa stendere, questo tragitto sembra modellato apposta per le mie capacità. Sono felice di essere qua, perché anche se manca ancora una buona dose di sudore prima della vetta, so benissimo che ormai il traguardo non me lo può più togliere nessuno. Salgo leggero e con passo costante, arrivo alla parte più rocciosa del sentiero, che s’infila dopo un paio di stretti tornantini dietro una possente roccia, immettendo in una larga ed erbosa salita, che culmina di lì a poco nella Sella di Prado. Salendo vedo sorgere sulla mia destra le Alpi Apuane che grazie al cielo sgombro da nubi, sembrano a portata di tocco. Ecco un’altro piccolo sogno nel cassetto, quello di camminare sulle aspre e biancastre vie delle marmoree montagne che si affacciano sul mar Tirreno. Non credo che riuscirò a breve. In solitaria fin là in fondo, non so proprio se me la sento, spaendo che si tratta anche di itinerari spesso pericolosi. Oggi il Golfo dei Poeti lo si può solo intuire, ma di fatto è celato dietro la coltre di spessa foschia che impedisce di andare oltre l’immaginazione.

Arrivano due persone tutte imbacuccate dal monte Castellino, su cui si prolunga il celeberrimo sentiero 00, che a breve dovrò percorrere fino alla vetta. Io sono in maniche corte, ma in effetti ora il vento è tornato a spirare in modo sostenuto e fastidioso. Immagino che poco più in là possa calare l’intensità e decido di resistere per evitare l’ennesimo togli e metti. Anche in questo caso sono un po’ contrariato dalla presenza di altre persone: speravo proprio di poter godere della vetta in solitaria, cosa che difficilmente accade in questo periodo dell’anno. Accellero e tiro un sospiro di sollievo quando girandomi indietro vedo i due sedersi vicini al segnavia. Di fatto questo tratto di sentiero è in terra Toscana, anche se di poche decine di metri, viaggiando di taglio a mezzacosta sotto la cresta che fa da confine. Come speravo e avevo ipotizzato, salendo il vento tende a placarsi e quindi la scelta di non vestirsi si rivela azzeccata. Sono di nuovo solissimo e non penso ad altro che a godere del verde e del blu che mi circondano.

Le ultime rampette rocciose le faccio senza quasi faticare, tanto sono sollevato dall’aver portato a casa la meta che più volte durante la camminata avevo pensato fosse fuori dalla mia portata. Sulla destra appena fatto l’ultimo gradino di roccia, ecco la lapide e, sorpresa, al classico ometto di rocce al centro della pratina morbida e praticamente pianeggiante della vetta, se n’è aggiunto un secondo qualche passo più vicino al segnavia ufficiale. Sono solo e la cosa mi mette veramente una serenità incredibile. Se sul Vallestrina provai gioia, qui è la tranquillità a farla da padrona. Sono passate due ore e trentacinque minuti dalla mia partenza dal Rescadore.

Ora però è saggio cambiarsi la maglia e mettersi la felpa. Ancora gli scatti che avrò già fatto decine di volte. Qualche video e poi mi metto in piedi a guardare verso il Lago, scura macchia blu, là sotto. Ripenso alle tante persone con cui sono stato qui. Mi mancano, chi più chi meno, chi in modo quasi insopportabile, ma dura poco. Scatta qualcosa che mi fa pensare che mi merito di godermi la serenità che stare lì sopra da solo sa regalarmi. Vorrei descrivere la sensazione, ma non è proprio possibile. Usare la parola libertà è scorretto, sbagliato. Sollievo. Ecco, questo è quello che in quel momento sento. Pace e sollievo. Non sento vaintà per avecela fatta, nemmeno felicità. Solo una meravigliosa e da troppo tempo assente sensazione di pieno sollievo. Non mi siedo, nè per terra, tantomeno su questa sensazione. Me la voglio godere, ma non ne voglio abusare. Non ci voglio spingere dietro. Sono solo e devo fare di necessità virtù. Guardo dalla parte opposta, verso Monte Vecchio e Monte Cella. Nelle mirtillaie poco sotto la vetta ci sono un paio di persone che raccolgono col classico pettine le prelibate bacche. Sono a qualche centinaia di metri da me. Abbastanza per non togliermi la sensazione di solitaria totale di cui ho il privilegio di godere. Torno a guardare verso il profilo del Gigante addormentato, continuo a godermi la pace e non mi accorgo che è passata quasi mezzora. Incredibile. Arrivano i due escurionisti incontrati sulla sella e decido di prenderlo cone un segnale, che è insomma ora di rimettersi in cammino. Per qualche istante guardo verso il Monte Cipolla e mi viene il pensiero di provare per la prima volta la discesa da lì, ma poi prevale il desiderio di conosciuto e forse la saggezza e riprendo esattamente da dove ero arrivato, lasciando sulla vetta, con la lapide e i due ometti di roccia anche il sollievo.

La discesa è il mio cruccio, ma fino al Lago non ho grandi problemi. Ora sono tante le persone che affollano il sentiero e vado a testa bassa, seppur senza mancare nemmeno un saluto, ma con il solo obbiettivo di tornare a casa a fare una bella doccia e una bella mangiata e se proprio devo stare in mezzo alla gente, che almeno possa stare con le poche persone che ancora mi tollerano nel mio rifugio mentale della montagna. Il gregge ha raso al suolo ogni forma di vegetazione sul bordo della forestale, che ora sale leggermente, ma costantemente. Mi viene da ripensare a quel bel Giglio Montano, arancione, che vidi sbocciare più volte in anni diversi, però sempre nello stesso punto. Non è nemmeno periodo, ma lo avrebbero mangiato, proprio come tutta l’erba e tutte le foglie fino a circa un metro di altezza. Sento scampanellare nella costa che declina alla mia sinistra. Poco più in là scorre l’Ozola. Noto solo ora che oltre alle pecore, ci sono molte capre. Una mi fissa a lungo. Avevo pensato di percorrere il sentiero nel bosco verso il Rifugio Battisti, anche per cambiare, ma è invaso dallo scorrere belante e scampanellante e così continuo fino al Lama Lite. Un po’ di salita, fino al Passone. Supero un gruppo nutrito di escursionisti e salgo rapido, quasi mi fosse venuta fretta di finire l’escursione. Dopo una mattinata fatta tutta in quasi perfetta solitudine e pochissimi incontri, ora invece ogni pochi minuti si incrocia chi segue la strada che io ho fatto solo un paio di ore prima. Preferivo prima. Preferivo la solitaria totale in cui ero immerso. Ripenso al sollievo provato sulla vetta e cerco di bere le ultime gocce che ha lasciato dentro me quella mezzoretta fra vento, spazi aperti, vette e pace.

Arrivato al Passone, m’infilo direttamente sul sentiero che inizia a declinare dopo una leggera svolta a sinistra. Mi volto a salutare con gli occhi il panorama che fra poco sarà precluso dalla parete rocciosa, mentre mi si apre quello che viaggia lontano, fino alla Pianura Padana. Inizia il carosello dei fiatoni di chi sale e, quando sono poco sotto la cresta ed inizio la serie dei tornantini prima della prateria solcata dai primi saltelli del Fosso delle Tie, incrocio tre ragazzi che mi chiedono lumi sugli itinerari. Più scendo e più fatico ad incoraggiare chi mi chiede “quanto manca”, perché so che ogni passo lì lo si paga a caro prezzo. Anche per me che lo sto percorrendo in discesa le cose non sono semplici, ma finalmente eccomi di nuovo alla sorgente, dove faccio ancora il pieno.

Scappo verso il basso e forzo un po’ l’andatura. Ora c’è davvero troppa gente: sembrano posti diversi rispetto al mattino. Miracolosamente, nell’unico tratto semipianeggiante, ombreggiato dal tunnel formato dalle cime della fresca faggeta, sono di nuovo solo. Ecco che ricompare il sollievo. La solitudine che al mattino mi aveva spaventato e oppresso ora mi porta sollievo, come sulla vetta. Il vociare di altre due comitive in salita mi strappano dal mondo in cui mi ero tornato ad infilare. Ultime fatiche ed eccomi a Pianvalese. Incrocio anche alcuni amici, poi conoscenti. Finita la solitaria, finito il sollievo.

In testa torna a girare insistentemente Del Mondo. Sono di nuovo nel mondo. Soddisfatto, ma con la traccia del sollievo provato, che mi viene da chiedere dove sia. Non più con me, non per ora. Speriamo di trovarlo alla prossima salita sui monti. Mancherebbe solo l’Alpe di Succiso per completare i lsolito trio dei 2000 Reggiani, ma ho paura che raggiungere quella vetta mi farebbe scoppiare il cuore…non credo che la farò, non quest’anno, non in questa lugubre estate 2022.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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