Da qualche tempo ho un rapporto piuttosto conflittuale con le serie TV, format sempre più in voga e seguito e che aveva avvinto anche il sottoscritto, dopo almeno una quarantina di anni di assoluto disinteresse. Con l’avvento delle piattaforme economicamente più raggiungibili e soprattutto più agili grazie alla trasmissione in streaming, mi sono però lasciato conquistare piano, piano, fino a divenire a mia volta un divoratore seriale di questa forma cinematografica.
Non m’informo moltissimo e difficilmente ne parlo, almeno nell’ultimo periodo. Ho smesso anche di scriverne, tantè che questa penso sia la prima occasione in cui torno a farlo dopo veramente parecchio tempo, perché penso che in fin dei conti non freghi nulla a nessuno delle mie strampalate opinioni su ciò che vedo. Argomento molto frequentato quello delle serie TV e spesso legato ad un linguaggio che mi piace poco. Inutile scriverne? Bah, può essere, facile, ma subentra poi l’altro aspetto, quello cioè che mi serve per avere memoria personale.
Bel grattacapo ricordarsi le cose anche nella distanza che intercorre fra una stagione e l’altra, quindi qualche mese, massimo un annetto. Purtroppo devo ammettere che la mia sulle stagioni intermedie di questo 3%, è piuttosto annebbiata. Forse perché non mi hanno entusiasmato? O forse perché le ho guardate io distrattamente? Chissà…
Rimane il fatto che non appena notavo il patacchino rosso con la scritta “nuovi episodi” era più forte di me cliccare sul play e bermi con una certa avidità i nuovi episodi di questa serie Brasiliana, in portoghese carioca e disponibile solo sottotitolata. Un suono meraviglioso, quanto incomprensibile e qualche volta al nostro orecchio, memore di Aristoteles e compagnia bella, un po’ buffo.
Ma di buffo c’è poco in questa piccola epopea. I costumi potrebbero essere definiti tali, ma a mio avviso sono una chicca stratosferica. Quelli dei “ricchi” molto simili allo stile in modernariato Star Treckoso, quelli dei “poveri”, sciccheria molto new agiosa ad uncinetto e lana grossa.
La nota di fondo sociale è fortissima in tutto questo racconto, ambientato in un tempo che potrebbe essere futuro, ma anche non troppo in là e sopratuttto con talmente tanto di verosimile da poter suscitare qualche prurito alla coscienza o perché no alla paura di tutti noi.

Non riesce sempre a stare su di livello e nel corso delle quattro stagioni fra angherie, intrallazzi e puntatine su sentimentalismi da soap opera sudamericana che non mancano, qualche caduta di stile e nella banalità avviene. L’idea di fondo è comunque apprezzabile e lo svolgimento del tema sa tenere stretti, anche se di certo non legare. Un’onesta serie TV che non raggiunge forse livelli sperticati, ma sta di certo abbondantemente sopra la linea della mediocrità che ormai s’è impossessata delle piattaforme già sopra citate.
Alcuni personaggi sono assolutamente clamorosi, altri un po’ troppo macchietta: qualche volta uno e l’altro a fasi alterne. Certo la fantasia si spreca nei costumi, un po’ meno nell’ossatura della storia, dove ovviamente ci sono i cattivi e i buoni. Il Processo e la Causa si danno battaglia, ma nemmeno a dirlo i cattivi sono i ricchi ed i buoni sono i poveri. Il Processo che fa perdere la testa e soprattutto la visione di come uscire tutti assieme dai problemi, piuttosto che riservare la fortuna della propria vita a quella che appare semplicemente una lotteria, dove i più scaltri e furbi possono provare a barare. Niente di più lontano dal merito che invece il Processo si vanta di saper distinguere: solo un egoismo distratto e crudele, a tratti feroce e senza appello. L’insindacabile soggettività che si traveste da giustizia, assomigliando più alla fortuna o alla sfortuna, al caso, che a qualcosa che solo si avvicini al merito tanto decantato e alla superiorità che ne dovrebbe essere premiata.
Non ci vogliono studi in sociologia e filosofia, per seguire la trama e il messaggio di fondo, ma in quello che parrebbe come un mare di banalità, in realtà non mancano né colpi di scena, né spunti di riflessione, perché in effetti non è che questi debbano per forza uscire dal cilindro dell’originalità: a volte basta affacciarsi alla finestra e guardare il quotidiano per trovarne a sufficienza da riempirsi una vita intera di ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Chi vincerà dunque? Il Processo o la Causa? E a quale prezzo?

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