Se ad un certo punto ti venisse in mente di fissare dei punti per descrivere la tua vita, che cosa scriveresti? Quali parole, quali definizioni? La vita probabilmente è emozione, più che fatti, ma sono i fatti quelli che fanno scaturire quelle più forti ed alle quali inevitabilmente leghiamo un’immagine: il ricordo. Solo che non è per nulla detto che i fatti principali, o meglio, quelli con cui samo abituati a raccontarci, siano quelli più emozionanti e dunque quelli più segnanti. Le emozioni plasmano ricordi e non è detto che questi rimangano sempre fedeli o attinenti alla realtà nel macro, ma state pur certo che ci sono dei puntini, dei dettagli in un angolo a fissarsi in modo così preciso e profondo da non uscire più da noi e dalla nostra memoria e che dunque diventano l’essenza, il riassunto, il succo, il bignami della nostra vita: ciò che definisce la nostra vita. E magari mentre ripensi ad uno di questi puntini, ti viene anche da dire “peinsa tè…”, come a sottolineare “ma con tutta la roba che ho fatto, proprio quel puntino lì doveva essere segnato in rosso nella mia memoria?”.
Un dizionario è fatto per definire: tu apri alla pagina della B e trovi le parole con la lettera B e quello che vogliono dire. Qui, ad esempio, se apri la pagina dove si parla della lettera C trovi “Cravatte di mio padre” e se stai attento, non in modo asettico e didascalico, ma se hai voglia di farti pervadere dalle emozioni, quelle semplici o semplicemente quelle di un altro, che non perché sono di un altro valgono meno delle tue, trovi perché è valso la pena mettere questa voce, piuttosto che un’altra, all’indice di questo dizionario.
Pensateci bene, pensate a voi stessi, perché interessarsi alle storie degli altri, bada bene, non all’immagine pubblica di un altro, ma proprio ai dettagli, quelli forse meno scintillanti, quelli più normali, serve a guardare meglio anche noi e le nostre vite. Oh, questo è poi quello che è capitato a me leggendo lentamente (un po’ troppo a dire il vero), questo libro di Ugo Cornia.
Il suo modo di scrivere a me spesso fa ridere. Ma non ridere perché è ridicolo. MI fa ridere perché ti viene da dire che anch’io quella cosa l’avrei scritta così. Poi se l’ha fatto lui e non io un motivo c’è ed è che lui è uno scrittore bravo (o se preferite, che a me piace) ed io no (nè l’una, nè l’altra cosa). Ugo Cornia ti tira dentro al suo mondo fatto di parolacce che sono il modo in cui ti viene da capire lui pensi, quindi il contrario di volgare, anche se dice “cazzo” e “figa”. Un mondo fatto di relazioni, di avvenimenti, di insetti che ti rimangono impressi. Non poteva raccontarti meglio e in maniera più piena, comprensibile e giusta quella storia: ecco cosa ti viene da pensare. A me, almeno.

Io questo libro l’ho letto (troppo), lentamente sicuramente perché sono un pessimo lettore ed un pigro, perché alla sera mi si chiudevano gli occhi e avevo la certezza di perderne il piacere se mi fossi forzato a finirlo in tempi ragionevoli (che forse per quelli toghi sono due o tre sere al massimo), perché ero distratto da altro che si vede mi interessava di più, fosse la Reggiana, i miei incazzi o i video scemi nelle storie di Instagram. Però ho anche pensato che in realtà mi sono messo a leggerlo soprattutto quando avevo voglia di ascoltare le emozioni di un altro, forse perché le mie mi avevano stancato o seplicemente perché avevo voglia di ridere un po’ o meglio, divertirmi un po’ e se proprio c’era da pensare, di farlo in un modo che a me sembra più intelligente di quelli che magari mi sembravano più intelligenti la sera prima. Che casino. Ma spero si sia capito.
Giusto per mettere subito in dubbio quello che ho provato a dire, aggiungo che probabilmente l’ho letto anche quando mi sentivo disposto a rivangare nel mio personale dizionario, quindi nelle mie di emozioni, non quelle del momento, ma quelle del passato. Mi è venuto da pensare che Cornia, nel suo modo squisito, che definire genuino sembra poi di fare la pubblicità al Parmigiano Reggiano o al prosciutto cotto di Ferrarini e quindi a sviare e non dare il giusto peso al suo modo di raccontare, abbia saputo fare una cosa che se fossimo scrittori potremmo fare tutti. Hai proprio questa impressione. Cioè, io ho avuto questa impressione, che se fossi uno scrittore anche io potre raccontare di quella volta da bambino, di quell’episodio con quella morosa. Però non l’ho mai fatto, perché non sono uno scrittore e quindi mi accontento di aver capito che avere dei puntini fissi e più luminosi di altri alla fine è normale.
Cornia mi sembra non faccia, in effetti, nulla di straordinario, sempre che non si definisca tale (e forse potrebbe essere il caso di farlo), essere così bravi ed interessanti nell’essere normali. Di avere il coraggio di dare tutto questo peso alla nostra normalità, che, guarda un po’, alla fine diventa più straordinaria di tutte quelle fighetterie di cui soliamo vantarci su Facebook. Raccontare storie è un dono magico che Cornia ha. Lo consoco poco, perché a lui sono arrivato molto tardi, ma ogni volta che l’ho letto, ho pensato che sia una cosa importante averlo conosciuto. Come scrittore intendo, che se lo fossi anch’io, magari sarei bravo a raccontarvi di quella sera che è un puntino luminoso, una voce meritevole di essere annoverata nel mio personale dizionario di quella sera che assieme ad altri amici, con lui, ci siamo bevuti delle birre al 101 di Sassuolo. Solo che non sono uno scrittore e allora la tengo nei ricordi e ogni tanto me ne vanto con quelli (troppo pochi fra quelli che conosco io), che condividono il mio giudizio sullo scrittore Cornia…
Io ovviamente non sono nessuno per dirvelo, però ve lo dico lo stesso, tanto chi m’ha cagato e pazienza se risulto banale: date peso alle vostre emozioni e smettete di fabbricare quelle che stanno bene su Instagram. E leggete Cornia, che ne vale la pena.

Lascia un commento