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Più che altro per non dimenticar(Si)


Trekking Sassuolo / Montegibbio – 21 XI 2020

Nella corsa a definire arbitrariamente ciò che è fondamentale e ciò che è superfluo, temo che per molti il desiderio di stare all’aria aperta e camminare (non solo come esercizio per il corpo, ma come fiato per la mente e lo spirito), sia spesso visto come qualcosa da relegare nella seconda categoria. Ovviamente dal mio punto di vista in modo totalmente sbagliato, anzi presuntuosamente e stupidamente fuori luogo. Se c’è qualcosa che ho sofferto nel lockdown primaverile è stata proprio l’impossibilità di muoversi e camminare, di affrontare percorsi e spazi ampi, di uscire dagli agi per godere dei colori, dei profumi e perché no della fatica che raggiungere delle mete non convenzionali e riconducibili all’utilità, a piedi, mi ha sempre regalato. A chi mi diceva in modo supponente: “oh cosa trovi di difficile dello stare a cazzeggiare sul divano?!?” ho smesso di rispondere diversi mesi fa e penso di non avere proprio il desiderio di riprendere in considerazione un’affermazione così superficiale e finanche idiota. Certo, faccio ciò che viene chiesto di fare e capisco che non sia possibile non prendersi la propria parte di scimmia legata a questa situazione inattesa e non certo riconducibile a ciò che era la nostra normalità, che anzi viene pesantemente stravolta e chissà per quanto tempo ancora lo sarà.

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Purtroppo in queste settimane le regole m’impediscono di raggiungere il mio amato appennino reggiano, protagonista dei miei fine settimana fino a qui, fra trekking, funghi e riflessioni nella natura e così cerco costruttivamente di far buon viso a cattiva sorte e quindi di trovare un modo positivo di vivere le mie passioni senza uscire dalle restrizioni che oggi ci sono imposte.

Sassuolo per molti è un posto orribile e pieno di capannoni. Inquinata e inospitale, ma in realtà ha una grande fortuna che la rese fra l’altro residenza preferita di Federico II d’Este: la collocazione geografica pedecollinare e il fiume Secchia a lambirne il centro storico. Purtroppo le cose da allora sono in effetti cambiate a livello di contorno, ma non certo nell’offrire la possibilità di uscire in pochi minuti dal contesto urbano per immergersi in quello naturale con veramente pochi passi.

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Dedico quindi di riappropriarmi dei nostri luoghi e di sfogare il mio desiderio di camminare e di spazi aperti, prendendo come punto di riferimento il Castello di Montegibbio, raggiungibile ormai da qualche tempo attraverso un sentiero segnato e curato dal CAI, oltre che da alcuni itinerari alternativi nella campagna e sulle prime colline appena fuori il nostro centro abitato, sempre senza sforare i confini comunali e dunque le vigenti norme imposte per il contenimento del COVID. Devo dire grazie a Sonia che ha contribuito a segnare questa via e che da guida esperta mi accompagna in questa nuova esperienza nei “prati di casa”.

Decidiamo di partire di buona mattina. Le campane della parrocchia che scandiscono le ore della mia giornata fin da bambino, suonano le otto in punto e ad attendermi c’è una frizzante aria gelida che arriva dall’appennino, proprio il giorno prima imbiancato da una nevicata fino a quote relativamente basse. Per strada solo qualche infreddolito concittadino che porta a spasso il cane e pochissime altre persone che camminano veloci per sfuggire presto alla temperatura rigida. In pochi minuti arrivo nel nostro bellissimo salotto cittadino (Piazza Garibaldi, per noi Piazza Piccola), dove vedo che l’orologio del campanone segna le 8.10. Da lì scappo velocemente dall’orrenda Piazza Martiri Partigiani (Piazza Grande), ora scaravoltata da un cantiere per il rifacimento della pavimentazione, che purtroppo non corrisponderà con una a mio avviso, fondamentale riqualificazione da parcheggio (come per gran parte resterà) a zona pedonale. Sassuolo in questo, ahimè, fa davvero ancora schifo e continuerà a farlo per chissà quanti anni ancora a causa di questa miope e assurda scelta.

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Ancora pochi passi ed eccomi nel Parco Ducale, dopo essermi goduto per la milionesima volta la rocciosa chiusura del Fontanazzo, visibile da Piazzale Roverella (pensare che fino a pochi anni orsono un palazzaccio copriva questo suggestivo scorcio a testimonianza di quanto siamo riusciti a bistrattare le nostre bellezze in modo agghiacciante…). Anche il parco di recente è stato riqualificato nella porzione ancora recintata e che fu di gestione dell’accademia militare quando ancora l’intera struttura ducale era di fatto una caserma. Purtroppo la pandemia ha rallentato i lavori e il parco non è ancora fruibile, ma si fa già apprezzare per la bella e ordinata disposizione di nuove piante e livellati percorsi pedonali.

Mi lascio alle spalle la facciata sud dell’ex Reggia estense  e vedo di fronte a me la lunga fila di pioppi che delimita l’infinito rettilineo che prima interrotto solo dalla trafficata Via Indipendenza, prima di allontanarsi sempre più dall’urbanizzazione, in direzione appennino. Proprio qui mi trovo con la mia compagna di camminata e di chiacchiere che variano dalla politica, al sogno di tornare presto a camminare in montagna. Il sole inizia a fare capolino timidamente, ma non è ancora in grado di sciogliere la brina che ricopre il prato e le sterpaglie a fianco dello sterrato che stiamo percorrendo di buona lena.

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Il tratto pianeggiante continua e dopo un piccolo cambio d’asse con un destra, poi sinistra, dallo sterrato si passa all’asfalto della stretta e sempre rettilinea Via Superchia, dove lo scenario è decisamente cambiato. La pianeggiante campagna, i campi coltivati e addirittura anche qualcuno che nell’industriosa e industrialissima, oltre che fighetta e aristocratica Sassuolo, ha ancora il coraggio di fare agricoltura. In poche centinaia di metri pare di essere in un posto completamente diverso da quello di precedenza, lontano anni luce e  non solo i quattro Km che ho percorso fino al momento in cui siamo costretti a cozzare pesantemente con la civiltà, nell’incrocio che ci porta ad attraversare la SP 19 (Via San Michele), vivace arteria di collegamento con l’omonima frazione del nostro Comune. In tutto questo primo tratto a vigilare sul nostro cammino il Monte Cusna, che bianco si staglia sullo sfondo sempre di fronte a noi, bellissimo!

Giusto il tempo e l’attenzione per non farsi investire dalle automobili sfreccianti ed eccoci di fianco a quello che un tempo fu un caseificio all’imbocco con Via Salvarola. Ormai gran parte del borgo è purtroppo diroccato o in condizioni squallide. Solo un paio di abitazioni sono state sistemate e sono attualmente abitate, proprio sotto la sponda erbosa e leggermente boscosa, che lo stretto budello sale nella prima salitina che dobbiamo affrontare, fino ad arrivare al piano su cui è costruita la ormai obsoleta e tetra struttura per anziani Casa Serena. Scherziamo sul fiatone che già questo innocuo strappetto ci procura a causa del lungo obbligato stop e dunque lo scarsissimo allenamento di entrambi. Di fronte a questo antiestetico casermone verde si apre un campo che ridà dignità al colore della speranza; lo attraversiamo, bagnandoci i piedi con l’ancora copiosa brina che ricopre l’erba. Circumnavighiamo il podere in senso orario fino all’imbocco di una carreggiata che ci troviamo sulla sinistra. Lo stradello reso fangoso dalla pioggia del giorno prima, scende per alcune decine di metri, fino a costeggiare sulla sinistra un laghetto, dal quale esce suggestivamente una nebbiolina turbinante, che dopo qualche volteggio sul pelo del piccolo e stagnante pelo dell’acqua, si disperde, dissolvendosi nell’aria ancora fredda, ma ora intiepidita dal sole che inizia piano, piano a scaldare.

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Mentre passiamo e ci lasciamo alle spalle il laghetto (di cui non so se esista un nome preciso), non posso fare a meno di ricordare quando da ragazzetto raggiungevo questo luogo  sul college 50 prestato dall’amico Gabriele, per passare spensierati pomeriggi a pescare pesci gatto (se andava bene), a fantasticare, parlare, gozzovigliare, fumare e godere della propria adolescenza fra amici.

Rapito da questi pensieri, che condivido in uno dei tanti aneddoti da camminata, dopo un breve tratto in salita reso antipatico solo dal fondo viscido e dal fango argilloso che rende ogni passo una piccola battaglia contro la forza di gravità, arriviamo velocemente in località “La Brutta”, nome che mi pare purtroppo azzeccato per un luogo che per quanto in campagna e in leggera collina, non gode di particolare fascino. Ora il sole scalda e mi tolgo la giacca. La giornata è veramente radiosa. Uno stallone un po’ disordinato e dall’architettura non certo gentile, completa l’opera di compromissione dell’armonia paesaggistica, che però migliora notevolmente non appena la strada riprende a salire con una svolta a sinistra e s’inerpica su una viscida salita sterrata, fino ad una nuova borgata e ad un altro piccolo laghetto frequentato da anatre domestiche (come recita il cartello affisso, penso a monito di ingolositi cacciatori), paciose nel godersi con noi il panorama che si perde fino alla sagoma da un po’ ben distinguibile del torrione principale del Castello di Montegibbio.

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Alle spalle lo skyline del nostro appennino è ben visibile e sotto si apre la pianura, con il centro di Sassuolo, seguito dalle città che affollano e riempiono di brulicante vita e urbanizzazionegli spazi a perdita d’occhio. La foschia e la cappa di smog, complice una giornata tutto sommato limpida, permette d’intravvedere in lontananza le sagome delle Prealpi veronesi e dietro pare anche di scorgere qualche punta imbiancata. La salita è dolce e non obbliga mai il fisico a sforzi particolari. Si può tenere un buon ritmo senza sfiancarsi e godendosi il panorama che qui è davvero contrastante: da una parte i bellissimi monti, dall’altra la cementificata e caliginosa pianura, che anche in giornate così belle e soleggiate non riesce a perdere l’alone livido di smog a sovrastarla e a renderla cupa e poco accogliente alla vista, per quanto a suo modo affascinante.

Quando si arriva alla Capriola il più della salita è fatta. Purtroppo anche qui si percorre un ampia carreggiata per lo più all’ombra, quindi spesso viscida e fangosa, vista la già citata pioggia del giorno precedente. Un breve tratto di strada lungo la provinciale 20 (Via Montegibbio), ed ecco sulla destra il cartello marron che annuncia l’ingresso nella frazione collinare del nostro comune. Proprio dietro la tabella parte la carreggiata/sentiero, che in una rapida e breve ascesa porta, fra querce ingiallite e ormai semispoglie, verso il parco del Castello. Sulla destra uno spiazzo a ‘mo di terrazza, con tanto di una panchina che offre la possibilità di godersi il panorama della sottostante valle del Secchia e ancora dell’Appennino Reggiano, fino alle più alte vette ora ben visibili in filotto. Da destra verso sinistra impossibile non riconoscere le cime del Ventasso, del Casarola, Alpe di Succiso e infine ancora del Cusna. L’assenza di nubi e in questa direzione della benché minima foschia, assieme al bianco della neve che ora risplende sotto il sole alto, contribuisce a stagliare in modo netto le sagome inconfondibili. Impossibile non concedersi qualche istante per godersi un panorama così famigliare, ma comunque sempre suggestivo. Sarebbe proprio bello poter toccare quella neve e godersi il frizzo dell’aria, fasi una bella doccia di sole con lo scricchiolare delle ciaspole o dei ramponi sotto i piedi, ma come già detto, oggi tocca “accontentarsi” e accantonare i sogni, sperando di poterli realizzare presto.

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Poche centinaia di metri lungo il pianeggiante ed elegante percorso che circonda il Castello e dopo poco ecco la rampa in ciotolato che tante volte ho percorso e che porta attraverso un arco all’interno della corte sovrastata dal torrione. Pochi istanti per un paio di foto e visto che inizia ad arrivare fin troppa gente via a costeggiare il grande spiazzo/parcheggio fino alla torretta che s’incrocia quando si entra, giungendo dalla strada provinciale in mezzo motorizzato. Piccola deviazione sul percorso, salendo leggermente per raggiungere un belvedere che risulta leggermente più alto del Castello stesso e che da l’opportunità di spaziare con lo sguardo anche sui caratteristici e bellissimi calanchi del tirassegno, del passo stretto e su tutte le borgate che costellano le vallatine segnate dai fossi e torrenti che scendono a offrire il loro piccolo, ma importante contribuito al Secchia, che nel frattempo scorre placido, scintillando in basso sulla sinistra dal punto di osservazione.

Il sole tiepido e la bellissima giornata inviterebbe a sdraiarsi nel prato che copre la terrazza naturale metà di questa piccola digressione sul percorso, ma ormai siamo a metà mattinata ed è venuto il momento di riprendere il cammino per concludere l’itinerario. È tempo di scendere nuovamente verso la pianura, ma per farlo anziché tornare sui passi dell’andata, la direzione possibile da prendere è quella che porterà da lì a costeggiare il Rio Vallurbana lungo l’omonima via. Tornando al livello del parcheggio anziché tornare in direzione Castello, prima una virata ad U, poi poco dopo una svolta secca a destra, nei pressi di un colaratissimo vigneto, pronto per riposare dopo la stagione produttiva delle preziose uve che regalano il vivace e amato lambrusco. Ci sono due cani da caccia che gironzolano e poco dopo si palesano anche i padroni, con il fucile in spalla. Devo ammettere che provo sempre un senso d’inquietudine quando incontro gente armata…

Dopo questo incontro e un breve tragitto in discesa lungo una carraia immersa in un querceto, si arriva di nuovo sulla strada asfaltata che di lì a poco scenderà fino all’imbuto formato dalle poche case della borgata conosciuta come “Le Bagole”. Bellissima la luce che illumina poco distante il borgo di “Casara” e i dolci pendii ancora vivacizzati dai bei colori autunnali. Poco dopo rimango letteralmente incantato mentre il vento fa volare foglie da un boschetto. Grazie all’angolazione della luce solare le foglie che volano sopra un ampio prato stabile brillano come fossero polvere di stelle. Silenzio, venticello e questo piccolo, ma meraviglioso spettacolo mi rapiscono totalmente per qualche istante, che passo a bocca aperta. Purtroppo il tutto non dura più che qualche attimo, che però si fissa in modo profondo in me e mi ispira a scriverne coi una delle mie composizioni in dialetto (se volete leggerla potete trovarla qui).

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Questo è forse l’ultimo piccolo attimo di magia regalato da questo bel giro. L’anello che stiamo percorrendo da lì a poco riporterà gradualmente sempre più vicino alla “civiltà” e alla caoticità. Sono tante le persone che giustamente vogliono godere di questa bella giornata di sole e così gli incontri fino a quel momento piuttosto radi, diventano una costante. Dopo non molto si incrocia nuovamente la SP 19 (Via San Michele).

Visto l’orario il traffico è ancora più intenso: sia quello veicolare sulla via, che quello di pedoni e ciclisti che affollano il crocevia. Da lì non resta che spingersi sempre più verso il Secchia, che si trova ormai a poche centinaia di metri. I monti ormai non si riescono più a vedere, meglio stare attenti al via vai per non essere investiti da una bicicletta sfrecciante. Inizio ad essere anche stanco, visto che i Km sono già intorno ai 15. Ora la pendenza, seppur impercettibilmente accompagna su un falsopiano in lieve discesa. Si percorre la Ciclabile del Secchia, che lasciamo solo per andare a riprendere il tratto che riconduce verso il parco ducale, attraverso il vialone alberato già percorso al mattino. Io e la mia guida/compagna di camminata ci salutiamo. Lei è arrivata alla macchina a me da lì manca ancora l’ultimo sforzo e gli ultimi incontri di conoscenti e amici, prima di chiudere il percorso a casa, dopo aver percorso 20 Km e dopo circa 4 ore fra cammino, foto, soste, pensieri, chiacchiere e sogni…

Un bellissimo percorso che credo rifarò spesso se impossibilitato come ora ad uscire dal Comune di residenza e che vi consiglio anche con bambini, visto che non si affrontano mai pendenze proibitive e pericoli. Panorami molto affascinanti e sorprese che forse uno non si aspetterebbe solo pochi Km più a nord nel mezzo della squallida zona Industriale e artigianale della città. Non servono particolari dotazioni, ma solo un paio di scarpe comode, al limite un bastone per aiutarsi (io non riesco più a farne a meno…quasi fosse una coperta di Linus) e il desiderio di esplorare il nostro territorio e scoprire che offre molto più di quanto si potesse pensare, oltre ovviamente a quello di…schiodare il culo dal divano e come nel mio caso di passare del tempo in buona compagnia fuori da quelle case divenute in questo periodo piccole prigioni.

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Una risposta a “Trekking Sassuolo / Montegibbio – 21 XI 2020”

  1. […] a termine la bella camminata da Casa (nel centro di Sassuolo), fino al Castello di Montegibbio (qui raccontata), giusto la settimana prima, per continuare a sfogare il desiderio di cammino e quello crescente di […]

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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