Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Zingarata motociclistica Marche/Abruzzo/Umbria/Toscana/Emilia (25/26/27 VI 2021)

Un grande classico dell’estate che dopo un anno di stop forzato, torna protagonista. I PdP sono un po’ in sofferenza, ma non demordono e si arricchiscono di “nomads”, che si aggregano e si integrano senza problemi. Un itinerario di cui si parla da anni con l’amico Budu. Lo abbiamo sognato, discusso e finalmente realizzato proprio poche settimane fa e come al solito, per non disperdere i momenti vissuti nell’oblio, meglio fissare almeno qualche pensiero, per quanto sarà impossibile ripercorrere e soprattutto trasporre in parole le emozioni vissute in questi tre giorni iniziati all’alba di venerdì 25 giugno 2021 e conclusi poco prima del tramonto di domenica 27.

MLCY3551GIORNO 1 (25 VI 2021)

Mancano ancora dieci minuti alle sei del mattino e la sveglia ha già trillato da circa un’ora, quando ancora il sole doveva fare capolino, ma già schiariva l’orizzonte e verso il quale innesto la prima, prima di questa nuova avventura motociclistica. Appuntamento al Bar Nuovo Forno Maruska di Montale Rangone con Budu e Denis, che saranno miei compagni di viaggio. Faccio il pieno e percorro ancora assonato, ma ovviamente molto eccitato, la stranamente desolata Pedemontana, scorrendo i capannoni di Piestrella Valley, poi quelli della Ferrari, con il sole in faccia, che cresce d’intensità, ma non è ancora in grado di scaldare a dovere l’aria, che frizzante s’infila sotto la giacca di pelle marchiata PdP. Arrivo per ultimo, ma in orario all’appuntamento. Si prende un caffè e si beve un po’ d’acqua gassata (bevanda ufficiale del viaggio), si da un’occhiata alla cartina e poi si parte lungo la campagna modenese e le sue stradine tortuose che ci portano in pochi minuti all’imbocco del casello di Modena Sud, sull’autostrada A1, che imbocchiamo in direzione sud/est, quindi verso Bologna. Capisco dopo pochi minuti di percorrenza perché io odi tanto viaggiare in autostrada con la moto, ma questa volta lo scotto è necessario per poterci permettere di stare in tempi ragionevoli ed umani nel raggiungere la nostra meta finale di questa prima tappa: Pineto, poco più a sud di Roseto degli Abruzzi, una manciata di Km più a nord di Pescara.

Sono forse le due ore e mezza peggiori che ci riserverà l’intero viaggio. Camion ovunque e un po’ di vento a rendere tesa la percorrenza in particolare nell’angusto e trafficatissimo snodo di Bologna. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo quando finalmente possiamo lasciare l’arteria autostradale e immetterci lungo le strade provinciali e statali all’altezza di Senigallia. Il sole ora scalda e la felpa indossata è davvero di troppo. Un’anonima stazione di servizio accoglie la sete delle moto e anche la nostra. Per loro Super, per noi, ovviamente acqua gasata. La noia dell’autostrada, la levataccia e il caldo che inizia a farsi sentire, per quanto una piacevole brezza eviti che diventi opprimente, ci hanno un po’ rimbambito e così ci sta anche un buon caffè per riprendersi un po’. Poco più di quindici minuti e dopo aver impostato la rotta, dentro la prima e si riparte: inizia il bello.

È un lungo rettilineo sulla SP 360 ad accogliere la nostra marcia verso sud ovest. Ci lasciamo il mare alle spalle e iniziamo a goderci le campagne dell’interno marchigiano, in particolare quando svoltiamo a sinistra lungo la SP 18 e giungiamo al “Belvedere Ostrense”. Ci fermiamo anche per scattare qualche foto all’idilliaco paesaggio che si apre di fronte a noi. Colline cariche del giallo del grano e dei girasoli, del verde delle culture di mais, sotto il cielo terso, su cui veleggiano sottili nubi pacifiche. Continuiamo paciosamente e godendoci l’aria ancora fresca del mattino fino a Jesi, dove imbocchiamo la SS76. Passato il centro della nota località marchigiana cambiamo ancora direttrice e riferimento cardinale: da ovest torniamo a procedere verso sud sulla SP11 prima, sulla SP4 poi, fino ad arrivare nelle strette stradine della silenziosa Apiro. Sono quasi le 11 del mattino e ormai siamo sulla strada da circa 5 ore: ci meritiamo una pausa e un buon bicchiere di Verdicchio. Parcheggiamo nella graziosa piazzetta che accoglie il municipio, la chiesa e ovviamente il bar. Veniamo subito salutati da un signore sulla settantina che ci dice di possedere un Harley, ma di volerla vendere, perché sai…la schiena. Noi ci accontentiamo di un po d’acqua gasata, due crostini ruffianissimi e appunto un buon bicchiere del delizioso e localissimo vino bianco.

Quando ripartiamo iniziamo a sentire il caldo, anche perché gradualmente scendiamo di quota e probabilmente il Verdicchio necessita sfogo. Continiamo verso sud sulla SP26 e dopo pochi Km incocciamo nelle verdi acque del Lago di Cingoli, che costeggiamo per poco dopo una secca svolta a sinistra in direzione est fino a immetterci sulla SP502 di nuovo in direzione sud, verso il paese omonimo al bacino artificiale, dove arriviamo dopo aver salito una piacevole strada collinare per poi proseguire nel verde e nella frescura della quota che ora viaggia sui 600 m. Il paesaggio sembra disegnato e la mente si gode il passo spedito ma certamente non forzato al quale ci siamo affidati, per poter godere della dolcezza del panorama che ci circonda tranquillo e rasserenante. Il pochissimo traffico ci aiuta a gustare ancora di più il viaggiare e permette anche di rilassarsi con un filo di gas. Le borgate e nomi inediti ma dal suono comunque familiare si avvicendano: Marcucci, Colcerasa, Mozzacatena, Serralta Vecchia, Torrone Serrabassa, Marciano, Cesolo, fino a San Severino Marche. Qui cambiamo ancora direzione e per un breve tratto percorriamo la SP361: siamo di nuovo tornati in basso ed ora il caldo spinge forte, come l’appetito che iniza a stuzzicare. Mezzogiorno è già passato da un pezzo, ma decidiamo di procedere ancora un po’ prima di fermarci e così procediamo fino a Tolentino, dove imbocchiamo la SP77 fino a Caccamo, dopo aver passato il Lago Le Grazie e poco dopo imbatterci nelle acqua di quello di Caccamo, sulle rive del quale decidiamo di concederci una sosta per il pranzo.

Ripartiamo dopo un po’ di tartufo, una birretta e naturalmente tanta acqua gassata e purtroppo qui incappiamo nel primo errore di percorso, di cui però ci accorgiamo abbastanza velocemente per non perdere più di una decina di minuti in un avanti, indietro la SS77var, una superstrada che lasciamo per imboccare in direzione sud la SP502. Ancora campagne e paeselli: Maregnano, Morichella, poi da Santa Maria di Pieca giù per la SP78 fino a Gabella Nuova e Sarnano. Il caldo del pomeriggio è mitigato da una brezza che ci accompagna lungo paesaggi costeggati da tanta campagna, campi e borgate che regalano scorci da cartolina dietro ogni curva. Ci godiamo le curve docili per poi immetteci sulla SP237, ch ci porta sulle rive del Tenna e ad attraversare Amandola, poi giriamo un po’ attorno ai verdeggianti Monti San Pietro e Civitella fino a Comunanza. Da qui è un continuo saliscendi accompagnati dal Torrente Fluvione che poi si butta nel Fiume Tronto proprio dove la strada che stiamo percorrendo da ormai parecchio tempo confluisce sull’antica Via Salaria (SS4), che imbocchiamo verso sinistra all’altezza di Taverna Piccinini, seguendo la corrende del Fiume che sfocerà in mare poco sotto alla celeberrima San Benedetto, solo dopo aver bagnato la bellissima Ascoli Piceno, dove arriviamo accaldati e stanchi a metà pomeriggio. Parcheggiamo le moto col chiaro intento di fare scopracciate di Olive all’ascolana. C’è un vento caldo che ci spinge il profumo sulla faccia e non ci è difficile trovare qualche tavolino a cui saziare il nostro desiderio. Una sosta era proprio quello che ci voleva e questi gioiellini culinari sono come le ciliegie: una tira l’altra. Ce ne spazzoliamo un po’, acqua gassata a go-go, poi dentro la prima di nuovo per rimetterci in marcia per l’ultimo tratto che ci separa dall’arrivo a destinazione per questa prima tappa.

Ancora curve dolci, anche se purtroppo iniziamo ad avere a che fare con fondi stradali davvero inaccettabili. Purtroppo non sarà l’unico caso, ma prima di rimetterci sulla SS80 che ci porterà di nuovo al cospetto del Mare Adriatico di poco a sud di Giulianova, in particolare da Ballante all’innesto sull’arteria che ci riporta verso est, quasi per dar sfogo ad un sagace gioco di parole, balliamo letteralmente . Sembra di essere sul tagadà, ma al di là delfastidio e dell’aumentata fatica, rischiamo qualcosina per stradacce piene di buche e dal fondo viscido. Vediamo finalmente il mare dopo un tratto nel traffico che si dirige verso le località turistiche, Ultimi Km passando all’interno di un’intasatissima Roseto degli Abruzzi, dove sentiamo il profumo di pini marittimi e di salsedine. Fa caldo, ma la brezza della sera rende accettabile anche questo tratto obbligato a poco più che passo d’uomo. Siamo adesso sulla SS16 e dopo poco meno di 8 ore di viaggio arriviamo a destinazione, nell’accogliente Pineto Resort.

Sistemiamo le moto sotto una tettoia a pochi passi dall’ingresso e dentro un cortile che durante la notte verrà chiuso e ci dirigiamo nella hall dell’Hotel nella quale fanno bella mostra due Harley tirate a spigolo vivo. Anche sotto le mascherine si capisce che chi ci accoglie sorride e si rende subito disponibile a farci stare meglio possibile. Corriamo a metterci il costume da bagno e ci regaliamo un bagno ristoratore nella bella piscina. Siamo a due passi dal mare, ma circondati da collinette impreziosite da culture di ulivo. L’aria profuma di fiori e di mare. Siamo stanchi, ma soddisfatti della prima giornata di viaggio.

A concludere la giornata arriverà poi una lauta cena a base di arrosticini e altri prodotti locali, nonché un post cena in cui Mirko, il padrone di casa, ci intrattiene con racconti e chiacchiere, oltre che offrire qualche giro di genziana e birra. Verso mezzanotte, siamo ancora lì nel giardino dell’Hotel a due passi dal gorgoglio della piscina, finché non arriva anche uno spuntino grazie al quale possiamo gustare pane, prosciutto e olio: tutto buonissimo, tutti gentilissimi. NOn potevamo sperare in una serata migliore. Atmosfera davvero meravigliosa e sapori avvolgenti. Una coppia di giovani sposi trentini si aggrega alle chiacchiere e quando sta per scoccare l’1, stremati ed anche un po’ alticci, decidiamo che è venuta l’ora di andare a riposare e chiudere lì una giornata iniziatata davvero molte ore e curve prima.

GIORNO 2 (26 VI 2021)

Dormo bene, ma poco e così alle 5 o poco più ho già gli occhi sbarrati. Gli stravizi della sera prima lasciano una sensazione d’intontimento che provo a lavare via con una lunga doccia, mentre i miei compagni di viaggio dormono ancora. Decido di allietare la mattinata, visto che ormai di dormire non se ne parla più e di andarmi a godere le prime luci dell’alba nella poco distsante spiaggia. Quando ritorno è venuto il momento di prepare armi e bagagli e dopo colazione e convenevoli con il gentilissimo staff del Pineto Resort, che si vuole immortalare con noi in una foto di rito, mentre tutti bardati abbiamo già il muso della moto puntato verso le nostre mete della giornata. Salutiamo, inseriamo ancora la prima e ripartiamo risalendo fino a Scerne la SS16 dove giriamo a sinistra sulla SP27a (verso Ovest), lasciandoci di nuovo il mare alle spalle risalendo il corso del fiume Vomano. Stracca, Strampalone…

La mattinata è fresca e per la strada non c’è praticamente nessuno. Qui l’asfalto è buono e il dolce saliscendi delle colline imbellettate a girasoli, dona serenità e un risveglio molto, molto dolce. Ci inoltriamo in questo pezzo d’Italia che pare essersi emancipato dalle corse della nostra industriosa e schizzata terra d’origine. Qualche trattore nei campi, qualche signora che spazza il vialetto di casa e tanta tranquillità fra la terra rossiccia e i sontuosi uliveti. La prima oretta di viaggio passa senza scossoni e attraversando piccole borgate ancora addormentare. Ora siamo sulla SP23: Faiete, Teslesio, Mingarelli, Staiano, fino a Cellino Attanasio dove ci immettiamo sulla SS81 in direzione Scorrano, inoltrandoci ancora di più verso l’interno della nostra penisola. In lontanza svetta maestoso e biancheggiande il massiccio del Gran Sasso d’Italia, che sale imponente a stagliarsi nel blu della mattinata tersa. È lì che siamo diretti, ma anche se pare di poterlo toccare solo allungando una mano al di là del gard rail, la strada che ci separa dal complesso montuoso è ancora tanta e, anche se non possiamo saperlo, un piccolo inconveniente di navigazione ci renderà l’impresa ancora più ardua del previsto.

Dopo Cermignano lasciamo la panoramica e gradevole SS81, per inoltrarci lungo la SP36. Ancora fondo stradale devastato e un paio di spaventi per buche e brecciolino sull’asfalto che non di rado ci fanno trattenere il fiato. Passiamo un ponte sul Torrente Fino e giungiamo a Bisenti, ma qui purtroppo qualcosa non funziona col navigatore che ci fa girare in tondo per almeno un’ora. Al terzo passaggio a Bivio Castelli ci fermiamo e cerchiamo di fare il punto della situazione: le indicazioni sono veramente poche e mal distribuite, ma l’unica è provare a seguire quelle. Torniamo nel centro di Bisenti, dove una scolaresca di bimbetti della materna saluta felice il rombo delle nostre moto, e da qui prendiamo come riferimento Arsita e la SP24. Saliamo lungo una strada ancora difficile per il fondo a dir poco indecente e quando ormai sono suonate le 10, ci fermiamo ad un bivio, dove troviamo un bar. Quattro pensionati giocano a carte sotto il portichetto che li ripara dal sole già cocente e i loro sguardi sfuggevoli ci fanno passare oltre. Un cafè, naturalmente abbondante acqua gassata e qualche indicazione da perte della barista, che per quanto indecisa e poco loquace, ci da almeno la giusta direzione di massima e quindi ci toglie un po’ dalla situazione di stallo in cui ci pare esserci addentrati da un paio d’ore. Farindola: ci conviene andare verso Farindola e così facciamo non appena rimessi in moto, dopo quindi pochi minuti dedicati a questa piccola pausa. Siamo, come si suol dire, alla randa del sole e pare proprio nel bel mezzo del nulla. Il territorio qui è più brullo e desolato e purtroppo l’asfalto continua a creare grattacapi, ma almeno pare davvero che si sia trovata la direzione giusta.

Percorriamo ancora la SP34 fino a Roccafinadamo, e lungo strette curve e parecchi rornanti, arriviamo fino a Villa Cupoli. Ora passiamo sulla SP8 e ci immergisamo in una fresca faggeta, circondati da ciclisti che salgono faticosamente la via che conduce verso Rigopiano prima e parecchi tornanti dopo, fino a Vado di Sole. Siamo saliti fino a sfiorare le cime dei monti San Vito e Guardiola ed ora prendiamo la SP80. Ci prepariamo allo spettacolo che arriva quasi all’improvviso. Scolliniamo fra abeti e scendiamo un po’ lungo la strada che ora, finalmente, permette di godere del panorama. Una curva a sinistra e di fronte a noi si apre un ampio altopiano limitato dalle creste dei monti che svettano e rotto solo di quando in quando da colline verderggianti. Ci fermiamo ad immortalare lo spettacolo. Un lungo rettilineo fra il verde dell’erba costellata da fiori e sassi. Null’altro. Siamo troppo in alto anche per gli abeti e i faggi. Siamo sulla SS17bis che sale da Castel del Monte e poco dopo incrociamo il Ristoro Mucciante. Motociclisti in ogni dove, griglie accese e profumo di arrosticini. Saliamo ancora fino a Fonte Vetica, dove la strada finisce. Sagome di escursionisti salgono lontane verso le pendici delle montagne che esplodono impervie e rocciose. Un paradiso!

Continuiamo nella dolcezza delle curve e dei lunghi rettilinei fra il verde acceso dell’erba mossa da una leggera e fresca brezza. Stormi di motociclisti rompono l’altrimenti perfetto silenzio delle praterie e rimbombano fra le pareti delle dolci collinette che salgono ad anticipare le scoscese ed aspre erte che si elevano rocciose all’orizzonte. Al bivio per Campo Imperatore si creano piccoli capannelli nei pressi di alcuni furgoncini dello street food, da cui arrivano profumini allettanti e ruffiani. Saliamo i pochi Km che ci separano dalla fine delle strade, dove l’affollamento è decisamente superiore e quindi ci scoraggia. Compro la classica calamita da frigo per ricordo e dopo aver cambiato la pila del telecomando della moto (fortuna che l’avevo comprata all’autogrill il giorno prima…), riparto assieme ai miei compagni di viaggio, verso il basso. Ci lasciamo alle spalle il vociare dei tanti turisti accorsi a godere del panorama e che si affollano sui tavoli a bere birra e mangiare piatti stracolmi di pranzi golosi. In effetti l’orario chiama appetito, sono infatti passate da un po’ le 12. Ultima piccola sosta nel lungo rettilineo che anticipa l’incrocio che poco prima avevamo imboccato a destra, un gregge di pecore sta per attraversare la strada, bloccandola completamente. Riusciamo ad anticiparle e parcheggiare le moto a bordo strada proprio a pochi passi dall’incrocio. Ci attende un panino delizioso e appagante, che ci viene servito con gentilezza e simpatia. Il sole scalda, ma la giacca non è di troppo. Allegria tutto intorno a noi, a completare un momento di serenità e di riposo molto meritato, dopo una mattinata in cui purtroppo la tabella di marcia si è un po’ appesantita a causa degli inghippi e della fatica che ci è costato guidare su strade purtroppo, troppo spesso molto rovinate o addirittura indecenti.

Con la pancia piena e le pile un po’ più cariche riprendiamo il viaggio lasciandoci alle spalle uno dei posti più belli in cui io sia mai stato e scendiamo rapidamente percorrendo la tortuosa SR17 bis passando sotto i quasi 2000 metri del Monte Cristo e in mezzo a radure su cui si aprono piccoli specchi d’acqua. Dopo alcuni Km oltre alle ginestre e agli arbusti che colorano il panorama, ricominciano a comparire alcune conifere e poi rigogliose foreste che ci inghiottono e ci regalano un po’ di sollievo con l’ombra che spezza l’aggressività del sole. Attraversiamo così il centro di Assergi e incrociamo il tragitto della A24 e a questo punto continuiamo la nostra marcia costeggiando il torrente Riale, che scorre alla nostra destra. Ora i colli che ci sovrastano non arrivano a 1000 metri ed anche la temperatura cresce di conseguenza. Camarda, Paganica, Tempera e sulla nostra sinistra si apre la vallata su cui sorge ciò che rimane dell’Aquila, terra martoriata dal potente terremoto le cui cicatrici si palesano ancora a distanza di due lustri abbondanti. Noi ne evitiamo il centro anche su suggerimento di due locali ai quali chiediamo dritte durante un necessario pit stop per il rifornimento e percorriamo una via alta in cui tutte le costruzioni sono nuove e moderne. Altro piccolo errore che ci costringe ad un breve dietrofront ed eccoci sulla SS17 con ormai alle spalle il celebre capoluogo abruzzese, a percorrere una bella srada ombreggiata e dalle morbide curve che ci cullano fino all’abitato di Antrodoco dove, dopo un paio di stretti tornanti, arriviamo ad un bivio e…

Ci sbagliamo. Siamo stanchi e forse un po’ superficiali nel prendere la direzione opposta a quella che era la nostra. Ci immettiamo sulla SS4, ma in direzione Rieti, anziché verso Ascoli Piceno. La strada è larga e scorrevole. Uno stradone, si direbbe dalle nostre parti…un po’ anonimo e molto rovente. Ci accorgiamo dell’errore quando siamo ormai a 8 Km dalla provincia Laziale e dopo aver percorso circa 15 Km in direzione errata. Guardiamo la cartina per capire se a quel punto non ci convenga creare un percorso alternativo, ma alla fine pare proprio che il dietrofront sia la scelta migliore. Rieccoci quindi in senso inverso ad attraversare Terme di Cotilia, Castel Sant’Angelo, Borgo Velino, fino all’incrocio in quel di Antrodoco, che a questo punto attraversiamo semplicemente continuando il nostro senso di marcia. Un ponte sul fiume Velino e via lungo la SS4, finalmente dalla parte giusta!

A differenza della parte “sbagliata”, piuttosto anonima e monotona, qui la SS4 prosegue in una gola tortuosa, ma guidabile. Assieme al conforto per essere in direzione corretta, anche la compagnia del fiume e annessa frescura, aiutano a migliorare la suggestione e il piacere di guidare. Il traffico è poco e quindi ci si può un po’ rilassare, ascoltando i propri pensieri e l’incedere del motore che, fedele, romba e spinge senza fatica sul leggero pendio che stiamo risalendo. La salita si fa decisamente più impegnativa non appena ci troviamo a lasciare la Salaria per svoltare a sinistra lungo la Via Provinciale Umbra, che sale brusca fino all’abitato di Pallottini, poi fino a Cittareale. Siamo tornati in un’arteria minore, che ci costringe a riattaccare la concentrazione e a faticare anche un po’ nei punti in cui i tornanti sono più stretti e impegnativi. Ancora tanto sole e natura incontaminata attorno a noi e a farci compagnia solo altri motociclisti che ricalcano le nostre orme o ci precedono di qualche curva. Li vediamo, in fondo ad un paio di rettilinei, che se non fosse per il fondo anche qui disastrato, offrirebbero momenti di relax e qualche allungo di motore.

Purtroppo il fondo rimane infido e difficoltoso per l’intera percorrenza di questo tratto di strada. Lasciamo il Lazio e giungiamo all’ombra del Colle La Croce e del Collelulgo in Umbria, dove, dopo parecchio viaggiare fuori dalla civiltà, guardacaso, attraversiamo la borgata di Civita e di lì a poco scendiamo tramite la SP476, che viaggia su una cresta piena di lavori in corso e purtroppo pericoloso brecciolino ad insidiare ogni curva, specialmente nel tratto in discesa verso Savelli, sotto il brullo Monte Matto. Ora la strada è pianeggiante. Siamo alle porte di Norcia e tutti abbiamo una gran sete. Dopo quasi quattro ore dall’ultima sosta ci concediamo una pausa per riposare e soprattutto fare il punto della situazione. Il caldo spinge e noi siamo fortemente in ritardo. Secondo i nostri calcoli mancano almeno 2 ore e mezza di moto e il pomeriggio segna già le 16. Pare obbligatorio ridimensionare il percorso e non senza rammarico, ma senza esitazione alcuna, decidiamo di rinunciare alla piana di Castelluccio, inizialmente nei programmi.

Dopo tanta acqua gassata, qualche gelato e un rapido conciliabolo, ci troviamo quindi tutti d’accordo sulla necessità di accorciare il tragitto e così quando ripartiamo, lo facciamo lambendo la periferia di Norcia per poi virare verso ovest lungo la SS685, che s’infila nella stretta vallata scavata dal fiume Sordo, fra il Monte Rotondo, il Monte Argentigli, il Colle Briga, il Monte Istrice e scende poi fino all’abitato di Borgo Cerreto, dove riprendiamo direzione nord lungo la SR319, che segue il fiume Vigi e attraversa dopo poco Cerreto di Spoleto. Qui la vallata è più ampia e aperta e la strada sale lentamente e con traiettoria morbida. Fa molto caldo e iniziamo ad essere notevolmente stanchi. Il sole cala e i giochi di luce fra i campi coltivati e il verde intenso dei boschi che coprono le cime attorno a noi. La strada torna ad avere qualche tratto più impegnativo quando lasciamo il Vigi per risalire il suo affluente, il torrente Argentina, solo per un breve tratto e poi ritornare nei pressi del letto del corso principale della zona, fino a Sellano, poi Villamagina. Costeggiamo le sponde boscose del Colle Fiano e del Monte Puto in altro tratto di strada da guidare con attenzione. Una curva dopo l’altra vediamo il sole abbassarsi sempre più e regalare riflessi affascianti. Abbiamo però ormai una voglia matta di arrivare, ma ci aspetta ancora più di un’ora fra le strette vallate che ci fanno passare nell’Umbria più recondita e nascosta. Paesaggi bellissimi e atmofera magica…anche la stanchezza concede il gusto di quello che ci attende dietro ogni curva.

Arriviamo a Scanzano Belfiore e rischiamo di sbagliare ancora…siamo davvero stremati, ma per fortuna ci mettiamo sulla retta via dopo un breve tentennamento e dopo San Vittore e un’altra piccola indecisione, imbocchiamo la SS3, che ripercorre il fiume Topino e quindi la Val Topina. Qui ai nomi meno conosciuti come Ponte Centesimo, Ponterio, Vittiano, si alternano a quelli più celebri come Nocera Umbra e infine Gualdo Tadino. Manca ormai poco, quando a Cerqueto lasciamo la Flaminia per imboccare la stretta SP245. Nuovamente una strada nel cuore delle colline e delle campagne umbre. Sono rari i centri abitati come Anguillara o Santa Croce, che rimangono nomi impressi nella nostra memoria. A Cerasa svoltiamo lungo la ancora più minuta Provinciale di Casa Castalda. Sono le ultime sudatissime curve, mentre la sera si agghinda per il tramonto. Arriviamo al Bivio che ci porterà fino all’agriturismo Le Dolci Colline. Tutto molto dolce, in effetti, quasi bucolico, ad eccezion fatta per la stradina ghiaiata e polverosa in discesa che dobbiamo percorrere per circa un paio di Km prima di arrivare a destinazione. Io lo faccio a passo d’uomo e pregando di non dover toccare i freni. Quando arrivo, senza più energie fisiche, ma soprattutto mentali, sono davvero felice…ora ci attende un bel bagno in piscina, una cena d’asporto (grazie all’ottimo servizio, non dovuto, ma che ci salva, offerto dal gestore dell’Agriturismo), e la partita della Nazionale di calcio contro l’Austria…poi una bella dormita!

GIORNO 3 (27 VI 2021)

Una dormita coi fiocchi, che onestamente avrei protratto anche più a lungo. Il letto comodissimo e soprattutto la temperatura meravigliosa che costringe addirittura a dormire coperti. La mattinata è fresca fra gli ulivi che circondano la casa. Un po’ di relax, ma ben presto ci prepariamo con calma e intorno alle 8.30 rorniamo ad innestare la prima. Saliamo la stradina ghiaiata (in salita e da riposati, il diavolo appare decisamente meno brutto della serata precedente), eccoci di nuovo sulla Strada Provinciale di Casa Castalda, ma in direzione opposta a quella da cui eravamo arrivati il giorno prima. Per fortuna l’asfalto è stato fatto da poco e così, anche se la carreggiata è stretta e tortuosa, ci godiamo fin di primi momenti la guida fra l’aria fresca di questa domanica mattina, che ha come tappa finale il ritorno a casa. Il sole splende raggiante sulla vallata sottostante, che raggiungiamo dopo un lungo tratto di una discesa che ci fa abbassare di quota molto rapidamente, coi primi tornanti che fanno scoppiettare il motore delle moto. Ci fermiamo per il rifornimento appena giunti a Valfabbrica e successivamente parcheggiamo le moto nella graziosa piazzetta, mentre i rintocchi del campanile suonano le nove: è ora di fare colazione.

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Mezzoretta e la pratica è archiviata e così risaliamo fino alla SP175/2, che scorre placida e praticamente rettilinea fra le campagne ancora addoermentate: Osteria di Ramazzano, Casa del Diavolo, Resina Sant’Orsola. Incrociamo il nostro tragitto con quello del Tevere, che scorre in direzione contraria alla nostra verso la Capitale d’Italia. Noi invece risaliamo verso Nord, seguendo come riferimento prima Umbertide, poi Città di Castello, di cui vediamo scorrere le celebri Mura e riconosciamo l’ingresso dell’Hotel in cui alloggiammo un paio di anni fa, quando la Città medioevale fu meta della prima tappa della nostra zingarata dell’epoca e di cui potete leggere qui.

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Continuiamo in direzione Lerchi, che superiamo per arrivare a Mezzavia. Il nome che ci ricorda quello del quartiere della nostra Sassuolo, non corrisponde nè a quella zona, tantomeno a metà della via che ancora ci manca prima di arrivare a destinazione. Vedo le indicazioni per Monterchi, dove andai per la prima volta con l’amico Ginna ad ammirare “La Madonna del PArto”, opera d’arte dipinta da Piero della Francesca a metà del XXV secolo, nel bel mezzo del Rinascimento italiano, che da queste parti ha lasciato tracce meravigliose ed indelebili per la storia dell’intera umanità. Noi però dobbiamo continuare la nostra di tracce, che purtroppo non ci lascia il tempo per questo tipo di visite e soprattutto ci fa deviare verso Citerna e Fighille, quindi lungo la SP100. All’improvviso ci troviamo l’inconfondibile silouette di un altro autentico gioiello di zona, ovvero la cittadella medioevale di Anghiari. Anche per questa purtroppo non c’è tempo e così procediamo spediti lugo la SP47 che poco più a nord lambisce le acque del Lago di Montedoglio. Motina, Albiano, poi allontanandoci verso nord ovest dal bacino artificiale, arriviamo a San Cristoforo Caroni, poi a Caprese Michelangelo, poi a Lama, dove deviamo lungo la tortuosa SP54, che dopo diverse curve fra altre borgate composte da poche case e tante ginestre, che colorano di giallo l’altrimenti brullo panorama, ci porta a Chiusi della Verna. Decidiamo che una sosta ci sta per caffè e ovviamente acqua gassata ed anche per studiare il piano per le ore a venire. Sono circa le 11 e inizia ad essere d’attualità il pensiero del pranzo.

Mentre attorno a noi si parla di funghi e una signora arriva con parecchi esemplari di bei porcini, appena cavati dai boschi circostanti, decidiamo che per il pranzo la zona di riferimento sarà quella di Borgo San Lorenzo a nord est di Firenze e poco a Sud di Barberino del Mugello. Spulciamo i nomi dei ristoranti e scegliamo il Bar Trattoria Pizzeria Mattagnano di Vicchio. Per arrivarci, però abbiamo ancora parecchi Km e curve da macinare e così, dentro la prima per procedere Bibbiena. Ancora profumo di ginestra e ora è l’Arno a farci compagnia lungo la SR70, che ci porta sulla torrida piana di Poppi e successivamente a Ponte d’Arno, dove imbocchiamo la SR310, fino a Pratovecchi, poi Stia. Da qui la strada diventa più suggestiva, ma anche più tortuosa. Torniamo a salire mentre ci inoltriamo fra boschi e senza incontrasre abitati veri e propri per parecchi Km, percorrendo la Strada Statale Stia Londa, proprio fino a questo centro, risalendo ancora il corso dell’Arno, che pochi Km a valle andrà a bagnare i piloni di Ponte Vecchio, nel centro del Capoluogo della Regione che stiamo attraversando da sud a nord, in direzione degli appennini. Il caldo ce li fa agognare, ma quando arriviamo sulle sponde del Sieve, anche lo stomaco inizia a reclamare. Non manca moltissimo e a Dicomano iniziamo a percorrere l’agevole e torrida SP551, che di lì a poco di porta a destinazione e finalmente a tavola! Qui non ci risparmiamo. Una brezza leggera giunge a rendere più gradevole il pranzo all’ombra del porticato da cui possiamo vedere il passaggio sulla strada principale. Se il panorama non è esattanente il massimo, il menù è abbondantemente soddisfacente: funghi e fiori di zucca fritti e pappardelle ai funghi a al cinghiale. Ovviamente tanta acqua gassata, che prima di accompagnare il lauto pranzo, va a sedare l’arsura docuta al gran caldo patito in particolare nell’ultimo tratto di strada.

Quando decidiamo di ripartire sono ormai passate da un po’ le 14 e sappiamo che ci aaspettano ancora molti Km, prima di tornare ad alzarci di quota e quindi poter godere di temperature più gradevoli. Attraversiamo Borgo San Lorenzo ancora un po’ intontiti dal cibo e naturalemente dall’afa, poi ci spostiamo ad ovest fino a San Pietro a Sieve e poco dopo ci ritroviamo sul suggetivo passaggio sull’estremità est del Lago del Bilancino, che brilla di riflessi e di un azzurro chiaro e lucente. Siamo già sulla SS65, che rimarrà per diverse decine di Km la nostra direttrice. Iniziamo finalmente a risalire di quota, su una cresta che divide due vallate ampie e che ci regalano panorami aperti e soprattutto un tragitto rilassante e mai faticoso. Essendo domenica sono parecchie le moto che salgono e scendono lungo la via Nazionale che porta alla Futa e non sono poche nemmeno le auto che viaggiano assieme a noi in cerca di refrigerio, che arriva piano, piano. La strada è perfetta e così possiamo rilassarci e godere oltre che delle curve e del suono dei nostri motori, anche dei pensieri e di un po’ di solitudine di quella buona. Montecarelli, Poggiobianco, un paio di curve più impegnative in quel di Santa Lucia, Monte di Fò ed ecco flotte di moto che rombano sulla strada che di lì a poco scollinerà al Passo della Futa. Noi non arriviamo proprio al passo, perché alla grande rotonda che lo anticipa di poco, giriamo a sinistra in direzione Pian del Voglio, lungo la SP59, lasciandoci alle spalle il tetro, ma suggestivo Cimitero Germanico Militare della Futa. Iniziamo a scendere un po’ e dolcemente fino a Fratte, poi Bruscoli, dove la discesa diventa un po’ più impegnativa, ma sempre guidabilissima. Ancora profumo di Ginestre, che in questa giornata diventa un classico, un po’ come l’acqua gassata. Oltre a quello, iniziamo a sentire profumo di casa e poco prima di Ginestrelle ecco il cartello che certifica il passaggio dalla Toscana all’Emilia Romagna e dalla SP59 alla SP61, che dopo Pian del Voglio, continuiamo a seguire fino a Montefredente. Qui deviazione secca a sinistra, imboccando la stretta e tortuosissima Via Stazione. Tiriamo un po’ il fiato dopo numerosi e strettissimi tornanti solo quando arriviamo sulla sponda destra del Fiume Setta, che accompagniamo nel suo incedere verso valle lungo la SP60, fino ad incrociare la SP365 che ci conduce praticamente in piano, anche dopo aver passato il corso d’acqua ed essere passati sulla sua riva sinistra, fino a Ponte Locatello, dove, poco prima di giungere a Grizzana, svoltiamo a sinistra per tornarci ad inerpicare lungo la SP24, che ci condurrà dopo altri tornanti e altre faticose curve, fino a Grizzana Morandi. Qui un tratto tutto sommato agevole di strada in costa, ci conduce fino a Casigno prima, Carviano poi e di qui, giù a rotta di collo verso un’altra valle: quella infuocata del fiume Reno.

Vergato è sonnolenta, ma inaffrontabile per l’afa in cui è immersa. La attraversiamo rapidamente da nord a sud, prima di svoltare verso un’altra erta lungo la SP25, che in men che non si dica ci fa risalire di quota. Se da una parte le curve e gli stretti tornanti mettono a dura prova le nostre energie, ormai provate da qualcosa come 1250 Km in poco meno di tre giorni, dall’altra, impossibile non godere nel lasciarci alle spalle l’autentico forno in cui ci eravamo trovati pochi minuti prima. La strada è trafficata e le auto procedono faticosamente e lentamente lungo la tortuosa costa in ombra che porta a Susano. Piano, piano, pazienrtemente e senza correre alcun rischio riusciamo a liberarci della carovana su quattro ruote e dopo Cereglio, incontriamo Amore, poi cambiamo direttrice. Ora siamo sulla SP623. Non cambia di molto la musica: curve e il tipico paesaggio del medio appennino, mentre il pomeriggio della domenica scorre verso la sera. Montetortone, poi finiamo a…Trappola, ma nessuna brutta sopresa, ormai iniziamo a leggere nomi più che famigliari e a riconoscere curve già percorse innumerevoli volte nei nostri giretti in giornata. Dopo le ampie curve a Lame, eccoci a Fogna e finalemente a Zocca, dove ci eravamo accordati per l’ultima sosta prima del rush finale verso la bassa e quindi casa.

Anche qui il pomeriggio è caldissimo, anche se siamo già all’ora dell’aperitivo, che noi facciamo a base di ghiaccioli e ovviamente l’immancabile acqua gassata. Ora la voglia di arrivare è veramente molta, ma tutti abbiamo assoluto bisogno di dare una discreta pausa alle mani provate da frizione, freno e gas, dalle gambe dal cambio e il sedere dalle tante buche sopra le quali anche oggi siamo passati. Ci concediamo quasi una mezzoretta di stop, poi decidiamo che è ora di montare nuovamente in sella e innestare ancora una volta la prima. Come spesso capita in queste occasioni si riprendono i momenti salienti dei tanti chilometri appena percorsi, ma inevitabilemente, assaporando l’agrodolce della fine dell’avventura, non si può che buttare un occhio, ma soprattutto il cuore verso la prossima avventura. Non siamo ancora arrivati a casa e anche se il nostro più grande desiderio è quello di una bella doccia e di una bella serata sul divano, già iniziamo a fantasticare su dove dirigere le nostre moto per ricominciare da capo l’emozione di partire e scorpire una curva dopo l’altra le meraviglie che abbondano attorno a noi. Alto Adige? Friuli? Passo dello Stelvio, Piemonte? Mi piacerebbe andare in Sicilia, dico io…sì un sogno che prima o poi vorrei realizzare quello di scorrere le strade dell’isola che fu granaio dell’impero romano. Pensieri che accompagnano e fanno passare in un batter d’occhio le poche decine di Km che mancano alla chiusura della zingarata. Ancora un po’ di appennino, poi a Formica ecco la pianura, il Panaro e la bellissima rocca di Vignola. Abbiamo visto tante bellezze e continuiamo a rifarci gli occhi con quelle di casa nostra. Le colline toscane sono un incanto, ma di certo non da menolo sono quelle della zona di Castelvetro, ricoperte dai vigneti del meraviglioso Grasparossa, ora arrossati dal sole che cala quasi di fornte a noi. I primi capannoni di Piastrella Valley arrivano brutti, quanto confortanti. Ci salutiamo in movimento ai vari crocevia che ci indirizzano verso casa. Fermo la moto e fotografo il contachilometri: sono 1320. E tutti pieni di emozioni, tanti pensieri in libertà, qualche momento di malinconia, tanta allegria, belle persone, ottimi compagni di viaggio, cibo meraviglioso, luoghi speciali. Una zingarata coi fiocchi, che aspetta solo di essere eguagliata in bellezza dalla prossima…



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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