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Più che altro per non dimenticar(Si)


VOGLIA DI COMUNITÀ – ZYGMUNT BAUMAN (LATERZA, 2000)

Un paio di mesi fa, colto da una folgorazione improvvisa, capii che la mia scarsissima voglia di leggere che mi aveva avvinto ormai da parecchio tempo, rotta solo di quando in quando da rapide quanto aihmè fugaci fiammate, era causata non solo dalla mia conclamata capraggine e pigrizia, sempre più coccolata dai comodi e non sempre dignitosi diversivi offerti dalle piattaforme online su cui reperire tonnellate di contenuti video, ma anche dai romanzi e nella narrativa su cui mi ostinavo ad affogarmi. La narrativa, ecco lo scoglio da aggirare: avrei dovuto rivolgermi ad altro, perché in questo momento non avevo desiderio di sognare, immaginare, viaggiare ed emozionarmi, ma di riflettere. Vista la mia limitatezza che temo si stia espandendo assieme all’universo (ogni giorno che passa aumenta), unita forse alla consapevolezza di essa e all’accresciuta insofferenza verso le balle intellettuali, soprattutto le mie, che toglieva la copertura all’illusione di essere in gamba, ma smascherava l’essere un tapino . Mi sresi insomma conto che dovevo provare a leggere riflessioni altrui e sperare di capirle, per tornare ad ispirarmi e a passare almeno qualche minuto fuori dal solco della stupidità. Da solo non sarei andato da nessuna parte e non avrei avuto le capacità di far altro che trasformarmi sempre più e definitivamente in uno squallido grillo parlante, stupido, tronfio e vanaglorioso: con i miei quattro concetti ripetuti all’ignoranza e resi veri e inossidabili solo a me stesso e per me stesso. La cosa peggiore era che iniziava a bastarmi. L’arroccarsi su sè stessi e sulle proprie posizioni mi stava dando quel senso di sicurezza, ma anche, nei barlumi di lucidità, nelle notti insonni, alla consapevolezza di essere un cretino. E non è bello. Almeno, a me non piace. Delle volte può essere consolatorio o addirittura assolutorio, ma purtroppo la mia presunzione m’impedisce di accontentarmi. Oltre al danno di esserlo, insomma, la beffa dell’ostinazione a provare repulsione per questo purtroppo inevitabile lato di sé stessi e a quella che non mi resta che definire come condanna: un ergastolo per la precisione, a cui però non ci si vuole rassegnare.

Chiedo quindi consiglio ad alcune persone su qualche saggio che potesse essere alla mia portata e dopo aver ricevuto qualche titilo, sulle ali di uno stupidissimo, malriposto, ma ammetto utilissimo e autocommiserante entusiasmo, mi sono avviato verso quella che vedevo come la salvezza, la redenzione dalla mia idiozia e limitatezza: la Libreria Incontri di Sassuolo, dove ad aspettarmi c’era il bel sorriso di Ivonne, purtroppo intabarrato da una mascherina, ma tradito dalla piega dolce degli occhi. La sentenza mi segò le gambe: i libri che andavo cercando non erano purtroppo disponibili sul momento e così la mia sete di consumismo letterario venne bastonata seduta stante. Mentre con le pive nel sacco stavo per uscire da quel luogo incantato, ho visto questo volumetto e non accettando di tornare a casa con le mani vuote, decisi di acquistarlo con una strisciatina di bancomat e tanta speranza di poter soddisfare l’ego e la volubilità o almeno di trovare il refrigerio momentaneo della pia illusione di aver provato ad imparare qualcosa, anche se comprare i libri non basta, così come spesso non basta leggerli, che vanno anche capiti.

Di Zygmunt Bauman avevo già in casa un saggio, purtroppo smarrito chissà dove e ricomparso proprio in questi giorni, chissà come e appunto, da dove, ma a parte il nome e le tante chiacchiere di chi me ne citava passi, di lui e soprattutto del suo pensiero so e sapevo non molto più di quello che ogni coglione come me può sapere cliccando sulla pagina di Wikipedia a lui dedicata (non manco mai di versare l’obolo annuale per il sostentamento di questa fontana perpetua di sapere dozzinale, ma fondamentale per i non studiosi come me, perché capra sì, avido, no).

A rapirmi, più che il nome di Bauman, fu il titolo che contiene una delle parole più in voga dell’ultimo periodo (o forse semplicemente una di quelle a cui io sto dando maggiore attenzione) e alla quale anch’io mi sono abbandonato più e più volte negli ultimi anni, utilizzandola come un’abracadabra qualsiasi e ormai divenuto sciamanico, banalmente e pretestuosamente carico di supponenza: COMUNITÀ!

Salto subito alle conclusioni, per poi tornare alle tentate spiegazioni: come al solito leggere mi ha dimostrato quanto io sia limitato ed idiota, quanto io come molti usi le parole in modo avventato e quindi sbagliato, magari impettendomi tronfiamente nell’atto di pronunciarle, come monito a chi decido in quel momento, dovrebbe proprio ascoltarmi, mentre invece stavo solo facendo l’ennesima, grottesca figura di merda.

Comunità, non ha per forza un’accezione positiva, come non ce l’ha obbligatoriamente negativa. No, non è neutra, ma non ha solo le luci romantiche di cui si tinge l’ipocrita e strumentale lessico politico e nella pressapocaggine moderna con cui abbiamo recentemente voluto declinare e affermare questa parola come qualcosa di idilliaco, paradisiaco.

Avevate mai pensato, ad esempio, di mettere in contrapposizione la parola e il concetto di comunità con quello di libertà? Diventa tutto forse più semplice e alla portata quando Bauman collega comunità a sicurezza e quindi tiene fermo il concetto di libertà individuale, ma fino a che non collega la comunità con il concetto di costrizione o comunque soggiogamento a delle regole, spesso rigide e crudeli, mai e poi mai mi sarebbe venuto da pensare che in realtà il concetto di comunità, tanto richiamato (serve comunità, senza senso della comunità non ci risolleveremo mai, la comunità deve vincere sull’individualismo, ecc…), in realtà cozza pesantemente con molti dei concetti che spesso ci troviamo a voler difendere come, fra l’altro, anima del progressismo (l’autodeterminazione, i diritti individuali, la privacy).

Non mi voglio inoltrare ulteriormente nei concetti che questo libro affronta, incerto anche sul fatto di averli capiti tutti e in tutte le sfumature proposte (anzi pericolosamente certo del contrario), perché non era lo spiegarli il mio intento qui, quanto piuttosto il senso di smarrimento che mi ha lasciato vedere affrontare concetti a me cari in modo così chirurgicamente spietato, tanto da smembrarne le fondamenta e buttarmi nel dubbio più assoluto rispetto ad essi.

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La comunità ci serve, ma non siamo forse disposti ad accettarla per noi stessi, se non quando ci aiuta a sopravvivere in questo mondo di pescicane. Poi senza forse nemmeno renderecene conto, siamo lì in prima fila a sputare nel piatto che ci ha offerto, non appena ci sentiamo forti e capaci di fare qualche metro sulle nostre gambe, per poi inevitabilmente tornare a chiedere, a volte supplicandola, ma sempre più spesso arrogantemente pretendendola (perché manco quando ci conviene sappiamo più essere umili), a gran voce la protezione della comunità, ogni qualvolta non ci riesce più di fare come cazzo ci pare e come cazzo ci pare.

Schizofrenia? No, probabilmente solo meschinità: quella che risiede nel cuore di gran parte dell’umanità moderna e in particolare nel mondo occidentale e liberista. Qualla comunità così subdola  da farci credere di essere liberi dai vincoli naturali e necessari affinché la stessa, come tutte quelle possibili, funzionino, quando invece vi stiamo semplicemente affogando dentro, spesso imbrogliati dal miraggio dell’essere individualmente liberi, mentre in realtà siamo semplicemente e drammaticamente soli ed abbandonati a noi stessi.

Poi, parlandone con un amico qualche giorno fa, è emerso unaltro aspetto curioso o quantomeno interessato, ovvero che qualche volta (anche qua mi verrebbe da dire spesso, tradito dalla presunzione che il nostro individuale vissuto fa apparire la nostra vita specchio del generico della vita), ci sono degli sconfinamenti in campo psichiatrico. Ci sarebbe indubbiamente da approfondire su questo tema, per capire quanto la compenetrazione di questo elemento sia alla base o quanto sia causato dal concetto di meschinità che per l’appunto pervade il nostro mondo, in modo ormai così spavaldo e oserei dire trasparente, sincero e palese, da apparirci inevitabile, tanto da risultare ingenui o stupidi quando ci si abbandona alla presunzione e alla volontà di contrastarlo. Struggendosi, di fatto sadicamente quanto inutilmente. Insomma un cane che si morde la coda e si procura dunque stupido quanto evitabile dolore o il famoso “è venuto prima l’uovo o la gallina?”. Ha senso capirlo? Forse no, se non appunto per evitarsi un ulteriore e improduttivo martirio, ma di questi tempi il tempo per riflettere è forse maggiore di quello che avevamo a disposizione qualche tempo fa e non vorrei che la boria del liberismo imperante, che chiude scuole e vite private per non chiudere il profitto, stia facendo fare un grave errore alla comunità subdola di cui sopra a vantaggio forse di piccole individualità, che, chissà, a breve saranno pronte e umili a tal punto da fondersi per imporre o quantomeno rendere possibile, una comunità diversa e più equa…sempre fino a quando il giro non ricomincerà da capo e creerà di nuovo individualità concentrare a scappare dai lacci e dalle regole di sostentamente comune.

Sì lo so, è solo una stupida speranza, un’altra arrogante convinzione di aver capito dove possa essere la scappatoia. Non chiedo di concedermela in silenzio, ma almeno di accettare il ludico passatempo di discuterla, per dare un senso a questi giorni in cui ci è privato anche l’anestetizzante tran tran, che mira al fasullo miraggio dell’edonismo.

La comunità descitta da Bauman, mi pare quindi solo un eterno rincorrersi di fasi in contraddizione fra di esse e di creazione e distruzione a seconda di interessi particolari, che per un certo periodo vendiamo come comunitarie. La comunità a cui tanto ci richiamiamo è dunque la cosa più ipocritamente indivisualista e meschina che vorremmo utilizzare come soluzione dell’ipocrisia dell’individualismo e della meschinità che sta nemmeno più tanto nel fondo dell’anima di noi umanità occidentale del XXI secolo?



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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