La salita al Monte Ventasso per parecchio tempo è stata un grande classico delle mie camminate autunnali e di fine inverno. Un percorso che offre la possibilità di alcuni panorami autenticamente mozzafiato, senza rischiare come potrebbe accadere su altri tragitti, visto il sentiero sempre ampiamente “coperto”, almeno se si parte della salita dal sentiero classico e si esclude l’anello, che prevederebbe più difficoltà tecniche e più pericoli, anche sull’asciutto, naturalmente aumentati sul bagnato. Da troppi anni però non salivo, forse perché la camminata potrebbe risultare troppo semplice (in effetti anche come durata e quindi sforzo fisico è da catgalogare fra quelle, senza rischiare di peccare di presunzione), ma soprattutto perché un po’ fuori dalle mie frequentazioni sentieristiche degli ultimi anni, che hanno come baricentro naturale il crinale del Cusna. A dire il vero passai di qua nel giugno scorso, ma senza raggiungere la vetta. Salii al Lago Calamone, in un caldo pomeriggio di inizio estate, e mi godetti il pranzo che mi ero preparato a casa, seduto su una delle numerose panchine adiacenti le rive ed oltre a quello, anche la pace, interrotta solo dalle risate di un gruppo di ragazzini e dal gracidare potente delle rane. Mi fermai per quel breve pit stop mentre mi stavo dirigendo fremente ed emozionato, per la prima volta a vivere alcuni giorni di spettacolare trekking nella zona dei Cento Laghi sull’Appennino Parmense. In questo caso sono diretto ai Lagoni (che proprio in quella tre giorni toccai in quegli indimenticabili e intensi momenti: ore di cammino, stelle, attese in macchina sotto il temporare, prosciutto squisito, vita e sogni tangibili. Troppo corti e purtroppo irripetibili e definitivi) e tornare su questa vetta a me tanto cara, ma purtroppo da anni un po’ trascurata, diventa evocativo e naturale, per quanto emozionalmente dall’impatto forte.

Il parcheggio prima della sbarra nei pressi del campaggio e la partenza dello skilift del piccolo comprensorio sciistico reggiano è praticamente deserto. Il bar/ristorante chiuso (con mia immensa delusione, perché una Forst a fine camminata era nel mirino, ma ho dovuto sacrificare questo rito alla dura realtà…mai una gioia). Il tempo è uggioso, ma non fa freddo e per fortuna non piove, anche se il cielo tiene sul chi va là. Le previsioni avvisano: rischio pioggia sempre più elevato verso fine mattinata. Vale comunque la pena rischiare: ormai sarebbe un vero peccato rinunciare al percorso, ai boschi e al significato di ritornare su questi sentieri dopo tanto tempo.

L’ampia strada sterrata, sale morbida nella faggeta che dopo aver lacrimato tutte le foglie ed essersi denudata praticamente per intero, ora gocciola i residui dell’ultimo scroscio di pioggia, ticchettando sul tappeto rosso fuoco nel quale si cammina per una decina di minuti, fino al suggestivo Lago Calamone, che (forse a causa di lavori di manutenzione?), è per gran parte a secco, come non l’ho mai visto in tanti anni. Qui qualche conifera regala ancora colori in verticale e soprattutto ogni passo una miriade di ricordi ed emozioni nelle tante escurisioni del passato. Questa era la parte che mi più mi teneva in ambasce e non a torto. Il piccolo tempietto in sasso normalemte immerso nelle placide onde della zona nord del laghetto, è ora completamente emerso e dietro lo specchio d’acqua langue torbido e appena mosso da una leggera brezza che scende dalla boscaglia che di lì a poco inizia ad inerpicarsi sulle pendici del monte.. Anche il rifugio posto sulla sponda destra è chiuso. Qualcuno lavora per liberare e quindi salvaguardare materiali e forniture dalle intemperie, che a breve investiranno gelide anche i tavoloni di legno, ora silenziosi e sui quali chissà quanti hanno goduto della frescura o della pace nei mesi estivi ed autunnali che ora volgono all’inverno. Impossibile non correre con la memoria a birre Moretti e felicità che io per primo su quei tavoli ho avuto la fortuna di poter sorbire a piena anima e cuore.

Dietro il rifugio inizia a salire il sentiero CAI 611 (per ora coincidente con il 667). Qui alcuni piccoli ponticelli in legno fanno superare gorgoglianti rii che scendono vivaci per tuffarsi nel lago che in men che non si dica è alle spalle. Il fondo, come sempre in questa stagione, è qui molto bagnato. Ricordi di salite invernali, senza neve, ma con questo tratto gelato al mattino e solitamente fangoso alla discesa. Qui non c’è ancora ghiaccio, ma si scivola facilemente nel misto fra foglie umide e argilla infida. Forse questo è il tratto più duro dell’intera ascesa, con una pendenza che in alcuni tratti si fa severa. Enormi faggi dalle spettacolari braccia ormai nude, abbracciano la vista e riportano l’eco dello stupore che ogni volta che m’imbatto in loro suscitano in me per la loro magnificenza ed imponenza. Giusto un quarto d’ora e dopo l’uscita dal bosco i sentieri si separano: a destra, verso Pratizzano va il 667, a sinistra, verso la vetta il 661. Un piccolo spiazzo offre il primo scorcio di panorama che qui si affaccia sull’imponenza dell’Alpe di Succiso. Foto che ho già fatto decine di volte e che anche proprio nel recente sono andato a riguardarmi con nostalgia e inevitabile tristezza per quello che da uno scatto all’altro, purtroppo si è perso: il click scatta in automatico, per arricchire la collezione, anche se con un’istantanea purtroppo questa volta ottenebrata dalle nuvole che coprono o comunque limitano il panorama e soprattutto decisamente vuota rispetto a quelle a cui sono più affezionato del passato.

Di lì a poco altro bivio, dopo una salitina su fondo sassoso, scavato dal’acqua e dai milioni di passi che questo sentiero ha conosciuto, così come la mia memoria è sagomata dai ricordi che mi fanno salire quest’oggi quasi in uno stato di assenza sul presente. Potrei andare ad occhi chiusi, tanto le immagini ed i suoni che vedo e sento sono più quelli che scaturiscono dalla memoria, che non quelli che sto vivendo in quel momento. Mi estraneo in una specie di trans maliconica che procede nel taglio a destra nella oggi ingiallita prateria che porta senza particolari strappi alla svolta a 180° verso il tratto finale dell’erta. Qui dove di fatto si cambia direzione tornando da sud a dirigersi verso nord, c’è un’altra meravigliosa terrazza. Raggi di sole squarciano il grigiore che attanaglia l’oggi invisibile Cusna e si proiettano sulla valle del Secchia che scende sinuosa. Anche qui qualche foto e le parole del passato che sembrano essere imprigionate nei rami degli ultimi faggi e delle ultime conifere, che si possono incontrare da qui alla Croce in vetta. Il meraviglioso costone a precipizio e là sotto Cervarezza, dietro il Cisa e il Prampa, la cui vista riporta ad altre contrastanti emozioni, come se qui non si rischiasse l’overdose.

Si sale nell’erba gialla e nel vento che ora è gelido e mi fa venire voglia di rimettere la giacca tolta alla prima stilla di sudore nella faggeta iniziale. Le mani stringono forte i bastoncini, gli occhi l’orizzonte in salita e il cuore le emozioni che sfociano in commozione inevitabile, mentre qualche altro escursionista mi segue e si staglia come spettro dietro me, in un gioco di prospettiva che questo tratto di sentiero rende unico. Altri viandanti salutano; qualcuno fa una battuta, ma io sono immerso nei miei pensieri e non voglio che nessuno mi distragga. Li tengo stretti e consapevole dell’impossibilità della cosa, prima ancora di riuscire a darmi del cretino, penso che la cosa che vorrei più di tutte sarebbe catapultarmi indietro nel tempo e guarire all’istante da questo male nostalgico che mi affatica più della salita ora intensa. Voglio stare solo con la mia malinconia e con il mio senso di abbandono, non mi va di mettere la testa sotto la sabbia e imbambolarmi di falsa felicità, anche se il monte mi vuole bene anche se l’ho trascurato e mi sta aiutando a salire. Ci sarà tempo di lì a poco per rientrare nel mondo. In questo stato arrivo alla croce posta sulla vetta.

La vista verso la strettoia dei Gessi Triassici, in cui s’infila come una lama luminosa il Secchia è sempre uno spettacolo. Sulla sinistra fa sentinella l’incudine della Pietra di Bismantova. Purtroppo non sono solo, anche se lo avrei desiderato, almeno per qualche minuto. Mi devo accontentare. La montagna non è mica roba mia, anche se di fatto continuo a vivere la salita di oggi come un’esperienza trasognata e solitaria. Sfrutto l’opportunità e chiedo la gentilezza di scattarmi una foto con la croce. Manca qualcosa da quegli autoscatti di qualche anno prima, quando posavo la mia vecchia reflex in terra e scattavo goffamente e allegramente in posizione prima che il click della macchina immortalasse quel momento ricco di gioia. Manca il sole. Ricambio il favore della foto, ora mi concedo qualche battuta per alleggerire, perché sento che mi sto addentrando troppo in un vicolo che ovviamente e lo so, è senza uscita, ma meglio tornare in una posizione in cui la luce del ritorno non divenga invisibile. Il serpeggiante sentiero che porterebbe a chiudere l’anello verso i denti della vecchia prima e lungo l’impervia discesa al Rifugio/Bivacco Maddalena poi, mi tenta, ma per oggi sarebbe troppo. Il tempo non c’è, il terreno è viscido e potrebbe essere rischioso percorrerlo distratti e così sognanti. Semplicemente, poi forse per oggi è meglio non tirare troppo la corda anche a livello di emozioni e ricordi. Il sole continua ad essere solo un ricordo e sta baciando con qualche raggio qualcuno là in fondo. Qui non ce n’è. Anzi pare che le cose tendano al peggioramento.

Il sentiero direttissima è la scelta per scendere, con il Calamone incorniciato da pinnacoli gialli. Bisogna stare attenti a non scivolare, soprattutto quando ripreso il sentiero nel bosco le foglie nella pendenza a tratti importante, aiutano a compiere brutti scivoloni. Sto attendo e questo mi permette di tornare quasi completamente coi piedi per terra. Una comitiva di ragazzi sale e grossolanamente apostrofo l’ultima della fila, incoraggiandola in modo burbero. Mi sarò preso certamente qualche insulto, ma almeno mi riconnetto piano, piano col mondo. Una salita che non dimenticherò, anche questa. Chissà quando la rifarò quali emozioni e quali presenze mi regalerà: certo è che tornerò. Vedo il lago ancora una volta. Sdraiarsi sulla sua riva oggi sarebbe impossibile: tutto bagnato e probabilmente insensato. Soprattutto inizia a piovere. Prima piano, con lievi carezze sulla testa, poi con picchetii gelidi e regolari, fino all’effetto doccia. Il cielo partecipa in maniera allineata, alla perfezione. La montagna non sempre è gioia e non si lascia usare come strumento di liberazione. La montagna ti abbraccia e ti capisce, ma non ti consola assecondandoti, lo fa offrendoti l’appoggio di nuove emozioni. Ma oggi non c’era posto per quelle e ci mancherebbe altro. La montagna è troppo sorella della verità per offrirsi come placebo. Amare la montagna vuol dire anche accettarne la fatica e a volte il dolore del freddo che adesso punge. Dentro e fuori. Gocce da tutte le parti. Anche gli alberi ora piangono forte.


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