Quanta tristezza in questi giorni nel tuffarmi nel mondo di Antonio Ligabue. Un film che da tempo desideravo vedere, qualche documentario d’epoca riguardato a distanza di anni dalla prima volta e una mostra che ha chiuso il cerchio di una tempesta emotiva di dimensioni bibliche. Forse non dovrei scrivere molto altro e non penso mi dilungherò eccessivamente in descrizioni e valutazioni, che peraltro non penso di essere all’altezza di fare, ma da alcuni giorni sento la necessità di fissare, prima che vengano perse, almeno le mie impressioni e riflessioni stimolate dall’arte dell’artista Italo/svizzero.

La prima e direi più importante constatazione che mi viene da fare è che è davvero brutale quanto noi si possa godere sulla pelle della sofferenza altrui. Certo, perché senza lo struggimento di una persona dolce e sensibile, quanto debole e irrisolta per un’esistenza brutalmente triste e solitaria noi non potremmo oggi apprezzare ciò che viene lasciato in eredità proprio da quella condizione violentemente estrema. La sofferenza di Ligabue è ciò che rende possibile la sua arte, che ne è riscatto.

La violenza nei dipinti di Ligabue diventa naturale, perché in natura si chiama sopravvivenza e la natura è alla base della sua opera. L’ammirazione per gli animali che sanno vivere dignitosamente la propria solitudine e la propria lotta per imporsi o semplicemente sopravvivere nella spietatezza del mondo che è loro necessario per essere, esistere, diventa fulcro centrale del suo essere, esistere. Chiamarli, imitarli, dipingerli, scolpirli nella friabile e provvisoria materia fangosa del fiume, che da vita e che può distruggerla. Non c’è cattiveria in Ligabue, ma una consapevolezza semplicemente brutale. Un assillo per la vita che non trova compimento e che si dimena fra i limiti e le sfortune, fra la meschinità e la sopportazione.

Un bambino che non sa voler male, che desidera solo stare bene, essere amato e il calore dei propri simili, ma che si dibatte nel non capire perché ciò che sente di meritare, perché non è pretesa assurda, ma solo incombenza naturale dello spirito e possibile sbocco nella pace. che però non giunge mai. È un arrancare continuo, struggente e maledetto. Una circolo vizioso impossibile da interrompere, necessario per giustificarsi e l’arte è lo sfogo per non soccombere all’irrisolvibilità della questione. La speranza che non muore mai, la voglia di vivere, l’anticinismo sono il motore, l’arte le scorie per non intossicarsi del proprio desiderio.

“Volevo Nascondermi” film del 2020 con un immenso Elio Germano nei panni di Ligabue emoziona nella sua sempicità narrativa, che non indulge in esasperazioni: non cè bisogno di gonfiare ciò che è già esplosivo. Basta saperlo descrivere con raffinatezza e onestà intellettuale. Giorgio Diritti merita i premi e l’ovazione per quest’opera proprio per aver saputo rimanere umile nel raccontarla. Germano merita una statua per aver saputo sublimare la sofferenza senza drammatizzarla più del necessario.

“Una Vita d’artista“, mostra nella suggestiva cornice di Palazzo dei Diamanti a Ferrara (fino al 27/06/2021) è egualmente semplice e esaustiva. Agile e contenuta, mostra quello che serve per poter capire chi era questo artista, invaso dai demoni dell’urgenza espressiva. Gli autoritratti staresti a guardarli per ore, gli animali ad ammirarli per altrettanto. La brutalità del lupo che strappa dalle braccia della madre il neonato dimostra che non c’è ingenuità nella pittura naif di Ligabue, ma solo l’accettazione della natura che non è mai cattiva, anche di fronte alla più immani delle tragedie individuali, perché gira in modo perfetto solo se gli equilibri si compensano, compreso quello basilare e a cui nessuno può sottrarsi, cioè quello del sostentamento materiale. La vita contadina e gli animali da cortile come riferimento per trovare questo equilibrio e capirlo, accettarlo anche quando non è felicità. Come con Cesarina…o come gli occhi di un asinello che ricordano tanto quelli del’artista che lo sta dipingendo.

“Il Vero Naif” (che potere trovare qui) è fra tutti i documentari che ho visto sul pittore della bassa reggiana, quello che più mi ha colpito e fatto soffrire per quest’uomo, che anche nel momento del suo fulgore artistico era costretto a elemosinare considerazione. La compravendita cinica e rozza: con dipinti e disegni in cambio di un bacio, prima promesso, poi quasi estorto anche se dovuto. Una malinconia struggente che apre a riflessioni profonde su come anche noi si sia continuamente alla ricerca di quello che ci manca e siamo disposti a pagarlo tutto ciò che possediamo: l’approvazione e l’amore degli altri valgono ogni prezzo. La socialità che si contrappone al mondo delle bestie e diventa più spietata di un orso che sgozza una foca o un serpente che lotta con un rapace, di una tigre pronta ad azzannare pur di sopravvivere o semplicemente per difendersi. Il selvaggio che diventa rifugio, nella sua schematica e per l’appunto mai cattiva natura, semplice, quanto spietata. Un rifugio pieno di trappole e rischi, che sono materiali: la vita e la morte nella loro interezza e semplicità. Esserci o essere dilaniati e non essere più altro che residui di vita altrui. Un rifugio dal mondo degli esseri umani in cui per essere morti, basta non essere considerati. Morte quella sociale che a differenza di quella naturale, porta con sè la sofferenza e la consapevolezza, senza il conforto del non essere e quindi non sentire più nulla.


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