Era da un bel pezzo che non mi appassionavo ad una serie TV a tal punto da sentirmi risucchiato inevitabilmente dal “prossimo episodio” e dal fare le ore piccole proprio per guardare almeno una parte di questo, ma giusto una decina di giorni fa mi sono imbattuto in The Hunters, dove a spiccare e a creare ulteriore curiosità è senz’ombra di dubbio la figura di Al Pacino; almeno: con me ha funzionato.
Siamo negli anni ’70, a New York, fra strade luride e automobili lunghissime, tanti marroncini e bejolini, canne fumate serenamente in mezzo alla gente, capocce cotonatissime e stivaletti. Una New York che ci riporta ai Telefilm che guardavamo da piccoli, per intenderci, dove l’acciaio e l’asfalto, gli idranti aperti, diventano puramente iconici. No, nessun tombino fumante, perché molto di The Hunter accade all’interno e negli interni di questa Grande Mela pre Reaganiana.
Ecco, da qui in poi New York c’entra poco o nulla, anche perché il tutto parte in maniera fulminea altrove e in maniera surreale. Una strage famigliare apre le porte alla storia che si dipana da quel momento in poi sul filo psicologico dell’accettazione o meno del concetto di vendetta.
Ecco di cosa parla The Hunters: è giusto o meno vendicarsi? In realtà sul finire della serie Meyer Offerman, magistralmente interpretato da un Pacino perfetto e grandioso, la sposta su un altro piano, che probabilmente è il vero piano su cui trovare l’equilibrio. Non è tanto il concetto di giusto o sbagliato, ma di quello che va o non va fatto. Una linea sottile che in realtà segna in modo imprescindibile e totalmente le riflessioni dei personaggi, in particolare del giovane Jonah (Logan Lerman), ma che durante la visione continuava a farmi riflettere e rimuginare, senza sosta. Mi interrogo costantemente sul concetto di vendetta e non giudico i protagonisti, ma i miei pensieri e il mio comportamento. Certo non ho mai dovuto affrontare il male nazista in senso stretto, ma il senso di colpa per aver sentito il desiderio di vendicarmi, oh, quello sì che l’ho sentito: eccome!

Senza spoilerare troppo, per non dire nulla, rimanendo quindi molto in superficie per contestualizzare, stiamo parlando di una storia di sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale, che cercano i propri carnefici, scampati alla giustizia e addirittura assoldati dal governo americano per ripulire faccia, coscienza e fedina penale, in cambio di competenze e informazioni.
Il Governo è stato bravo a nasconderli e a sfruttare al massimo quello che potevano dare per battere i russi durante gli anni della Guerra Fredda, ma i nostri (eh, sì, mica terrai per i nazisti?!?), si sono specializzati e sono diventati davvero bravi a rintracciare questi aguzzini. E quando trovi colui che ti ha fatto sparare a 11 persone per salvare quella che ami, o che ha freddato il tuo figlioletto davanti ai tuoi occhi, cosa fare? Avere pietà? Recitare una preghiera? Un colpo e via o sofferenza?
Piatti di merda con cui si imbocca un’elegante Signora dei salotti conservatori buoni in vestito da sera, ripensamenti e qualche carrambata un po’ dozzinale, ma a farla da padrona è sempre quel dubbio: a fare così si fa la cosa giusta? Si diventa come loro? Peggio? O appunto si fa solo ciò che va fatto, ovvero qualcosa che sale vertiginosamente ben al di sopra del concetto di giusto e sbagliato, che di fatto è creato artificiosamente dalla cultura e dalla sensibilità ad esso ispirata?
Una domanda gigantesca, più che una serie TV. Una serie TV che grazie a questa, da banalotta diventa appassionante, avvincente e riflessiva. L’ultima puntata mi ha un po’ deluso, proprio perché corre un po’, macchiettizzando proprio il concetto portante dell’intera storia, ma per il resto un filotto tutto d’un fiato, di quelli che ti dispiace quando finiscono.

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