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Più che altro per non dimenticar(Si)


Trekking a Sassuolo: parco Albero d’Oro – Passo stretto e ritorno

Dopo aver portato a termine la bella camminata da Casa (nel centro di Sassuolo), fino al Castello di Montegibbio (qui raccontata), giusto la settimana prima, per continuare a sfogare il desiderio di cammino e quello crescente di riscoprire il nostro territorio comunale (visto che al momento le normative, lì ci confinano), ho deciso assieme a Sonia di azzardare un percorso più avventuroso e decisamente più evocativo.

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Devo tornare indietro all’età dell’adolescenza per trovare nella mia memoria scorribande sugli affascinanti calanchi che si trovano esattamente dietro le ultime vie urbanizzate di Sassuolo, anche se all’epoca non ricordo con precisione se percorremmo la stessa via che idealmente ho deciso di riprendere in questa uscita. Difficile far collimare i ricordi, anche perché in questi trent’anni la morfologia del calanco stesso è cambiata notevolmente: l’erosione tipica di queste caratteristiche zone, probabilmente ha stravolto il percorso stesso almeno da un certo punto in poi.

Il ritrovo e la partenza è fissata dal parcheggio del Circolo Albero d’Oro, posto su Viale Refice nella zona che inizia a salire dolcemente fino ad impattare con le colline che in pochi istanti e poco dopo aver abbandonato il bel parco sassolese, portano letteralmente fuori dal mondo. La civiltà si dilegua in pochi passi e ancor di più quando si inizia a salite una collinetta poco fuori dal quartiere di San Polo. Qui dopo un breve tratto di strada bianca e aver visto le ultime abitazioni, si compie una svolta secca e si inizia a salire, fra rigogliosi cespugli di rosmarino ed una vegetazione rada, ma già selvatica. Prima un santuarietto (Madonnina di san Polo), poi una croce, ridotta in cenere temo per cause vandaliche (Croce della collina), che si trovano nel bel mezzo di questa salita lungo un crinalino che fa da spartiacque secco fra due mondi . Se si guarda a nord, quindi alla propria sinistra se si sale, il tappeto di tetti si srotola all’infinito e così le ciminiere delle fabbriche di ceramica, le volte dei capannoni, le strade, anche se il sabato pomeriggio in cui ha luogo l’escursione che sto raccontando, la vista viene limitata fortemente dalla nebbia, che si fonde al cielo plumbeo e caliginoso, che minaccia pioggia. Se al contrario si decide di volgere lo sguardo alla propria destra, si è inghiottiti dall’arcigno e inospitale continuum di sterpi, vegetazione, interrotta solo dal margine inferiore del calanco che scende ripido. Una vallata scura e imperscrutabile, che si chiude a cerchio. Non ampia, ma davvero fitta e priva di punti di riferimento.

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Si arriva così alla sommità vera di questa collinetta ed ora per procedere lungo il crinale arriva il bello. Si ha a questo punto la schiena alla città e dopo un piccolo e ripidissimo scivolo a precipizio per un paio di metri, di fronte a chi osserva si apre il filo sottile del Passo Stretto. Nome davvero azzeccato, visto che la cresta lascia poco più del posto per un prudente cammino. Una lama argillosa che continua per alcune centinaia di metri in un ripetersi di sali e scendi. Un Brullo serpentello che declina sia a destra che a sinistra rapidamente su due differenti vallatine e che si va a infilare in una fitta boscaglia in cui è la quercia a farla da padrona. Lo scivolo citato poco fa potrebbe già scoraggiare a proseguire. Tocca mettersi quasi a sedere ed allungare le gambe un po’ alla cieca prima di toccare di nuovo l’argilla umidiccia e quindi infida. Per fortuna le operazioni sono più semplici di quanto era dato pensare e così a questo punto basta fare molta attenzione a dove si mettono i piedi in alcuni brevi passaggi, ma nulla di veramente pericoloso aspetta chi decide di affrontare il percorso. Un po’ di giudizio permette di godersi al meglio il luogo veramente inconsueto in cui si sta camminando.

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È davvero emozionante essere in un luogo simile. Non mi sento in pericolo, anzi, lo spirito avventuriero viene stuzzicato e eccitato. Sto davvero bene e mi sento tranquillo. Viene automatico perdersi nella fantasia e dimenticare che in realtà poco dietro la collina che incoccia perpendicolarmente con la sommità del calanco sul quale si sta camminando, brulica l’industriosa e indomita Sassuolo. Non so nemmeno esattamente dove stiamo per arrivare. Sulla sinistra a chiudere la vista un altro calanco, che sale ancora più in alto. Nel mezzo solo il brusio di una natura selvatica e lasciata a sé stessa. Si potrebbe perfino dire…in pace con sé stessa. Purtroppo il tempo di oggi è davvero infausto e anche i possibili panorami vengono mozzati o comunque appiattiti dall’assenza di raggi solari.

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Tante foto di rito (e il rischio corso un paio di volte di perdere lungo le scoscese e friabili pareti del calanco, il copriobbiettivo) e soste a guardarsi intorno, poi l’orario (siamo nel pomeriggio inoltrato), suggerisce di non indugiare oltre, visto che il percorso è ignoto e fino a quel punto non è nemmeno possibile escludere che sia necessario fare marcia indietro, perché eventualmente bloccati da frane e passaggi troppo pericolosi. Per fortuna non sarà così! La cresta boscosa che scorre perpendicolare al Passo Stretto e forma con esso e l’altra cresta parallela una grande C, si percorre fra invadentissime e rigogliose ginestre. A volte si fa fatica a passare ed è davvero consigliabile stare attenti, perché il terreno è spesso invisibile, sotto la coltre di rami e rametti dietro cui si nascondo insidiosi. Si cammina inoltre a pochi metri dal dirupo, dal quale è suggeribile tenersi a debita distanza. Ad un certo punto si devono fare anche un paio di passi di coraggio, con rovi che trattengono e s’impigliano e la via davvero molto assottigliata. Studiamo bene dove mettere i piedi, prima uno poi l’altra ci allunghiamo nel primo passo e tempo poche frazioni di secondo siamo già oltre questo ostacolo. C’è anche la necessità di fare una piccola scalatina. Una lingua di terreno sovrasta il sentiero e tocca salire. Le radici degli alberi scendono come liane a porgere aiuto per chi deve oltrepassare quest’ultimo piccolo tratto non certo comodissimo.

Poi d’improvviso un vigneto. I colori sgargianti delle poche foglie cocciutamente ancora ancorate alle preziose piante, illuminano il dolce declinare erboso di un podere. Contadina e un po’ trasandata, ma riecco la civiltà, dopo circa un’ora in un luogo meravigliosamente selvaggio e tutto da esplorare!

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Siamo di fatto in proprietà privata e così chiediamo scusa per l’invasione ai padroni di casa intenti nei loro lavori all’esterno. Due chiacchiere veloci e poi di nuovo sull’asfalto, per ricongiungerci con la SP20 – Via per Montegibbio, proprio un paio di Km sotto il Castello e il centro dell’omonimo caseggiato.

Per oggi l’avventura è stata sufficiente e così meglio percorrere i pochi Km che separano dalla chiusura dell’anello senza inoltrarsi ulteriormente in sperimentazioni e tagli per campi e altri dirupi. Dopo un paio d’ore incontriamo anche altre anime vive e non solo negli automezzi che salgono e scendono i tornanti della strada, ma anche altri camminatori che ci salutano educati.

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Dopo circa mezz’ora rieccomi ad attraversare il Parco dell’albero d’oro e a incontrare sempre più gente, schiamazzi e qualche amico che come noi ha deciso di camminare in questo pomeriggio tetro e ormai scuro. Felice per la bella avventura mi dirigo verso casa, con la speranza di poterla ripetere, magari con una giornata più luminosa.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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