Scrivo a caldo, caldissimo, quando ancora non mi si sono asciugati i lacrimoni dopo la commozione per la puntata finale di “Strappare Lungo i Bordi”, serie animata di cui si sta facendo un gran parlare in questi giorni, un po’ ovunque. Potrei riassumere con il tweet/post di Facebook che mi è scivolato istintivamente dalle mani mentre ancora scorrevano i titoli di coda della sesta ed ultima puntata “Se il tuo problema è il romanesco e l’unica cosa che ti rimane dopo Strappare Lungo i bordi è la polemica linguistica, la risposta è la stessa che da l’armadillo a Zero alla fine: COJONE. Tregua da adesso…”.
Perché in effetti di questa serie composta da sei episodi di una ventina di minuti l’una ed uscita su Netflix da pochi giorni, si sta parlando tantissimo, ma prevalentemente nel modo per me sbagliato ed ingeneroso, ovvero solo per fossilizzarsi sul problema del romanesco, che è la lingua con cui Zerocalcare ha sempre doppiato le sue animazioni e probabilmente l’unica possibile per la sua espressività. Come dice lui la lingua della Comfort Zone (“parlo più il romaesco nelle interviste che con mia madre”). Beh, se vi fermate a quello o concentrate i vostri sforzi su quello, sì, siete dei coglioni. Può anche non piacervi lo stile di Zero e infastidirvi la sua biascicata e a volte impescrutabile pronuncia, l’utilizzo del romanesco, ma ridurre tutto lì è proprio da coglioni: sia che lo si difenda, che lo si voglia demolire; quindi piantatela, perché sia da una parte che dall’altra credo che non ci stiate facendo una bella figura.

Tecnicamente c’è l’amico Luca che di cinema ne sa a pacchi, che ha qualche giorno fa fatto una diquisizione alla quale al limite vi posso rimandare, perché per me dopo questa visione le cose importanti sono altre. C’è dice lui, una questione tecnica, in cui al limite si può dire che Zero non è un buon attore (confrontate la sua dizione e quella di Mastrandrea che da la voce all’armadillo), ma da lì a buttare nel pattume tutto, perdonatemi, non si può fare.
Zerocalcare è caustico e profondo, dolce e a volte romantico e lo conferma, con una visione che apre alla sensibilità: altro che polemica sul romanesco. Cazzo, ma ascoltate quello che dice o meglio cosa vuole provare a dire. Provate a prendere in carico la sua visione del mondo e la sua onestà al limite del masochismo, che stona in questo mondo di paraculi dove è sempre colpa degli altri e quando ci si accorge di aver fatto uno sbaglio l’istinto è quello di arrampicarsi su pareti irte di specchi, con le mani ed i piedi insaponati. Forse per quello vi state perdendo in questa idiota polemicuccia, superficiale e insignificante sull’opportunità di usare o meno il romaesco? Proprio come Zero che se la racconta e se la racconta, finché l’amica Sara non gli sbadila addosso la realtà prima e gli sega le gambe quando non trova niente di meglio che piangersi addosso, con la presunzione di chi pensa che tutto passi da sé stesso, quando invece si è semplicemente dei fili d’erba in un prato: e non solo quando fa comodo.
Va beh, a me Zerocalcare, il suo stile, anche il romanesco sono sempre piaciuti. Io adoro gli slang popolari, i dialetti e chi mi segue sa che uso il nostro per esprimermi in versi e non mi verrebbe da farlo diversamente, perché? Perché viene così e diversamente sarebbe artificiale. Zerocalcare mi ha fra l’altro sempre fatto divertire e anche in questo caso le grasse risate che mi sono scappate, perché lo trovo ironico al punto giusto e mai grottescamente sarcastico come va di moda adesso. Non è un gradasso e tantomeno un bulletto: se ti prende in giro lo fa passando da sé stesso, come a dire che siamo tutti nella stessa barca e lui solo perché sa esprimere ed affrontare questa consapevolezza non è più figo di te, ma solo come te. Se c’è però qualcosa che me l’ha sempre fatto amare particolarmente sono la sua sensibilità e la sua profondità. La semplicità con cui ti dice cose che tu preferiresti non dirti e ti aiuta a sbatterci il muso. Senza pretese, sia chiaro, perché poi se uno vuole si ferma lì, alla superficie, alle battute, allo slang. Te lo permette, te lo offre su un piatto d’argento e lo contempla pure: chi è lui per dirti come devi guardare le sue tavole o la sua serie su Netflix? Chi sono io per fare altrettanto? Nessuno, perché non è che io sia o mi senta più furbo o più colto, più sensibile o più attento: ma se ti fermi al romanesco, ribadisco, secondo me sei un Cojone.
Tregua da adesso…

Lascia un commento