Ho sempre amato tantissimo andare al cinema, anche se per lunghi periodi e per motivi non sempre contingenti o realmente importanti, ho boicottato le sale per lunghi periodi, ma non ne ricordo uno altrettanto dilatato come quello che più o meno forzatamente sto vivendo da più di un anno a questa parte. La finestra estiva non mi aveva convinto a tornare nelle sale, non tanto per qualche timore sanitasrio, ma per il semplice fatto che il cinema per me è un piacere e viverlo con la mascherina per me avrebbe tolto molto del piacere…almeno lo credevo quest’estate, forse inconsapevole e soprattutto incosciente sulla reale durata delle restrizioni che attanagliano ancora le nostre vite a distanza di più di un anno. Ora forse, almeno ci proverei. Come molti ho cercato di lenire la sofferenza da mancanza del cinema con le visioni sulle piattaforme che ormai bene o male in parecchi utilizziamo a queste latitudini e piano, piano, ho alternato sempre più frequentemente l’attenzione su serie TV, dirottandone parecchia sui film. Spesso ho fatto fatica a concentrarmi e a seguirli come si deve, proprio a causa del non essere al cinema a vederli e in particolare in questi giorni, sono incappato in due visioni che mi hanno fatto venire una grandissima nostalgia del grande schermo.

Mank e Ma Rainey’s Black Bottom, sono due lungometraggi che in questi giorni hanno fatto capolino su Netflix e che ho guardato con grande piacere. Entrambi hanno, per me, in comune almeno un paio di carateristiche salienti: l’amarezza, la disillusione e soprattutto il fatto che al cinema dovrebbero brillare clamorosamente e in modo quasi accecante, da tanto è bella la fotografia e da come sono pregne di dinamicità le scene, per quanto praticamente sempre girate nel claustrofobico spazio di stanze che anche dal video lasciano trapelare cattivi odori e stantio.
Il primo è girato in bianco e nero e racconta la storia di uno scrittore di sceneggiature della Hollywood fra gli anni 30 e i 40 del ‘900. Il secondo è pieno di colori caldi e polverosi, come il pomeriggio afoso della Los Angeles anni 20 (sempre del ‘900…che ancora non mi viene d’istinto di doverlo precisare, ma bisogna), in cui è ambientato per raccontare la sessione di registrazione di una band di blues in accompagnamento alla grande Ma Rainey, la madre del blues. Vite americane dell’altro secolo, anzi di quello che, in barba alla cronoloigia schietta, già nell’altro secolo, dicevamo dell’altro secolo. Vite che sembra quasi vogliano spiegare a noi europei perché siamo messi così, oggi, negli anni 20 del 2000. Perché se da un lato le storie sono davvero molto americane, impossibile non riconoscere spesso e volentieri l’approccio che anche qui nel vecchio continente abbiamo imposto come consueto, ormai da decenni. Ma non è solo un problema di americanizzazione, anzi probabilmente non lo è più della patina superficiale, quanto, purtroppo, di scelta di campo che la società ha deciso di fare quando ormai tempo fa ha preso una china ben precisa, dopo aver ballonzolato in precario, ma continuativo e equilibrio, fra contrapposte filosofie.
Il bianco e nero di Mank viaggia fra il genio e la disillusione, fra il desiderio di rivalsa e la consapevolezza di non avere più molte cartucce da sparare, anzi forse solo una. Certo il mondo è un posto difficile per chi fa del proprio talento tutto ciò che può offrire e che questo non può prescindere dall’essere sé stessi, anche quando questo ci pone al di fuori del mondo in cui esso può esprimersi e quindi fruttare, prima ancora che essere riconosciuto. Le distrazioni e i vizi sono parte del talento di molti geni: se togli quelle, magari, allunghi la zuppa, ma perdi davvero tutte quelle sfumature e soprattutto l’intensità dell’aroma che rende speciali le emanazioni del talento stesso, fino a soffocarlo e a convenzionalizzarlo.
Il riconoscimento del proprio valore è al centro dell’attenzione anche in Ma Rainey’s Black Bottom, ma qui con il doppio salto che passa prima dalle barriere razziali e il secondo legato alla diffidenza e al gretto difendere le proprie posizioni all’interno della propria cerchia. Se con tanto sudore ci si è guadagnati un posto di privilegio, sia mai far sì che lo si metta in discussione, fino a divenire peggio degli aguzzini che costringono a tirare fuori gli artigli e a combattere ogni giorno per non essere discriminati…fino a scontrarsi o addirittura ad uccidere i propri compagni di sventura, pur di affermare il proprio potere o semplicemente il proprio presunto diritto ad essere considerati e a vedere considerate le proprie scale di valori.
L’uomo al centro di entrambe le pellicole, con il godimento di parole sagaci, dialoghi avvicenti e romanzeschi, la platonicità dei bei sentimenti a farla da padrona, mentre tutto cerca il profitto e l’affermazione attraverso l’arrogante potere dei soldi, da una parte; il blues cantato dal profondo dell’anima, come modo per “capire la vita” e non per “allietarla”, ma contrastato dalla spietatezza della legge della giungla, del potere acquisito, anche in questo caso, in funzione di quanti soldi può valere il proprio talento e soprattutto del pregiudizio, che non è solo quello per il colore della pelle.
Alternativamente dolci, sognanti, poi spietati e brutali, entrambi i film, giocano sulla pelle di vite sospese in un mondo da cui non sanno ben difendersi e che trovano la scappatoia attraverso i paradisi artificiali promossi dall’alcol o semplicemente dal proprio ego. In entrambi i casi la delusione pare prendere il sopravvento e far naufragare le buone intenzioni, facendo emergere l’inevitabile incapacità di emanciparsi veramente dalla rabbia che la propria storia impone a coloro che hanno avuto la sfortuna di non avere in mano a pieno le sorti della propria vita.
Se in Mank una sorta di alone romantico e di rivincita si può affermare ci sia, almeno a livello spirituale, nel duro e sudaticcio Ma Rainey’s Black Bottom, niente che minimamente somigli ad un lieto fine e alla speranza di un futuro più giusto, trova posto.

La cervelloticità di Mank parrebbe davvero non c’entrare nulla con l’animalesca spontaneità e visceralità di Ma Rainey’s Black Bottom, ma a ben guardarci potrebbero essere solo due lati della stessa medaglia che si compensano e che trovano completamento, se solo ci si concede di seguire in modo onesto le diverse prospettive su problemi probabilmente molto simili, se non identici.
O forse questi collegamenti trovo il modo di farli solo io, visto la continuità con cui ho affrontato le due visioni. In ogni caso due pellicole che, ripeto, sarebbe meraviglioso poter vedere al cinema e che comunque consiglio di guardare anche se solo sul piccolo schermo, come oggi ci è concesso.

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