Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Anello Rescadore-Vetta Cusna-Passone – 13 VIII 2022

Giusto qualche settimana fa scrivevo di un Trekking che mi riportava sulla poco frequentata, ma suggestiva e per me emotivamente importante vetta del Monte Vallestrina (per leggerne puoi andare qui), e all’interno di quel report evocavo fra i molti ricordi, anche quello di una lunga camminata in solitaria che mi aveva portato a compiere l’anello dalle basi del Monte Cusna, lungo tutto il suo crinale, dopo la vetta e ridiscendendo dall’ostico Passone. Purtroppo all’epoca non avevo ancora aperto questo Blog e non avevo l’abitudine di “ricordarmi” tramite questi piccoli racconti, emozioni e dettagli dei miei itinerari in montagna, così che a parte la mia scadente memoria, di quel giorno non ha testimonianza scritta. Purtroppo…Rievocando però quel giorno nella mia testa, la voglia di ripetere la camminata è cresciuta in me.

Come al solito mi preparavo a portare a compimento il tragitto in solitaria, anche perché ho deciso “tacitamente” con me stesso di tortnare alla vecchia abitudine in cui la solitaria deve essere un valore aggiunto, in quanto spesso inevitabile, ma soprattutto di non invischiarmi più in camminate con chi non ha, per un motivo o per l’altro, la mia fiducia o che rischia di compromettere emotivamente la mia giornata sul sentiero. Sono stato ripetutamente scartato, mi dico che forse è venuto il momento di compiere un po’ di selezione per mettere con un po’ di egoismo il mio benessere e il mio desiderio al centro, almeno in quelle poche occasioni che ho di godere della mia incrinata, ma ancora viva passione per il trekking.

A sopresa però, pochi giorni prima dell’unico giorno in cui avrei potuto svolgere la camminata, mi contatta una “vecchia” amica di trekking, con cui purtroppo ho perso da lungo tempo i contatti. Con lei non cammino da almeno una decina di anni e così quando mi chiede di interrompere l’astinenza, penso che questa sia una delle occasioni in cui accettare compromesso e compagnia. Dopo qualche giorno altri due amici mi scrivono e mi chiedono se fosse possibile fare un giro assieme…ed è così che alle 7 di sabato 13 agosto 2022 ci troviamo in quattro alla fontana del Rescadore per partire alla volta della cima del Cusna. Io metto in chiaro a tutti quali sono i miei obbiettivi e che se qualcuno avrebbe voluto desistere dal completare l’anello, io avrei anche proseguito in solitaria…perché, non me ne vogliano, visto che la responsabilità non è certo loro, ma anche in questa occasione lo spirito della solitaria rimane dentro me e a lunghi tratti mi abbraccia totalmente…non mi voglio sentire responsabile per nessuno, non sono la guida, sono solo uno della spedizione e fedele ai precetti base della montagna, disposto solo di fronte a reali problematiche a cambiare il programma. Posso anticipare fin da subito che per fortuna tutte queste mie preoccupazioni si riveleranno infondate. Meglio così, ovviamente.

La mattinata è parecchio fredda per il periodo, anche se un bel sole si leva già a far evaporare in nuvolette biancastre l’umidità sullo stradello che iniziamo a percorrere. Le pozzanghere testimoniano uno dei numerosi temporali che hanno colpito la zona anche durante la notte appena passata. Il bosco è finalmente bagnato e gli scarponi si inscuriscono dopo i primi passi a causa dell’acqua che abbondante bagna ancora l’erba su cui dobbiamo camminare salendo lungo quella che era la parte finale della pista Lama Golese del comprensorio di Febbio 2000. Come ogni volta che passo di lì, strappo una fogliolina da una delle piantine ai lati del sentierino marcato dai passaggi copiosi di questo periodo. Mi lascio inebriare dal profumo intenso della menta selvatica che si va a mixare con l’intenso e adorabile odore del muschio (finalmente), bagnato e delle foglie che ricoprono il nostro cammino. Attraversiamo il ponticello sul Fosso degli Arati in prossimità di quella che qui viene chiamata “la casetta dell’Enel”, da poco tornata a vita attiva, dopo anni di semiabbandono. Siamo sul CAI609 e andiamo in direzione Peschiera Zamboni/Monteorsaro, sentiero per lunghi tratti semipianeggiante, che ci permette un passo deciso. Arriviamo così dopo una quindicina di minuti all’incrocio con il meraviglioso CAI617, che parte sulla nostra sinistra inerpicandosi fin da subito nella faggeta densa e profumata di pioggia.

Inizio subito a togliermi qualcosa dal classico abbigliamento a cipolla, perché so benissimo che la salita qui è abbastanza intensa da far sudare, vista anche la cappa di umidità che avvolge la foresta. Via quindi il primo strato e di buona lena nei primi tornantini che salgono puntanto dritti al naso del gigante, ora invisibile ai nostri occhi, ma che rimane come punto di riferimento mentale costante. Cerco di stare in compagnia il più possibile e probabilmente esagero anche un po’ nel chiacchierare, ma voglio evitare che i passi si trasformino anche oggi in un ripercorrere i ricordi delle altre decine di salite su questo stesso tracciato. Poco prima di un tratto in cui la boscaglia si fa più rada e il fondo e ciò che l’erosione del tempo lascia di rocce di arenaria, impossibile non ripensare alla raccolta delle bacche di ginepro, in quest’angolo ancora rigoglioso e a quella volta in cui dalla boscaglia sottostante si sentiva urlare litigiosamente una coppia, probabilmente in disaccordo sull’itinerario da compiere…molto divertente quella volta, molto meglio parlare con i compagni di salita oggi.

Ho un ginocchio un po’ acciaccato e la maglia già spolta, ma in men che non si dica, eccoci a costeggiare i prati delle Mardonde, mentre sopra di noi, dal lato opposto, sale scorbutico il Monte Contessa. Il sentiero non molla un attimo e istintivamente mi sento in dovere di preoccuparmi per chi sta camminando con me, anche perché vedo in un paio di sguardi un po’ di apprensione. Sprono ad arrivare fin alle pendici della salita che ci porterà definitivamente fuori dalla vegetazione, attraversando un fosso (che dovrebbe essere il fosso dei Bibbi), ora in quasi totale secca. Qui ci fermiamo per una breve pausa, necessaria per rifiatare un po’. Una manciata di minuti prima di intraprendere quello che probabilmente è uno dei tratti più impegnativi di questa salita. Fortunatamente il sole è leggermente velato e quindi non spacca la testa, perché qui c’è veramente da cuocere, oltre che far sbiellare le gambe. Forse sbaglio, ma continuo a tirare un po’, perché vedo che alcuni compagni sono in effetti un po’ in difficoltà (credo più mentale che fisica). Come sempre ho fatto, dico a chi vedo demoralizzato in questo punto (eh sì capita spesso), di puntare a quel grosso masso a punta là in cima, dove la salita spiana e dove garantisco ci sarà un po’ di respiro. Non che io non soffra questo punto, ma nel corso degli anni ho forse imparato come affrontarlo e riesco a salirlo, come oggi, senza particolari patemi. Micrososte per non far scoppiare i polmoni, con il profilo lineare e sgangherato della seggiovia 2000, dal lato opposto rispetto al nostro della gola che stiamo sovrastando, sulla lama netta della Carcamogena.

Eccoci nel meravoglioso vallone verdeggiante che ci fa lasciare la dura pendenza e il fondo sdrucciolevole e sassoso della chiocciola assassina appena salita. Il massone appuntito è ora lì di fianco e dopo pochi passi dietro di noi, meno misterioso e inarrivabile di quanto si potesse pensare vedendolo da sotto solo pochi minuti prima. Girando le spalle indietro, le onde delle montagne più basse e dietro ancora la pianura, avvolta in una lattiginosa foschia, di fronte a noi, eccolo, il nasone del gigante a cui stiamo mirando e ambendo. Una marmotta fischia per segnalare la presenza di intrusi, mi serve estraniarmi un po’ e viverla un po’ in solitaria. Devo lasciare un po’ di spazi anche alle emozioni che tornano vivaci a solleticare la mia memoria. Le rocce sono sempre al loro posto. Qui sembra proprio non essere cambiato nulla. La prima volta che passai da qui c’era un nebbione pauroso e non era possibile godere del panorama fantastico di questo circolo verdeggiante. Sulla sinistra il segnavia posto ai piedi delle roccette si staglia nell’orizzonte e lo stesso vale per quello che è posto sulla sommità della salita che ora stiamo percorrendo. Quante volte ho parlato di questo luogo a chi ama la montagna e che piacere vedere che portando “novizi” i loro occhi tradivano l’emozione che anche oggi mi accompagna in questo posto fantastico.

Mentre saliamo inizia a diventare costante e fastidioso un vento sempre più sostenuto, che abbassa notevolmente la temperatura. Rimango ancora in maniche corte, anche se forse è poco consono viste le condizioni climatiche che, come spesso accade in montagna, possono mutare velocemente. Mentre affrontiamo il tratto finale del vallone, che è anche il più impegnativo, una famigliola di marmotte decide di allietarci con la loro compagnia. Saltellano fra l’erba e le rocce godendosi il sole che ora splende senza ostacoli. L’occasione ci permette una piccola sosta, che però io cerco di non protrarre troppo a lungo, per non prendere freddo. Voglio arrivare al segnavia e di fatto all’ultima dispettosa salita verso la croce. Ci sono dopo pochi minuti, ci arrivo per primo e con un piccolo vantaggio sul resto della comitiva. Siamo all’incrocio con il CAI 619 che sulla nostra destra arriva dalla cresta che di lì a poco declina rapidamente verso il Rio Grande. La Pietra di Bismantova da qui sembra un sassolino piantato nel panorama. Tutto il resto delle vette appenniniche, dal Ventasso, al Cavalbianco, fino all’Alpe di Succiso, arredano in modo unico e fantastico lo skyline. Il cielo è abbastanza libero da nuvole e la vista può spaziare lontano. Da qui si vedono tanti puntini colorati che salgono dal CAI623, posto a distanza di alcune centinaia di metri in linea d’aria, separato da noi da un profondo canalone, che rende la distanza relativamente contenuta, impossibile da colmare in direttissima. Fino a quel momento il nostro cammino è stato pressoché solitario, ora vediamo che non siamo gli unici ad aver puntato al Cusna in questa movimentata mattinata. Il vento ora è davvero costante e soprattutto freddo. Cerco di resistere ancora un po’, ma una volta percorso il tratto più aspro della salita su fondo sassoso che porta verso la prima tappa del nostro cammino, decido che è il caso di coprirsi un attimo. Ora ognuno di noi cammina coi propri pensieri e con sé stesso. Abbiamo passi e desideri diversi, forse. Non mi pendo di essere partito in compagnia, anzi, ma ora mi godo questo tratto in solitaria. Ogni tanto mi giro indietro per capire dove siano gli altri, ma decido che siamo abbastanza vicini alla Croce per potermi concentrare sul vivermela al meglio. Non salgo sul Cusna dal tardo inverno scorso, quando picozza e ramponi arrivai in vetta per la prima volta in condizioni invernali.

Il sentiero dopo questo tratto molto impegnativo diventa più clemente e il fondo è più morbido. L’erba è solcata dalle profonde cicatrici lasciate dallo scorrere dell’acqua al disgelo. Il freddo però mi prende, prima le mani, poi il cuore. Devo arrivare in alto e darmi una soddisfazione e non pensare ad altro. Vedo sorgere la croce alla mia sinistra, poi eccola davanti a me. Arrivo pochi istanti prima di Paola, qualche minuto in anticipo rispetto a Marco e Viviana. Sono davvero bagnato, meglio cambiarsi subito. Il classico tocco alla croce, un bacio virtuale. Ci sono due ragazzi arrivati poco prima di me. Sono passate circa due ore e trentacinque minuti dalla nostra partenza dal Rescadore. Il crinale si srotola di fronte ai miei occhi, poi tutto il meraviglioso panorama: dalla conca del Prado, fino alle Alpi Apuane, laggiù i Prati di Sara, dal versante opposto, tutto quello che porta alle Alpi, oggi invisibili da qui. Foto di rito e un abbraccio dovuto. Ci siamo tutti e quattro, ma io mi sento solo come quassù forse non mi era mai capitato. Forse non era ancora venuto il momento di tornarci, ma ormai ci sono. Cerco di godermela. Un po’ ci riesco. Un po’ no. Quante volte sono venuto, mi chiedono? Non lo so, ho perso il conto, ma so benissimo quali sono le volte più importanti delle altre. Faccio per sedermi sulla solita roccia, che guarda verso sud…no, oggi no. Non è il caso.

Il vento freddo e le piccole carovane in avvicinamento ci invitano a liberare il campo. Sono tentato dal mettermi i guanti, ma poi appena sotto la sommità il vento è meno tedioso e gelido. Tagliamo leggermente il nasone in un piccolo fuori pista e arriviamo direttamente dove un rigolo d’acqua ricorda quella che fino a pochi anni prima era una rigogliosa sorgente a cui attingere acqua. Purtroppo oggi magra e praticamente inutilizzabile. Ci innestiamo dunque sul CAI607 in direzione ponente, e vediamo ancora il sasso a punta, laggiù. Ora pare davvero un sassolino, ma impossibile non riconoscerlo. Arriviamo anche al segnavia ai piedi delle roccette e ci prepariamo ad un’altra porzione di percorso in salita. Qui siamo coperti e il vento cessa completamente e la temperatura sale di botto, complice anche il sole che ora spinge. Sono circa le 11 del mattino e sotto di noi è visibile la linea del sentiero delle Veline, mentre dritti a noi si scorge il Sasso del Morto, sotto il quale passiamo pochi minuti dopo. Ci sono delle ampie pozzanghere in mezzo al sentiero e incrociamo sempre più escursionisti. Arriviamo all’arrivo della seggiovia 2000. Qui mi siedo su uno dei soggiolini fermi e guardo incuriosito gli ingranaggi sopra la mia testa. Potrei sembrare assorto, in realtà mi chiedo solo a cosa servano quei grandi denti metallici che circondano la grande ruota della seggiovia. Ci ricompattiamo e chiedo ai miei compagni di viaggio se desiderino chiudere l’anello con me o se preferiscano scendere lungo la pista per chiudere in anticipo. Tutti vogliono continuare e così ci incamminiamo scartando a sinistra il cubo di cemento del rifugio Emilia 2000, come la seggiovia, tristemente morto. All’orizzonte si vedono alcuni nuvoloni, che però non paiono minacciosi. Quando arriviamo sul Piella, poco prima di scendere verso il Passone, una luce meravigliosa illumina il Vallestrina e il Ravino. Il verde rinvigorito dalle recenti piogge, il bianco della roccia e si inizia a vedere già un po’ del rosso autunnale dei mirtilli. All’improvviso e purtroppo si accende una violenta discussione fra me e Viviana. Ecco ora per qualche minuto penso che era meglio essere soli, che non sono più capace di condividere la montagna con gli altri. Che sono un asino. Ma forse no, ho fatto bene a nontacere…non lo so. Sono confuso e ad un passo da salutare tutti e cedere al lato solitario che mi attanaglia prepotentemente. Per fortuna prima dell’arrivo al Passone le cose paiono andare meglio. Chiamiamola riconcigliazione. Spero, chissà. Per me è così. La croce di canne fischia. Comitive si alternano per la foto di rito. Ne scatto anch’io. Andiamo avanti assieme.

Sono dispiaciuto per la discussione, ma cerco di non rovinarmi la camminata e di non rovinarla agli altri…spero non sia così.. Ora ci tocca la dura discesa del CAI615. L’ho percorsa in solitaria solo qualche settimana fa, di ritorno dalla conquista del Vallestrina già citata e linkata ad inizio racconto. Qui so già che saranno le ginocchia e le caviglie a pagare pegno. La concentrazione è alta, ma in effetti e contro ogni pronostico, non sono così stanco come avrei immaginato. Scendo con calma praticamente allo stesso passo di Marco, con cui mi intrattengo un po’. Il primo tratto di discesa è quello più arduo, con gradoni di roccia che resi viscidi dalla pioggia, costringono a non perdere nemmeno per un secondo la concentrazione. In basso il verde della prateria pare lontanissima, eppure dopo meno di 20 minuti siamo già lì a guardare l’imponente arco del Passone del basso. Mezzogiorno è passato da poco e decisiamo di tirare fino alla sorgente per consumare il pranzo che serbiamo nei rispettivi zaini. Salgono in tanti, anche una famiglia con bambini, che non paiono proprio entusiasti della scelta dei genitori di impegnarli in quella dura salita. Qualche parola di incitamento ed eccoci nella parte finale della discesa, quando finiscono i tornantini su fondo sassoso e su sentiero stretto e spiovente, per arrivare nel tratto che dritto per dritto si torna a tuffare nella boscaglia. Incontriamo un gruppo di ragazzi, fra loro Fede Ferrari. Non lo vedo da mesi ed eccoci lì, per caso. Il mondo è piccolo, penso…anche se in realtà è vero il contrario.

Arriviamo finalmente alla rampetta della sorgente. Ci sediamo sui massi su cui al disgelo saltella l’acqua infilandosi nel letto del Fosso delle Tie, che nasce proprio poco sopra a dove ci siamo fermati. Mangiamo e chiacchieriamo. Continua a passare gente. C’è chi sale agilmente, chi con lo sguardo disperato, ignaro forse che il peggio debba ancora venire. Mezzoretta scarsa di sosta e un nuvolone grigio che spunta minaccioso dalla cresta del Piella ci da la spinta per affrontare l’ultimo sforzo. La discesa fino a Pianvallese fila liscia e senza inghippi. Parliamo molto di gnocco fritto e in men che non di dica ne sentiamo il profumo giungere dal rifugio nella bellissima piana erbosa. Ci sono decine e decine di macchine. Non ci fermiamo. La civiltà pare prenderci alla sprovvista e ci fa desistere dal tuffarci subito nelle sue braccia invadenti. Scendiamo lungo la strada anziché dal sentiero, per non chiedere troppo alle gambe. Fa ancora freschino anche se qui il vento si è placato. Ciò non toglie il desiderio di dissetarsi con un paio di birre appena tornati al Rescadore, sulla terrazza del Bar Mony e Micky. Un bel brindisi per festeggiare questa bella escursione.

Mentre mi godo il riposo penso che in fin dei conti è stata meno dura di quanto mi ricordassi. Penso poi che dovrò rifarla da solo, non certo per demerito dei miei compagni di camminata, che anzi, l’hanno resa più leggera dal punto di vista mentale. Ma credo mi servirà. Credo che sia la dimensione giusta del momento e chissà, forse del futuro. Non so se sono soddisfatto. Forse non ero pronto a stare assieme ad altri in montagna. Forse è scivolata via senza grandi emozioni. Non lo so. Finisco la seconda birra, saluto chi è stato con me per queste 6 ore abbondanti di meravigliosa montagna. Vado a scaldarmi sotto la doccia calda. Funziona per la pelle. Oggi di più a quanto pare non si può ambire. Piano, piano, tornerà anche l’entusiasmo, per ora strozzato, ma di certo non morto e a tratti presente anche oggi. Da coltivare con pazienza e serenità.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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