Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Numero Zero

Dopo averlo tenuto un po’ a salare nella mia lista dei preferiti, qualche sera fa mi sono deciso a spingere play e affrontare il film documentario di Enrico Bisi che racconta delle origini e della storia del Rap italico, quindi di quei magici anni ’90 che ho avuto la semplice fortuna di vivere in pieno, vista la mia carta d’identità, che allora recitava l’eta perfetta per poter rimanere incastrati in quello che stava accadendo: “Numero Zero”. Certo anche l’attitudine personale ha ovviamente fatto la sua e questa, lo dico subito, mi ha fatto un po’ storcere il naso anche durante e soprattutto a mente fredda, dopo la visione di questo comunque interessantissimo documento visivo.

Io e il Rap abbiamo avuto un amore a prima vista e come si dice anche all’interno delle varie interviste (non ricordo chi lo dica, ma poco importa, almeno a me),  quello che m’interessava, che mi prendeva e che mi faceva battere il cuore per questo genere muisclae, era il “flow” e da quello mi lasciavo rapire, senza sentire necessariamente l’esigenza di capire esattamente cosa mi stessero dicendo dall’altra parte. POteva diventare quasi un di più, se non addirittura un fastidio (quante delusioni, dopo aver dato risalto ai testi…). Mi piaceva l’incedere di quelle prime avventure in cui ci potemmo imbattere fin dalla fine degli anni ’80, quando poco più che quattordicenni, impattammo anche negli albori di quello che volente o nolente è stata la scena rap italica. Dispiacerà a qualcuno più snob di me (e si fa fatica), sentire il nome di Jovanotti, ma a parte i suoi primi singoli (un paio li posseggo anche in rari vinili 12″, che ovviamente custodisco gelosamente nella mia collezione), fu lui a portare nelle nostre case il Rap con il suo programma 1, 2, 3 Jovanotti, che ovviamente dava solo un’infarinata generale sulla scena d’oltre oceano, ma apriva a noi teen agers lo sguardo su colori, look e suoni che fino a quel momento non sapevamo nemmeno esistessero. Sapere poi uscire dall’ondata modaiola che ne conseguì e dalle tinte patinate date dai network milanesi dell’epoca, per inoltrarsi nel profondo e scoprire risvolti meno stucchevoli e decisamente più arcigni, era una scelta che non tutti decisero di intraprendere, ma che da quel momento invece, seppur non in modo non esclusivo, decisi io di fare.

Tutto questo viene raccontato più o meno bene in questo film ed è stato per me impossibile non riconoscersi nei racconti di chi si alternava nella narrazione. Come sempre, scopri poi che la tua cultura su un genere musicale ha inevitabilmente dei buchi, a volte anche grossolani e che qualche pezzo te lo sei perso per strada: vuoi perché in quel momento eri distratto dalla tua fiamma amorosa, vuoi perché era uscito Nevermind dei Nirvana e la tua attenzione si era posata su tutt’altro, ma in effetti guardando “Numero Zero”, ho imparato cose che non sapevo. O forse non ricordavo. È stato comunque molto bello approfondire una storia che mi ha visto, seppur da questa parte della barriccata, protagonista se non di primo livello (i miei ascolti hanno sempre spaziato su più generi e pur amandolo, non sono mai stato un esperto di Rap), di livello discreto…direi.

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Più scorrevano le immagini, più mi chiedevo quando sarebbero arrivate le testimonianze di alcuni dei protagonisti che all’epoca seguivo con maggior curiosità e ammetto di esserci rimasto un po’ corto e di essere molto critico sulla completezza dell’opera, per non aver sentito nulla di 99 Posse o addirittura Casinò Royale. Mi si dirà che la combo meneghina non rientrava nella definizione di Rap…ma allora gli Articolo 31? Cioè sia chiaro, a me sta benissimo si sia offerto il panorama più ampio con inserimenti anche di chi forse a parte il look e lo scimmiottamento di Rap aveva ben poco a livello di attitudine musicale e culturale (almeno nel prodotto che arrivava a noi), ma mi spiace certi nomi non siano stati menzionati e anche come grandi protagonisti di un calderone, che a ben vedere e come era nello spirito di genere, toccava punti molto distanti uno dall’altro: c’era chi era più funk, chi più soul, chi più rock…bah…questa defezione per me rimane incomprensibile.

Interessante poi sentire parlare personaggi che all’epoca incontrai anche per lavoro e che descrivevano la loro parte della barriccata. La mia parte è risultata spesso non allineata con quella che mi sentivo raccontare, ma questo non solo non mi ha fatto gridare allo scandalo, ma al contrario mi ha fatto pensare una volta di più che le percezioni individuali sono una droga che rischia di offuscare la mente, specialmente quando si pretende di giudicare la persona, che sta dietro all’artista che seguiamo, oltre che nella vita di tutti i giorni. Purtroppo, però, chi più chi meno siamo tutti un po’ tossici di questo e non è necessario essere degli autentici fattoni, quindi in pieno in una realtà parallela, per prendere delle cantonate colossali sulle persone.

Esperienza positiva, quindi. Documentario interessante seppur a mio dire incompleto e non solo dal punto di vista dei nomi mancanti, ma anche dei risvolti e della narrazione, che mi pare ad un certo punto abbia troppa fretta di arrivare alla fine della storia, dopo aver indugiato su dettagli che non voglio definire superflui, ma forse esageratamente curati, se inseriti in un contesto così ampio.

Se siete della mia generazione, ve lo godrete fra nostaligie e stupore nel vedere nelle svariate immagini d’epoca inserite nel film, come cazzo andavamo in giro conciati; se siete più giovani, forse qualcosa in più su di noi lo capirete e non necessariamente di bello. Certo non fa mai male capire da dove arrivino i nostri attuali compagni di viaggio e come ci sono arrivate determinate e fondamentali influenze culturali.

Insomma: da vedere, ma senza farsi abbindolare. Qui viene raccontata solo una parte della storia.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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