GIORNO 1
Mentre qui a Piastrella Valley nel momento in cui inizio a mettere nero su bianco questo resoconto, dietro le finestre dell’ufficio e sopra le vetrate dei capannoni picchietta rumorosamente una pioggia furente, mi viene istintivamente da pensare a come sarebbe stato trovarmi sotto un diluvio simile durante il trekking che ho vissuto nel fine settimana appena passato. Mi dico anche che per fissare nella memoria, nonché nel tentativo di trasmettere un po’ delle emozioni da me vissute a chi avesse voglia di seguirmi in questo racconto, valga la pena tentare di riassumere, con l’ausilio di qualcuna delle decine di foto che ho scattato e, in diretta o nei giorni successivi, ho in realtà già postato sui vari social a cui a fasi alterne, mi diverto a “partecipare”. Un viaggio che sulla carta spaventa, ma che alla fine si è rivelato decisamente più a portata e quindi più godibile e pieno di soddisfazione. Nessun momento di vera sofferenza, escluso un piccolo tratto in cui non era il fisico a reclamare, ma la mente. Ma andiamo per gradi, come si suol dire in queste occasioni.

Innanzi tutto parto col rammentare che per decisione e schietta volontà, ero solo, ma devo ammettere che non mi sono mai sentito abbandonato, proprio grazie al contatto che a cadenze regolari avevo deciso di mantenere, per gioco e per passatempo, ma anche come conforto, con chi aveva voglia di seguirmi, in particolare con le ormai celeberrime storie di Instagram (se vi va di recuperarle eccole qui: giorno 1 e giorno 2). Mi sono anche chiesto se fosse più giusto isolarmi, ma mi sono subito risposto che no, non era per niente necessario estremizzarla. Ero solo con le mie gambe e ciò mi bastava. I tempi erano i miei e nessuno da assecondare, ma non per questo serviva a qualcosa fare l’eremita. Sarebbe stata una sciocca posa spropositata. Anzi, partito in modo scherzoso, poi man mano sempre più coinvolto nel gioco, mi sono proprio divertito a mixare questa esperienza un po’ retrò con flash social digitali. Bello quando qualcuno mi ha detto che si è proprio divertito a seguirmi e che gli ho fatto provare un po’ delle emozioni che in quel momento stavo vivendo in prima persona: questo, lo ammetto mi fa molto, molto piacere, perché così ci siamo divertiti assieme, ognuno dalla e nella dimensione che più ci si addiceva in quei momenti.

Credo che sarebbe però riduttivo parlare di questo trekking limitandosi a descrivere l’itinerario e raccontare qualche aneddoto curioso, divertente o emozionante che sia, perché, per citare l’amatissimo Walter Bonatti, certe imprese iniziano a vivere quando le si immagina e le si pianifica. Ridimensionando la parola impresa sui miei livelli, devo dire che anche per me è stato davvero emozionante e a tratti eccitante iniziare ad immaginare il percorso e quando necessario partire per rapidi sopralluoghi. Ideare è veramente parte del viaggio e non ho difficoltà a dire che nei giorni precedenti faticavo a non perdermi nell’immaginazione e qualche volta anche in veri e propri sogni ad occhi aperti. Qualche notte insonne, ripassando le strade e ponendomi molti dubbi, me la sono dovuta sorbire. La cosa meravigliosa è che ho potuto contare sull’aiuto di alcune persone che mi hanno dato dritte, percorsi, mappe e consigliato in base all’esperienza diretta sulle proprie gambe. Mi sento dunque in dovere di ringraziarne in particolare tre, anche se sono stati di più coloro che hanno messo un pezzettino di aiuto e questi non me ne vogliano se non li cito, ma in da queste particolari persone, oltre ai consigli, non è mancato il determinante incitamento e l’entusiasmo nello spingermi, soprattutto quando in alcuni momenti stavo per rinunciare all’idea, di fronte allo sconforto giunto al cospetto di ostacoli che sembravano più duri da superare di quanto in realtà non lo fossero realmente. La determinazione e il sogno sono parte di queste avventure e soprattutto evitare di farsi ingabbiare dal convenzionale in cui ci pare strano uno dei gesti più naturali che si sia, ovvero camminare…Grazie dunque in particolare a: Ileano, Michele e Sonia. Fra i pochi che non solo non mi hanno dato del matto, ma che appena ho parlato loro dell’idea, per avere qualche suggerimento, si sono spinti oltre il semplice incitamento, ma si sono resi partecipi con un coinvolgimento ben più ampio che non quello che poteva bastare in risposta alle mie richieste. Grazie! Grazie! Grazie!

La settimana inizia anche guardando ossessivamente le previsioni del tempo, che inizialmente sono confortanti, poi virano fino a sfiorare il tragico e per fortuna si assestano su un bello venerdì, variabile ma senza cataclismi il sabato. Quelli sono i due giorni deputati alla camminata: venerdì 21 e sabato 22 maggio 2021. Per la partenza, forse anche perché, come accennato sopra, già da qualche notte fatico a non perdermi con la fantasia sul tragitto e nei dubbi che mi assalgono sulle reali possibilità che ci sono di giungere a destinazione, decido di affidarmi simbolicamente al termine di questo odioso quanto ormai ingiustificato coprifuoco, quindi alle 5 del mattino. Tornando sui dubbi: in realtà io non parto mai se non sono convinto di arrivare, sia chiaro, ma qualche volta mi è capitato di dover tornare indietro e quando è successo era proprio perché non si poteva fare altrimenti, quindi le possibilità che ciò accadesse erano e ne ero consapevole, veramente remote. Però il come sarei arrivato, ecco, quello mi preoccupava eccome. Già sentivo le reprimende di chi sghignazzante mi apostrofava nel mio acciaccato claudicare o icrespare il viso in buffe smorfie, per dolorini e doloroni vari. Il giorno prima della partenza, in fila per prenotare la vaccinazione anticovid-19 in farmacia, mi sono trovato a fianco dell’espositore dei cerotti appositi contro le vesciche e mi sono ovviamente rifornito come non ci fosse un domani. Posso fin da subito rassicurarvi che la scatola è ancora intonsa e fortunatamente inutilizzata. Ma ora basta cincischiare…bisogna partire!

4,07 di venerdì 21 maggio 2021. Sono in dormiveglia da un po’, ma al primo vibrare della sveglia scatto in piedi come una molla, come nemmeno quando da bimbo si doveva andare in gita a Venezia e cercando di fare pù piano possibile mi dirigo rapidamente in bagno per svegliarmi del tutto con un bel getto di acqua fresca in faccia. I vestiti scelti per la partenza sono appoggiati con lo zaino sul divanetto della stanza dei dischi e inizio ad indossarli velocemente, anche perché la temperatura non è delle più confortevoli, nonostante si sia già a fine maggio. Viene poi il momento della colazione, che mi concedo abbondante: uova strapazzate e pane tostato, più una banana e succo di limone. Lo zaino è praticamente già pronto, basta infilare lo spazzolino da denti e sistemare la giacca con le fasce a strap esterne del mio fido Burton, mi allaccio le scarpe, ma è ancora troppo presto. Inizio quindi a giochicchiare con le storie di Instagram per ammazzare l’attesa, che però a quel punto vola in un batter d’occhio. 5 in punto. Mentre esco dal cancello di colpo le luci della via si spengono come fosse arrivato un black out e mi lasciano nella tenebra, mentre timidamente l’alba fa capolino nella fessura lasciata verso l’orizzonte dai condominii di fronte a casa mia. Primo segnale orario della giornata di fronte al cancello di casa, poi, nulla giustifica più il tergiversare. Tutte le cerimonie sono compiute. Attacco a camminare nell’aria frizzantina e nelle vie deserte che giornalmente percorro da anni. Passo di fianco alla San in Via Agnini e all’oratorio in Via Papa Giovanni XXIII, imbocco poi una silenziosa Via Menotti, fino ad una sonnachiosa Piazza Piccola (Piazza Garibaldi per i non sassolesi), addobbata con luci tricolori. Solo qualche ombra, quasi degli spettri che qui e là si muovono furtivamente nel buio, sempre meno imperscrutabile ed integerrimo e che inizia a cedere definitivamente al primo fioco bagliore quando entro nel parco Ducale, poco dopo aver lasciato l’accantierata Piazza Martiri Partigiani e aver pensato per l’ennesima volta che sarà veramente uno scempio che quello spazio prezioso, sarà di nuovo deturpato con un grottesco parcheggio.

La ghiaia sotto i piedi scandisce il movimento, fino all’arrivo in Via Indipendenza che poco dopo cofluisce in Viale Palestro, e da qui, nei pressi della celeberrima ditta di trasporti Gazzotti, corro ad infilarmi sulla ciclabile che costeggia il Secchia. Qui il silenzio è rotto dal borbottare sonnacchioso di due camion avviati e in attesa anch’essi di un viaggio, ma ancora fermi e pochissime centinaia di metri dopo, prima attraversare il fiume sul ponte pedonale che mi porta sulla sponda reggiana all’altezza di Cà de Fii, sono fortunatemente i canti degli uccellini ad occupare i miei padiglioni auricolari. Sarebbe stato più bello camminare sul percorso parallelo sulla sponda sassolese, ma l’unico passaggio, la traversa di San Michele/Castellarano, non avrebbe aperto i cancelli fino alle 7, ora in cui io ho calcolato e senza errore, di poter già essere molto più avanti. Ora cammino fra le ginestre in fiore, le imponenti torri di sostegno delle linee elettriche e ancora il canto degli uccellini, che via, via si fa una tempesta di richiami. Mi stupisco e non senza rammarico nel constatare quanto traffico sia già presente sullo stradone che scorre violentemente alla mia destra, a far da contraltare all’armonico e delicato incedere del Secchia sulla mia sinistra. Per un po’ ne avrei fatto veramente a meno del rumore del motore a scoppio e dello sciabordare degli pneumatici a tutta velocità sull’asfalto…ma in questo senso, il peggio deve ancora venire. Ora ci si vede proprio bene e dopo un’ora di cammino sono quasi arrivato all’altezza del centro abitato di Castellarano. Il sole alle mie spalle è ormai salito ben oltre la linea dell’orizzonte, ma rimane parzialmente celate dietro nuvole, formando un gioco di luce davvero suggestivo, che non manco d’immortalare e di salutare con gioia. Incontro anche una persona, un operaio con in mano un decespugliatore, che mi saluta un po’ sorpreso della mia presenza. Devo poi aspettare ancora una buona mezzoretta per incontrare un affannatissimo e sovrappeso runner, che non ricambia nemmeno il mio saluto. Brutta abitudine non salutare. La ciclabile scorre veloce e senza troppe sorprese, seppur in lieve contropendenza. Ancora una ventina di minuti e arrivo in zona Campiano, dove si erige una celebre Chiesa e dove incrocio anche i cancelli ancora chiusi della traversa sul Secchia già sopra citata. Qui, poco avanti a me un’altra persona (una ragazza), che silenziosamente si gode il mattino. Sono preoccupato da quello che mi attenderà quando dovrò abbandonare la ciclabile su cui cammino, per percorrere un tratto della Caveriana e poi la Strada Provinciale 486R. Per quel passaggio purtroppo non ho trovato un modo ragionevole di aggirare la strada, che già so sarà molto trafficata, anche da mezzi pesanti. Arrivo infine al termine del percorso a bordo fiume e poco prima di attaccare la rampetta della nuova ciclabile in costruzione che porta fino al parcheggio del Ristorante al Ristoro, incontro un signore che con le stampelle e visibilmente colpito da un problema cronico alla gamba sinistra, si fa la sua passeggiata in manica corta. Io sono ancora vestito come alla partenza…forse troppo. Mi tolgo uno strato di abbigliamento e salgo verso la come previsto, già trafficatissima strada di collegamento fra la montagna e Piastrella Valley.

Il serpentone di mezzi sgasanti sale incessantemente dalla curva in salita che porta verso la Caveriana. Io resto il più vicino possibile al polveroso gard rail, spaventato dai musi dei TIR che rombano a si e no un metro da me. Fra tutto questo caos, scorgo un altro matto che si espone agli elementi, non a piedi, ma in biciletta e sale venendomi incontro. Inizimo a capire quando lui si trova a circa 4/5 metri. Si ferma con un’esclamazione mista fra gioia e stupore: “ma non ci credo!”. Io non so perché ma forse me l’aspettavo o probabilemente dentro, quasi ci speravo. È Andrea di Toano, che lavora a Sassuolo e ci va in bicicletta. Tutto bardato con il suo zainetto e il casco, gli occhiali e la barba ispida che sprizza pazzia da ogni pelo. Situazione surreale, in cui ci fermiamo a scambiare qualche battuta mentre il mondo motorizzato rumoreggia incessantemente e dagli abitacoli arrivano occhiate di compatimento e stupore. Ci salutiamo riprendendo i nostri moti divergenti, ma mentalmente affini. Un bellissimo incontro che mi stampa un sorriso che purtroppo non può durare a lungo, visto che ora mi attende quello che sapevo essere il tratto peggiore della camminata. Anche l’orario è proprio quello più sbagliato. Alla rotonda poco prima della deviazione per il Centro di Roteglia le macchine si incolonnano e ciò che respiro in quei momenti non è proprio il massimo. Mi sento fuori posto per la prima volta e posso dire a ragion veduta, l’unica dell’intero trekking. Se devo indicare un momento difficile e in cui mi chiedo cosa mi sia saltato in mente, è solo quello in cui ho dovuto attraversare il drittone fino al Muraglione. Ogni tanto riesco a camminare nell’erba o in stradine laterali, ma, anche per distrarmi e sopportare meglio la situazione che sto vivendo, inveisco con chi non ha mai pensato alla mobilità dolce per quel tratto di strada. In realtà una nuova ciclabile è ora in costruzione, ma dopo essere stata ferma per circa 15 anni. Una vergogna e un resa totale alla mobilità motorizzata che troppo spesso e in troppe zone delle nostre province ha portato a rendere impossibile fare la cosa più normale per l’uomo: camminare. Arranca, arranca e camion dopo camion, frastornato, affumicato ed un po’ avvilito, arrivo al bar Piccinini di Muraglione. Ordino un gnocco alla mortadella: non mangio qualcosa di simile da quasi un anno. Mi ritempro, non tanto fisicamente, ma mentalmente. Purtroppo dovrò camminare lungo la strada principale ancora per qualche Km, prima della svolta per Lugo e quindi imboccare la ben più serena, vecchia strada per Debbia. Mi scrivono di avermi visto e di avermi urlato qualcosa proprio nel momento dell’inferno appena lasciato. Chiedo scusa a Daria, ma proprio non l’ho sentita. Sarebbe stato un altro bell’incontro, seppur dispari da abitacolo a scarponi.

La pausa è assolutamente ristoratrice e ancora di più lo è trovarsi dopo una mezzoretta di cammino, finalmente fuori dalla direttrice principale che proseguirebbe sul viadotto con galleria fino a Ponte Secchia. Io nella frazione al confine fra il Comune di Baiso e quello di Toano arriverò solo un paio di ore dopo. Il bello comincia subito dopo Casa Poggioli, quando mi lascio alle spalle l’incrocio del ponte di Saltino e cammino nello zigzagante incedere della vecchia provinciale, che come recita il cartello, ha dismesso anche l’ANAS. Piano, piano mi allontano dal rumore tonante dei camion, che ora sento solo in lontananza, venire dal basso, come il riflesso della verdeggiante e tumumultuosa acqua del Secchia, che scorre alla mia sinistra, gonfio della neve che si sta sciogliendo sempre più rapidamente. Alle borgate di Debbia, prima, Gavia, poi, si alternano lunghi tratti di saliscendi fra coltivi e boschetti. Spunta il sole che aiuta a far brillare i fiori delle robinie e quelli che puntellano i prati stabili. I profumi della primavera inondano l’aria e finalmente scacciano quello impestato del benzene e del gasolio, che ora pare solo un lontano ricordo. Sto benissimo e la situazione mi mette allegria. Saluto gli anziani che trovo sulla soglia delle abitazioni, intenti nei lavori domestici o accrocchiati per due chiacchiere mattutine. Sono forse tre le automobili che incrocio nei circa 4 Km che mi riportano, con una piccola discesa proprio al ricongiungimento con la strada veloce nell’abitato di Ponte Secchia. A metà strada cambio anche abbigliamento, assecondando il sole ora alto e potente e calzando le braghe corte che i miei figli mi hanno regalato proprio la sera prima per il mio compleanno e ripiegando anche la giacchetta nello zaino. Prima di scendere verso Ponte Secchia mi concedo una sosta per bere un po’ d’acqua e mi accorgo che i pantaloni lunghi che avevo legato fuori dallo zaino, non sono più lì…persi. Spero di averli messi dentro, ma ora non ha senso controllare, tanto non sarei mai tornato indietro a cercarli. Dopo 15 anni al mio fianco li saluto definitivamente…

Sono le 11 e dopo aver attraversato il Secchia sullo stretto ponte senza marciapiede, entro nella disordinata Cerredolo. Fin dalla progettazione della camminata avevo pensato al celebre centro appenninico situato alla proprio alla confluenza del Dolo nel Secchia, come ideale per la pausa pranzo. Ma è molto presto e non è che stia crepando di fame, anzi. Sto bene e mi viene voglia di continuare, però so benissimo che da lì al finale di tappa, non avrei più incontrato altro centro abitato. Vedo i tavolini fuori dal forno ed entro. Dopo qualche simpatica chiacchiera con le commesse, mi trovo con un bel panino al prosciutto e una bottiglietta d’acqua, all’ombra esterna del locale. Mi arriva anche la telefonata di Fabio, vecchio amico conosciuto in gioventù durante la mia esperienza come educatore nella nella colonia Villa Maria di Passo Mendola in Trentino Alto adige e che solo il giorno prima mi aveva ricontattato. Passo una ventina di minuti con lui a rinfrescare memorie e a raccontare in sisntesi gli ultimi quasi 30 anni di vita. Un po’ di compagnia alla fine c’è stata proprio bene! Alla fine, fra tutto, mi fermo per poco meno di un’ora. Vedo le frittelle di baccalà in esposizione e non resisto: oggi, mi dico, possiamo esagerare. Prendo anche un caffè e dopo aver salutato, mi rimetto in cammino, carico e desideroso di affrontare l’ultimo terzo di percorso, che per me è totalmente nuovo.

Nuvole veloci vengono trasportate dal vento e a tratti coprono il sole, rinfrescando al volo l’altrimenti accaldata atmosfera. Passo veloce il breve tratto di strada provinciale, fino alla salitina che immette nel piazzale della piccola chiesa paesana, dall’aspetto molto nordico e originale. Qualche giorno prima ero salito per verificare il luogo di attacco del sentiero Partigiano Numero 13 e per fortuna, perché purtroppo potrebbe risultare difficilmente riconoscibile e trarre in inganno chi dovesse arrivare per imboccarlo. Fortunatamente il giorno del mio sopralluogo ho avuto la fortuna di ricevere l’assistenza di due locali, che mi hanno indirizzato a botta sicura su dove trovare l’inizio del sentiero e così ora posso proseguire senza indugi e timori di smarrismi, verso la mia meta. Nel dettaglio e comunque nella speranza di aiutare chi dovesse decidere di cercare questo sentiero: una volta di fronte all’ingresso frontale della chiesa, si trova sulla destra di chi sale dalla strada un cancello scorrevole aperto; questo immette nel cortile di una struttura scolastica, che si erge sulla sinistra del piazzalino. Sulla destra, invece, una staccionata delimita l’area cortiliva, rispetto alla costa della collina boscosa che declina a picco proprio sul piazzale. Esattamente nell’angolo opposto, sulla destra rispetto al punto di entrata nel cortile, c’è un piccolo e sgangherato cancello. Apritelo e lì troverete il sentiero. A testimoniarne la presenza la classica effige dei sentieri partigiani, con la stilizzazione di una bellissima foto, dipinta in rosso a fianco del numero 13.

Le campane attorno a me rintoccano per segnalare il mezzogiorno. Si parte immediatamente con una pendenza severa. Piccoli strappi a zig zag in un fitto e bellissimo bosco di Quercia. Nei punti più ripidi il sentiero è stato segnato in modo netto e sono stati posti in soccorso dei corrimano in legno ad aiutare, oltre che per l’appoggio, anche nell’orientamento, per il quale sono comunque ben visibili i segnali disposti su quasi tutto il tracciato, che purtroppo, però, dimostra di non essere molto battuto e di necessitare di una bella ripulita e sistemata. L’inverno nevoso e lungo ha lasciato qualche danno e soprattutto ha riempito di rami rotti il percorso che è comunque agevole e faccio senza nemmeno troppo faticare. Il morale è davvero molto alto e sono felice di essere finalmente nella natura. Guardo furtivamente sfidando la fortuna: magari un funghetto? Fantasia disillusa, ma sarebbe stato veramente troppo: ammettiamolo! Mentre salgo e rispondo ad una telefonata da casa, mi distrae un trambusto sulla mia sinistra. Non capisco cosa stia scappando, ma dal rumore è qualcosa di grosso: un cervo? Non lo saprò mai, non faccio in tempo a vedere che un’ombra con la coda dell’occhio. Di lì a poco il sentierino si innesta su una vera e propria carreggiata e la pendenza diviene più morbida. Sulla destra, nel bel mezzo del bosco, una piccola aia con tronchi a ‘mo di panchine messi attorno e di fronte ad una cappelletta in sasso, davvero graziosa e inattesa. Salgo ancora per alcuni minuti e dopo poco mi ritrovo nei pressi della borgata della Corbella. Continuo a fianco di un recinto dove cani da caccia mi inseguono abbaiando. Sono l’unica compagnia che posso vantare, ma visto che troppo rumorosa, non mi spiace quando me la lascio alle spalle e giungo sulla vecchia provinciale, qui denominata omonimamente alla località appena attraversata. La settimana prima avevo anche percorso la strada in auto per capire come fosse e per vedere gli attacchi del sentiero. Arrivo però più in alto di quanto avessi pensato e così anzichè abbassarmi per trovare il taglio nei campi e la naturala prosecuzione del Sentiero, avanzo prendendo la mia destra nel verso dello stradello, che da lì a poco diventa bianco. Il silenzio viene rotto solo dal vento che smuove le frasche e dal canto di qualche uccello o il volo dei bombi che succhiano avidi dai fiori che esplodono in ogni dove. Sono naturalmente stanco, perché in cammino ormai da circa sette ore, ma per nulla sfiancato e anzi col morale e l’umore altissimi. Arrivo ad un incrocio a T, dove la strada porta (come indicano i cartelli) a destra verso Riale (quindi sulla SP8), mentra a sinistra verso Massa. Faccio qualche foto e ancora qualche giochetto con le storie di Instagram, giusto per riprendere anche fiato e sospinto dalla brezza profumata riprendo il cammino verso sinistra su Via Generale Reverberi, che scorre salendo quasi impercettibilmente su fondo ghiaioso. Dopo poco, sulla sinistra si apre una bellissima finestra sulla sottostante valle del Secchia, che scorre come una pennellata turchese brillante, nel verde intenso della primavera.

Intorno alle 13 arrivo ad una grande fontana in sasso con abbeveratoio (purtroppo asciutta) e poco dopo la strada torna ad essere asfaltata, anche se dev’essere davvero poco trafficata, visto che cespuglietti fioriti abbondano nelle crepe che le frane hanno aperto sulla via catramata. La strada ora volge piano, piano verso destra, aggirando una collinetta che grazie al vento ondeggia ipnoticamente sulla mia sinistra. Silenzio e profumi continuano a rallegrare i sensi e poco dopo ecco le prime case e sullo sfondo, sotto un nuvolone pannoso, la bella chiesa in sasso begiolino di Massa, sul sagrato della quale arrivo quando mancano circa venti minuti alle due del pomeriggio. Da qui si può tornare ad ammirare la cresta che sovrasta la valle del Secchia con in bella mostra il Castello di Carpineti e l’inconfondibile silouette della Pietra di Bismantova. Sono nel punto più alto della mia camminata che dai 120 metri di casa a Sassuolo, ora mi porta intorno agli 800 m. So che le fatiche per oggi sono quasi terminate e quindi mi lascio andare ad un briciolo di euforia, aumentata dall’immagine del Cusna imbiancato che inizio ad intravedere dietro una fila di alberi che costeggiano la strada sulla quale sto percorrendo in discesa le ultime centinaia di metri della giornata, fino al Ristorante Albergo la Collina, che mi accoglierà per la cena e il pernottamento. Sono solo le 14 quando entro nella hall/bar e sono stupito, perché ero fermamemente convinto che sarei stato lì molto più tardi, nei miei calcoli, almeno due o tre ore più tardi. Sono stanco, ma sto molto bene e non mi fa male nulla.

Ho percorso 33,87 Km in 7:31:03 (totali 9 ore). Il dislivello totale è di 761 m. Sono felice come una pasqua e già carico per il giorno dopo. Essendo arrivato così presto il tempo per il riposo è veramente tanto e naturalmente me lo godo tutto fino all’ultima goccia, assieme a qualche birretta e momenti di magia, nel ripensare alla bellissima giornata che ho appena trascorso. Il ricordo dei camion sullo stradone di Roteglia è lontano e sostituito dalla bellezza dell’ultimo tratto di percorso e dai bei momenti con cui il pomeriggio e la serata scorrono veloci fino a quando crollo stanco poco dopo le nove di sera, quando da qualche ora ha cominciato a spirare un fastidioso ed impetuoso vento gelido.

GIORNO 2
Mi sveglio molto presto, prima di quanto avessi voluto. Tergiverso un po’ nel letto, godendomi il profumo delle lenzuola, ma dopo una mezzoretta decido che tanto vale alzarsi e prepararsi per la colazione. Spalanco le la finestra e le imposte e lascio entrare l’aria frizzante della mattina montanara. Mi godo la pelle d’oca. Il sole spinge per uscire da nuvole intense e minacciose, mentre il vento già presente la sera prima, ora spira furioso e violento, facendo sbattere tutto e piegare le cime degli alberi. Il verde, il giallo e il grigio si mischiano in una tela che incorniciata dalla finestra, pare dipinta. A colazione un’anziana signora piegata dall’età e soprattutto dalla fatica, mi serve uova strapazzate direttamente in padella “così rimangono belle calde”. Un gesto che mi scalda il cuore e che mi fa sorridere. La mascherina copre il viso della Signora, che però tradisce il suo di sorrisi, con gli occhi profondi e vivaci. Completo la colazione con delle fragole e consulto la cartina della zona.

Il vento non smette ed io tergiverso ancora per un po’, ma intorno alle 8.30 decido che è venuto il momento di rompere gli indugi e di rimettersi in cammino. Il percorso di oggi è più breve, ma più intenso, ma soprattutto avrò la possibilità di rimanere quasi sempre su sentieri e vie sterrate, cosa decisamente più gradevole che camminare sull’asfalto. Ringrazio dell’ottimo e gentile trattamento e con un arrivederci, mentre infreddoliti ciclisti si seggono a far colazione e chiassosamente commentano il vento che alza le tovaglie dei tavoli esterni. Guardo l’orizzonte e mi auguro che le previsioni dicano giusto nel garantire che non dovrebbe piovere.

Dunque rieccoci in cammino! Proprio a fianco del parcheggio de La Collina, attacca lungo una carraia erbosa il sentiero CAI682, che coincide in quel punto con il proseguimento del Sentiero Partigiano 13. Cammino a poche decine di metri dalla strada Provinciale 8, che scorre poco più in basso sulla mia sinistra. Il vento è davvero fastidioso e fortissmo, mentre il cielo ora si è pericolosamente oscurato, tanto da coprire quasi totalmente il panorama verso l’alto appennino, mentre la visuale verso la valle del Secchia, rimane comunque ben visibile. Dopo alcuni Km arrivo sulle vie alte di Toano e continuo a salire fincheggiando giardini fioriti, fino alla bellissima Pieve Matildica, che si erge solida e antica sul cocuzzolo che fa anche da terrazza sul panorama circostante.

Anche da qui è la Pietra di Bismantova a farla da padrona. Sosto nel silenzioso ed erboso sagrato e scatto qualche foto, prima di ripartire e continuando lungo l’ampio e gradevolissimo sentiero che scorre morbido fra abeti e querce. Il bosco mi ripara anche dal vento che continua a imperversare. Dopo uno strappetto verso il basso, mi ritrovo ad uscire dal bosco e dopo un breve tratto di strada asfaltata mi immergo in un altro. Qui è un continuo di rampette che tagliano le collinette perpendicolari alla vallata del Dolo che declina sulla mia sinistra. Dopo circa un paio d’ore di cammino (ma dei tempi fidatevi poco, perché in effetti tendo un po’ a perdermi e se non fosse per i segnali orari e i video che posto nelle solite storie di Instagram, non saprei proprio racapezzarmi rispetto all’orario), arrivo a Cà Marastoni, dove l’unica via per procedere è di nuovo la Provinciale 8, che qui imbocco in direzione Quara.

Dopo poco, sulla sinistra, si apre la scalinata del sacrario commemorativo della battaglia di Cà Marastoni e del Monte Castagna, una sosta mi pare d’obbligo, prima di riprendere il cammino, che ora è in lieve discesa. La strada è poco trafficata e il vento inizia finalmente a calare. Inizio a svestirmi un po’ e continuo a fotografare il Cusna che, finalmente sgombro dalle nubi che lo avvolgevano al mattino, brilla ora nel caldo sole mattutino e nel suo massimo splendore. Arrivare a Quara mi pare veramente un attimo. I pochi bimbi delle elementari fanno lezione nel cortiletto della scuola e mi viene da invidiare quanto debbano stare bene in quella pace, lontano dal chiasso da cui provengo. Sosto al forno per le provviste e riparto velocemente, passo la biforcazione che a destra porta verso Gova e Civago e sinistra, mentre procede verso destra in direzione Costabona e Villa Minozzo, seguendo la strada principale per poche decine di metri ed imboccare il sentiero che si apre sulla sinistra e s’inerpica nel folto bosco, salendo subito in maniera decisa, verso il Camping lo scoiattolo. Siamo sul CAI611, che a questo punto condivide il percorso con il CAI613. Ancora qualche raffica di vento a sospingermi lungo una bellissima e ampia carraia immersa in un lussureggiante bosco a prevalenza quercia. L’atsmosfera è davvero stupenda. Il sole va e viene e i giochi di luce che filtra fra le frasche rivestite di fresche foglioline, mi tengono compagnia.

Mi fermo a pensare a quanto mi senta bene in quella dimensione ed anche se so che ora mi attende un tratto di percorso leggermente impervio, salgo con spinta e buon umore. Continuo fino a che il sentiero lascia la carreggiata che sto percorrendo, a fianco di costruzioni agricole e svolta repentinamente a sinistra. Poco dopo giungo ad un altro bivio, in cui si separano i corsi dei due sentieri prima citati. Io prendo la deviazione a destra e mi immergo ancora di più nella foresta, iniziando a salire seguendo il CAI611. Qui comincia il momento più bello ed emozionante della mia camminata. Da qui ho anche la fortuna di condividere il percorso fino a quel momento totalmente solitario con Sonia, che amante delle escursioni e dei cammini, nonché grande sostenitrice e aiutante nella stesura e in alcuni sopraluoghi per questo mio progetto, decide anche di regalarmi la sua preziosa compagnia per un tratto di “strada”. Sono ormai passate tre ore e mezza quando si sentono rintoccare per dodici volte i campanili delle borgate sottostanti: Gova, Costabona e Montebiotto.

È mezzogiorno esatto quando arriviamo sul panettone del Monte Surano e di fronte a noi si impenna lo sperone del Monte Penna (scusate il gioco di parole), mentre dietro biancheggia il Cusna e il suo meraviglioso crinale, ancora ricoperto di neve. Qui si alza di nuovo il vento, che fa ondeggiare l’erba alta e sparpaglia il profumo di primavera che esce dai fiori variopinti che riempiono i pascoli in cui ci troviamo a camminare, fino a ché non giungiamo ad una ripida discesa fra le querce e i castagni, che ci porta a ricongiungere il cammino con la carrozzabile detta “La Faggiola”, su cui il sentiero 611 procede con strappetti alternati a falsipiani in docile pendenza. Un’ampia quanto disastrata carreggiata che avevo percorso già anni fa nel corso della mia escursione fino alla vetta del Monte Penna, con partenza da Costabona, ci fa salire fino a Poggio Faggiolo, dove si trovano le strutture in cemento di un acquedotto. Una di queste, più bassa e piatta, serve per pranzare e riposare un po’. Sono le 13 e tutto va bene…sono vivo: molto vivo!!!

Dopo un pranzo al sacco, davvero molto soddisfacente e un po’ di riposo, col vento che ora spira piano e il sole che timido ogni tanto esce a scaldare, viene il momento di rimettersi in marcia e poco dopo aver lasciato il Poggio, alla prima biforcazione, lasciamo provvisoriamente il percorso ancora segnato CAI611 e che poco dopo svolterebbe a sinistra verso la vetta del Penna, imboccando la carraia che inizia a declinare verso Novellano, rimanendo per gran parte del percorso immersa nella fitta boscaglia. Qui in fase di studio del percorso avevo deciso che non avrei voluto arrivare fino in vetta a quello che definii già a suo tempo piccolo ma rognoso Penna, perché immaginavo che sarei arrivato molto stanco a quel punto e, più che la salita, mi spaventava non poco la discesa del 611 verso Pian del Monte. Provvidenziale è stato qui il “suggerimento” di una carta aggiornata di recente, comprata giusto la settimana prima e in cui compariva uno stradello che avrebbe riportato proprio sulla strada per Novellano. Una mezzoretta di cammino in discesa passato fra boschi e ancora prati fioriti e profumati, prima di arrivare in effetti e di taglio sulla SP95, in prossimità di un gande crocefisso a lato strada. Siamo proprio sotto lo sperone del Penna e camminiamo senza fretta fino ad una fontana dove l’acqua giunge, fresca, generosa a piccoli e buffi singhiozzi. Qui c’è anche una lapide partigiana e d’obbligo anche qui un istante di raccoglimento in onore dei caduti per la libertà.

Quando vedo sulla mia sinistra il cartello Novellano e poco dietro la silenziosa borgata, inizio a sentire di essere veramente vicino alla meta. Salgo con passo deciso, ma senza forzare, mentre purtroppo il monte è ora completamente immerso in minacciose e bigie nuvolacce. L’aria si fa di nuovo frizzantina ed ogni volta che il sole si copre la temperatura cala velocemente. Ancora un’oretta di cammino, all’incirca ed eccoci a Pian del Monte, sulla SP9, dove imbocchiamo senza indugi il sentiero CAI611, ridisceso dalla vetta del Penna e ora da percorrere in salita per circa mezzoretta fino all’incrocio con il CAI609, lungo quella che qui ho imparato a chiamare “Maremmana”: profumo di casa. Lo stradello sale senza particolari strappi fra il biancospino e i primi faggi. Qualche gocciolina arriva a spaventare, ma sono solo falsi allarmi. Una sosta dopo circa 10 minuti per congedarmi da Sonia che deve rientrare all’auto lasciata sulla strada statale e da lì alle sue cose. La ringrazio per la preziosa e non scontata compagnia, con un po’ di tristezza che s’incunea assieme all’aria fresca che esce dal bosco, umidiccia e sbarazzina. Cerco di vincerla e di guardare avanti, l’avventura non è ancora finita e va goduta fino in fondo. Una volta all’incrocio col CAI609, mi viene da stramaledire gli stupidi vandali che hanno rotto la segnaletica dei sentieri, poi da sorridere per il bellissimo messaggio del piccolo Andrea, che mi arriva da Sassuolo. Manca un’oretta e le minacce di pioggia paiono svanire.

Mi inoltro nei boschi che così bene conosco e nei quali scorribando per andare a funghi o per le mie escursioni con i bimbi e con gli amici. L’unico inconveniente sono i guadi dei torrenti che sono gonfi della gelida acqua dello scioglimento delle nevi. Riesco comunque a passarli senza bagnarmi eccessivamente. Le fedeli Meindl leggere reggono alla prova dell’acqua in modo egregio e mi accompagnano fino a dove si ipotizza partisse la ferrovia Rescadore-Quara negli anni 20 del 900. Una storia affascinante e misteriosa, ma che vi suggerisco di seguire. Ormai è davvero questione di poco, ma sul più bello sono costretto ad una deviazione, perché il ponte sul Rio Piella, all’altezza del Campeggio del Rescadore, non è ancora stato riparato e passare senza vorrebbe dire inzupparsi. Non ne ho proprio voglia e così la allungo un po’ passando dal bosco, fino a riprendere la strada per Pianvalese e dopo circa 8 ore dalla mia partenza, quando sono le 16,30 arrivo a destinazione!

Sono felice e meno stanco del previsto, ma desideroso di una bella birra premio. Vado in casa ad accendere la stufa e il boiler, poi scendo a bere il mio premio. Dal mattino ho percorso 26,46 Km in 6:56:42 e coperto 1100 m di dislivello. Il totale dei due giorni è invece di: 60,33 Km in 14:27:45, con un dislivello di 1800 m. Spiace quasi averla finita e così non mi resta che iniziare fin da subito a progettare un’altra camminata! Sono vivo: molto vivo!!!




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