Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


No al calcio moderno, per salvare il futuro dello sport più bello del mondo

Se davvero pensate che affrontare il problema della Superlega di calcio sia un vezzo da fanatici calciofili, temo vi stiate sbagliando di grosso e vi prego di riporre immediatamente il supponente, quanto vanaglorioso radicalchicchismo da “io odio il calcio”, perché qui il problema non è il solito e sfiancante qualunquismo con cui si relega questo sport sempre alla sbarra, con l’accusa di essere, pensa un po’ te se è logico, così amato e così importante dal punto di vista finanziario. Vi da noia: beh fadevi qualche domanda in più sui perché e sul fatto che forse è, anche per voi, solo una questione di antipatia di pelle, non certo motivata da altro se non il sentimento.

Che vi piaccia o no, il calcio muove tanti soldi e soprattutto tanti, ma tanti sentimenti. Il denaro non piove solo nelle tasche dei ricchi calciatori dagli ingaggi onestamente immorali, ma anche in un indotto che parte dall’area più limitrofa agli stessi, fino a coloro che producono le magliette fake che poi si trovano in vendita sulle bancarelle fuori dallo stadio. Quando si parla di calcio come industria, purtroppo non si dice il falso, ma credo che per mantenere la produttività di questa fabbrica, si debba assolutamente preservarne lo spirito che ha reso il calcio così presente e seguito a livello globale.

Riassumo quello che è il concetto che da anni provo a contrapporre ai fautori del calcio come asettica macchina da soldi: credo fermamente che non ci sia nulla di più sbagliato e a medio/lungo termine più deleterio e controproducente, che gestire il calcio senza tenere conto del fatto che quello che è lo deve principalemente all’amore e alla passione, spesso totalmente irrazionale, che sta alla base del tifo. Non sto parlando del mondo ultras, perché lì subentrano altri fattori che si mischiano con la politica e con la così detta “mentalità”, ovvero una sorta di dogmatismo religioso, che travalica la passione, per sfondare pesantemente il muro del cieco fanatismo e soprattutto che sfascia l’argine del sentimentalismo, inondando le golene della dipendeza tossica, ma soprattuto che sposta, anzi allarga il discorso alla sociologia, relegando il calcio a puro capro espiatorio. Parlo più semplicemente di amore incondizionato, per uno sport e ancora di più per i colori che uno si ritrova suo malgrado a sposare e di cui ci si trova ad essere al limite della dipendenza sentimentale (diversissima da quella ultras, anche se all’apparenza molto simili). Il senso di appartenenza sublimato in una maglia, in un simbolo, in un rito, che è la partita.

Il tifoso di calcio, non necessariamente ne capisce di calcio, anzi, solitamente più è tifoso e meno ha voglia di capirne (anche se farà di tutto per dimostrare il contrario), perché questo a volte comporterebbe odiare il proprio amore e si sa quanto sia difficile sopportare la sofferenza di una delusione amorosa. Per fortuna ogni stagione che inizia, fa ripartire tutto da zero e, udite, udite, indipendentemente dalla categoria e quindi del livello tecnico / spettacolare a cui è collegato il nostro amore. Fidatevi…ne so qualcosa.

Qui casca dunque l’asino e costringe a fare i conti con quelli che sono tifosi di una squadra e quelli che sono tifosi di calcio. I primi ci cadono in mezzo senza nemmeno accorgesene. Spesso rimangono fregati dall’odore dell’erba appena tagliata che si mischia a quello dei fumogeni e del proprio papà (o zio), quando ancora piccolissimi, per vedere la partita dovevano essere tenuti sulle ginocchia e soprattutto quando anche il fuorigioco era un mistero, figuriamoci i più complessi schemi 4-4-2; a zona; 3-4-3; 3-4-1-2; a uomo, doppiavu, doppiavurovesciata il metodo; il sistema e via discorrendo. Il calcio ti entra dentro assieme agli odori, ai colori e alle emozioni che trasudano da chi ti circonda e piano, piano, ti avvolge e ti ruba il cuore per sempre e lo fa associando l’amore ad un colore: quello della maglia della tua squadra. Non ci puoi più fare niente e da quel momento non c’è spiegazione razionale che regga, risultato che incida: l’amore c’è se sei un vero tifoso e non lo scacci nemmeno quando ti trovi per l’ennesima domenica a darti del coglione, perché sei rimasto ore al freddo o alla pioggia per vedere quello scarpone del centravanti buttare la palla in curva, anziché nell’angolino…sempre che la curva ci fosse nel campaccio di provincia in cui si è piombati dopo l’ennesimo fallimento e quindi entusiastica rifondazione del tuo amato Club.

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I tifosi di calcio sono tutt’altra roba e spesso non si fanno scrupoli a dichiarare la loro apolidità calcistica. Dicono che loro amano gli schemi e gli stop fatti bene, non stupidamente una squadra che gioca da schifo. Loro allo stadio sono infastiditi dalle bandiere e da quel tipo davanti che si dimena e proprio non riesce a stare seduto quando un passaggio filtrante mette davanti al portiere la punta e che non ammette che era rigore per gli altri nemmeno se l’ala avversaria finisce fuori in barella dopo che il roccioso centrale ha deciso che lui gol non lo faceva. I tifosi di calcio se proprio devono usare il loro tempo lo fanno per partite di cartello dove giocano quelli forti. Non si sporcano le mani con controlli sbagliati e doppi passi finiti nel ridicolo di un ottavo di finale di Coppa Italia. I tifosi di calcio alla fine simpatizzano sovente per le squadre che vincono sempre, o comunque spesso. Gli piacciono i potenti e i ricchi. Non hanno nessuna pietà per i piccoli club, nemmeno quando gli spieghi che senza di loro, il calcio non avrebbe molto senso. Qualcuno li chiama tifosi da vittoria, nel gergo da gradone.

Non necessariamente, però, le grandi squadre e i club potenti e ricchi hanno solo tifosi di calcio al seguito, anzi, hanno anche molti tifosi veri che sono rimasti folgorati non dalla vittoria o dal colpo di tacco del fantasista multimilionario di turno, ma proprio come tutti gli altri bambini dagli odori, dalle urla e dall’emozione dipinda sul volto di quella roccia del papà, solo quella volta vista rigata da una lacrima: precisamente quella volta che si è vinto l’ultimo scudetto o ci si è salvati da una imminente retrocessione con un gol di rapina, dopo che gli altri hanno sbagliato l’impossibile.

Ecco in questi giorni penso che chi segue la questione della nascitura Superlega europea di calcio, prima di sbilanciarsi in qualsivoglia commento snob e supponente su “quella stronzata che è il calcio”, prima di proferir parola, dovrebbe capire questa radicale differenza e credo portare rispetto per quelli che ci stanno lasciando un pezzo di cuore in questa “partita”.

Ora vi serve veramente che anche qui vi si venga a ripetere che il calcio mantiene molte persone, proprio come tante altre attività economiche? Non vi sembra una perdita di tempo ragionare sull’ovvio, solo per limare pregiudizi che proprio come il tifo nascono da un’irrazionale antipatia? Starei sui sentimenti, pur rimanendo consapevoli che ciò che li sta piallando (e lo fa da anni!), è l’avidità e dunque la brama di potere e ricchezza.

Quello che si sta realizzando aveva avuto molte avvisaglie che spesso con superficialità o semplicemente ingenuità, si erano confuse con qualcosa di differente. Pensiamo ad esempio ai casi di “favole calcistiche” di questi ultimi anni, che si sono moltiplicati in Europa e purtroppo anche in Italia. Favole? Io dico da sempre che si trattava di incubi. Squali assatanati che hanno iniziato a sbranare crudelmente e famelicamente questo rapporto che esiste fra passione e gioco del calcio, dopando l’ambiente con lustrini, pajette e naturalmente pacchi di soldi, per comprare la gloria, più che guadagnarsela. Nessuno può negare che le risorse siano alla base dei successi, ma creare dal nulla, in modo dissociato dalla storia contenitori funzionali dal punto di vista tecnico, ma vacui da quello emotivo, rende il tutto a dir poco agghiacciante. Ma purtroppo la fibra morale del tifoso di calcio non è così robusta da poter scindere e quindi accorgersi che è solo grazie a quella di tanti altri che da coglioni invece l’hanno ben salda, lui può godere di questo spettacolo. È un po’ come il conservatore che crede negli uomini che si fanno da soli, che non hanno bisogno dell’organizzazione di uno Stato per fare la loro impresa, dimenticando che senza le strade e gli aeroporti e in generale i servizi che solo uno stato può offrire, le loro imprese non sarebbero mai potute proliferare. Purtroppo siamo da anni sotto attacco della mentalità da franchigia che si intrufola in un mondo che si basa sull’appartenenza e perché no, sul campanilismo, che è linfa vitale e senso stesso di quel mondo. Nessuno si è voluto davvero chiedere come mai a risultati esaltanti dal punto di vista sportivo, non si accompagnava una crescita di passione e di seguito: di popolarità.  Così ora si trova ad essere vittima dello stesso progetto a cui deve la propria esistenza: credeva di essere grosso, in realtà era un nano ed ora rimane a bocca asciutta. Per questi ci godo come un riccio, lo si sappia (eh il limaccioso politically correct non fa per me).

Ma tornando sul discorso franchigie e leghe all’americana: ho provato a rispondere a chi in questi giorni me le portava come esempio,  a difesa dell’aberrante progetto della Super Lega (Super League credo si chiamerà, ovviamente…auannagannà, international pim pum pam). Il calcio è uno sport che nasce dal basso e che nel basso, con semplicità viene praticato: da lì nasce il suo successo. L’immedesimazione. Quando sognavi di essere sotto la curva di San Siro, e invece era solo il muro del tuo garage. Se San Siro diventa inaccessibile, esclusivo, elitario (e purtroppo prezzi dei biglietti e spinta edulcorante nei confronti del calore e del colore, hanno già dato una grossa botta), rischia di uscire anche dai sogni di bambini. Quantomneno dalla massa dei bambini. E il calcio è uno sport per i bambini e che è così amato perché permette ai grandi di essere bambini. Ci rimani male a quasi 50 anni? Sì cazzo, ci rimango male e sappi che è il suo bello! Sentirsi puri nella passione proprio come dei bambini: ma ci vuole così tanto a capirlo che magia sia il calcio, senza bisogno di tutti quei lustrini e quelle star, quei tatuaggi e quelle facce sborone con cui si mettono in posa i calciatori moderni?

Probabilmente (ma lo so che è più una speranza che una vera possibilità), chi non resterà con le fauci disidratate saranno dunque coloro che al calcio hanno solo chiesto passione e trasporto e attraverso quelli se lo godono, nonostante i risultati. Un tifoso di una squadra la seguirà anche nella categoria più infima; il tifoso di calcio avrà la Superlega, che però senza i tifosi rischia davvero di essere un fuoco di paglia. Una fiammata iperscintillante, ma così asettica e plasticosa, da risultare stucchevole come i pensierini dei baci perugina e quindi esaurire il suo enorme potenziale o comunque vederlo ridotto a tal punto da non essere più conveniente: e questo sarà l’unico metro per decretarne la sopravvivevenza o la soppressione.

Può anche essere che invece funzioni, prosperi e fagociti tutto, come nei progetti degli avidi promotori, ma anche che pararallelamente ad esso il calcio riesca comunque a sopravvivere all’industria del calcio. Due mondi paralleli fino a ieri fusi in modo imperscrutabile, che si dividono e probabilmente diremo anche: finalmente!

Viene proprio da dire ai grandi club: andate, andate! Appena riapriranno gli stadi, vedremo chi si divertirà di più! Io non ho dubbi, sono allenato, abituato. Quelli per cui mi spiace davvero tanto e di cui cerco di comprendere la morte nel cuore, sono i tifosi di quei Club che stanno sciegliendo l’avidità, anziché ricambiare l’amore di chi ha permesso che oggi loro possano essere grandi e quindi invitati al banchetto esclusivo di Goldman Sachs.

No al calcio moderno, per salvare il futuro dello sport più bello del mondo!



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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