Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Bar Snob – Episodio CXXVII (XXIV – IV) – 14 VII 2020

Quando si è stanchi e si capisce di non avere nulla di interessante da dire e lo dimostra il fatto che nessuno ti caga e se ti cagano, ti cagano il cazzo, meglio fermare tutto e prendersi il tempo per riflettere su ciò che si sta facendo. Nessuna fuga, nessun colpo di scena, solo una onesta per quanto dolorosa constatazione. Una presa di coscienza amara, ma necessaria: ora del Bar Snob e delle opinioni di chi da anni si mette a nudo con coraggio e sincerità, non frega niente a nessuno. Il Bar Snob in questo modo, non ha senso di esistere, perché non serviva per mettere su un piedistallo qualcuno, ma solo per parlare, incontrarsi, discutere. Se credevate che i sermoni iniziali fossero per voi, vi sbagliate: parlavo a me stesso e prendevo spunto dai miei limiti, dalle mie debolezze e non volevo insegnare, ma piuttosto chiedere aiuto. È andata male. Molto male, soprattutto dopo il lookdown. Meglio chiudere, poi si vedrà…ma quando si chiude una porta non è vero che si apre un portone…

CARTOLINA

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 COPERTINA

Lunedì mattina in quel della mia amata Febbio, proprio mentre rientravo da un giro iniziato all’alba nei boschi con qualche porcinello in bisaccia, ho ad un certo punto incrociato tre canuti pensionati che si godevano la frescura, la pace e il silenzio di quella soleggiata mattinata. Il silenzio a dire il vero una delle signore lo fracassava malamente e fin da una notevole distanza, nonostante il mio udito non sia dei più acuti, la si sentiva tessere le lodi del suo cagnolino. Il cagnolino non c’era, ma lei ne descriveva accuratamente i pensieri, che percepiva dagli occhioni, dalla coda, dalle movenze. I pensieri, proprio i pensieri, non solo cose tipo: ho fame, sono felice di vederti.

I pensieri: “guardi, come quelli di noi cristiani, sa!”

In effetti lo si poteva intuire dal trasporto, ma con quella frase la signora ha dichiarato, togliendo spazio ad ogni tipo di fraintendimento, che i pensieri attribuiti al cagnolino sono senza dubbio molto simili a quelli che potremmo avere noi. Ho poi quasi il sospetto, più nello specifico che si trattasse dei pensieri della signora stessa.

Pensieri umani dunque e specifici di chi li attribuisce.

Tutto questo in un cane. Ah, no, il suo cane.

Ora magari i cani hanno dei pensieri simili ai nostri, io mica lo posso sapere e se saltasse fuori la cosa non mi stupirebbe nemmeno, perché no,  ma che la signora antropizzasse i pensieri del suo cane, anzi decidesse lei gli esatti pensieri che il suo cane faceva, mi ha fatto pensare che non c’è da meravigliarsi minimamente di questa cosa in un mondo in cui ormai spesso siamo convinti di aver capito cosa pensano gli altri dai loro comportamenti, ma soprattutto dalle nostre interpretazioni: che il nostro istinto non può fallire. Noi la sappiamo lunga!

Il problema non è tanto coi cani, quindi, ma con l’arroganza.

Quella che ci porta a pensare di avere capito tutto degli altri, ma soprattutto quello che ci va di capire, che ci serve capire, che ci è funzionale capire.

Naturalmente guai porsi il dubbio di confrontarsi con coloro a cui attribuiamo certi pensieri. Potrebbe cascare il castello che ci siamo costruiti e dentro cui ci sentiamo tanto al sicuro.

Arroccati nelle convinzioni che servono per sentirci al sicuro.

Non ci si può permettere di essere insidiati dal dubbio e tantomeno dalla realtà, men che meno dall’onestà e dalla lealtà. Che parolacce nel mondo macho, nella giungla in cui dobbiamo sopravvivere ogni giorno!!!

Sarà ben più comodo avere un pensiero, attribuirlo a qualcuno e procedere dritti come dei fusi a costruire dinamiche di cui ovviamente noi si è giudici infallibili. Poco importa che si stia facendo cosa di una violenza spietata e disumana. Siamo mica qui a pettinare le bambole!

Se per caso, poi, così magnanimi ci scappa di concedere replica a qualcuno e questi nega di avere avuto il pensiero da noi a lui attribuito, è certamente un bugiardo, uno che prova a raccontarla, un mistificatore, un ciarlatano: le nostre impressioni non possono sbagliare, non possono essere confutate. A me i piedi in testa non li mette nessuno e soprattutto deve ancora nascere chi mi può fregare…tzè.

Parlare, confrontarsi e capirsi, rispettarsi, ascoltarsi?

Quanto tempo perso, quando basta annaffiare ogni giorno la propria brutale e violenta arroganza.

Da un po’ mi sento proprio un troglodita ingenuo, nell’ammettere che mi trovavo decisamente meglio quando al limite partivano le scazzottate o le litigate con parole grosse, ma in cui erano di solito quelle piccole a cui si dava veramente peso, magari a mente fredda e che ci facevano riflettere e quindi intimamente ammettere che avevamo capito male, che avevamo sbagliato, che non era come pensavamo noi.

Oh! Era in effetti un gran fatica e bruciava riconoscere che no, il pensiero che volevamo inculcare nel cuore e nella mente altrui era solo nostro e scaturiva dalla paura, o  dalla rabbia, o dalla nostra vigliaccheria, o da niente in particolare, come ad esempio il desiderio di sentirsi sempre nel giusto e soprattutto totalmente indipendenti dalle altre persone: che meno le si ascolta, meno possibilità c’è che mi facciano vedere con le loro motivazioni e le loro legittime posizioni, che a volte faccio proprio schifo, anche se mi sono vestito con l’ipocrita tunica della festa e a prima vista sembro proprio bello.

Meglio ascoltare solo sé stessi e silenziare tutto il resto. Sai quando si dice: se avessi la bacchetta magica?

Si sta sicuramente meglio al mondo.

E non credete a chi dice che prima o poi tutti la pagano, che i nodi vengono al pettine, che i conti si fanno sempre, perché non è per niente vero. Gli unici a pagarla sono quelli che sanno riconoscere la violenza anche in una carezza e l’amore nei ceffoni.

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VINILE IN SPOLVERO

THE UNDERGROUND – CELADA- 12″ (2000, STAR 69)

109355105_3204728122883073_5772750563564682701_nUn brano che spaccò le piste di mezzo mondo quello firmato dalla Drag Queen Celada, pseudonimo della statunitense Victoria Sharpe. Arrivò dal nulla e catturò l’attenzione anche di coloro che non amavano particolarmente la house e la garage music. Irresistibile fin dalle prime battute, assolutamente da ascoltare a volume sostenuto. I ricordi di quando girava sugli impianti delle discoteche che ho avuto la fortuna di frequentare come Dj e non solo, fanno un po’ impallidire l’ascolto con massa della serata, ma rinverdiscono i ricordi e le emozioni del tempo.

SCHEGGE SONEEKE

PSYENCE FICTION – U.N.K.L.E. – DOPPIO LP (1998, MOWAX)

R-13111040-1549487340-1617.jpegUn album meraviglioso quello che vide esordire il duo James Lavelle, Dj Shadow, sotto lo pseudonimo U.N.K.L.E.. Grossa delusione non averlo potuto presentare, come da programma, all’interno della rassegna Words on Wax a causa dello stop alle iniziative con pubblico che ha cancellato molte iniziative da marzo fino ad oggi (e chissà per quanto). Per l’ascolto uno dei brani più strazianti dell’intera raccolta, ovvero quella che vedeva il Featuring di Richard Ashcroft, all’epoca in auge con i suoi Verve da poco autori del loro epocale “Urban Hymns”. Un disco di cui rimango profondamente innamorato, per quanto solleciti in me malinconie profonde e spesso tristezza insanabile. Ricordi di mal di pancia tremendi e di lacrime nel buio della mia camera. Non poteva essere che lui lo Schegge Soneeke di questa serata ed anzi di questo periodo. Adesso lo riascolto…all’epoca mi faceva sfogare e stare meglio, chissà se funziona…

A SUA INSAPUTA

suoloCitta-725x408Come si suol dire in questi casi, il lupo perde il pelo, ma non il vizio e così pare si stia comportando la politica e la classe dirigente italiana (ma purtroppo non solo). C’è bisogno di rilancio, ma anche di mettere finalmente i puntini sulle I, di una situazione ormai divenuta insostenibile. Tutti a dire che bisogna ascoltare la scienza e scegliere di conseguenza agli ammonimenti di chi studia e lavora sulle previsioni e quindi sulle conseguenze dell’oggi sul domani. La verità è che manca qualità, senso della morale e pure coraggio. Manca tutto ciò che servirebbe per andare nella direzione giusta. Alla faccia dell’andrà tutto bene… 

La qualità di una scelta politica sta anche nel ridiscutere e modificare scelte e strategie che hanno fallito o che semplicemente non possono più oggi rappresentare una soluzione ai problemi di questo paese.

Che il governo Conte per rilanciare il PIL voglia varare un piano da 200mld di ‘grandi opere’ a me pare di una miopia politica e culturale enorme. La solita triste proposta fondata su modelli di relazione tra noi e la terra fatti di asfalto e cemento. Un suolo da rendere inerte, impermeabile e rigido, inadatto alla crescita e al cambiamento, utile solo ad appoggiarsi sopra edifici, palazzine, capannoni, strade.

Un modello già morto da anni e che anche qui a Modena vogliamo riproporre e rianimare. Non servirà. Non esiste un modello Genova e non sarà il Tav a migliorare la nostra economia corporativa, statica e invecchiata.

Il rilancio con le grandi opere è un miraggio e contribuirà a trattenere questo paese in un passato che non tornerà mentre un capitalismo sempre più predatorio e violento chiede al mondo del lavoro di pazientare, sopportare e infine soccombere.

Tra le cooperative che appaltano il lavoro di un uomo e le grandi opere io vedo una seria e grande continuità, di piani, di idee, di povertà.

(Ivano Gorzanelli 08 VII 2020 Facebook)

NON È SUCCESSO NIENTE

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Le parole sono importanti. E torniamo lì, dopo un po’ che non lo facciamo, ma in effetti per l’ennesima volta. Le usiamo male e a sproposito, sopratutto quelle più pesanti. Ci stavo pensando proprio l’altro giorno a quanto anche io abbia fatto questo errore in maniera imperdonabile. Per fortuna uso anche quelle più rare, ma chissà perché pesano sempre più quelle spiacevoli: voi?

– Ottantasei?

– Salve.

– Buongiorno.

– Allora, io ieri sera ho visto questa pubblicità…

– Senta, c’è la fila.

– Abbia pazienza, le sto fornendo un po’ di contesto. In questa pubblicità a un certo punto dicono “lo sgrassatore che ami”. Io non ci faccio tanto caso sul momento, però più tardi telefono alla mia ragazza e alla fine della telefonata le dico “ti amo” e, non so perché, penso alla sgrassatore. E quel ti amo mi esce fiacco, mi esce finto, vuoto, capisce? Perciò son passato per…

– Controlliamo subito.

– Grazie.

– Solo un secondo… eh, per forza! Per forza le esce fiacco. Lei mi ha esaurito i suoi “ti amo”.

– Non è possibile.

– Non ci crede? Guardi qua, guardi il saldo. Qui mi dice che lei coi “ti amo” è fermo al 2016.

– Son quattro anni fa.

– L’ultimo è di novembre 2016.

– Faccia vedere? Ma dai! Ma era una festa! Stavo ubriaco, manco mi ricordo a chi…

– Non importa, a forza di andarsene in giro a dirlo a tutti, li ha finiti.

– Cioè, non posso più dire “ti amo”.

– Certo che lo può dire.

– Ah, ecco.

– Solo che adesso sono solo parole. Non ha più l’efficacia di prima, né su di lei, né su quelli a cui lo dice. Gli manca il peso specifico, nessuno ci crede più. Insomma, fa l’effetto sgrassatore.

– Ahia.

– È un problema?

– Eh be’, direi di sì. Ci sono delle persone a cui vorrei continuare a poterlo dire.

– Pure coi “vaffanculo” ‘sta a secco.

– No!

– Sì, mi si è giocato quelli che le restavano durante Star Wars gli Ultimi Jedi.

– Ecco perché durante Star Wars l’Ascesa di Skywalker risultavano così poco convincenti.

– Eh, poi questo è un anno micidiale per i “vaffanculo”, stanno tutti in rosso.

– Ma quelli mi servono per lavoro.

– Che lavoro fa?

– Sto un sacco su internet.

– Mi dispiace, dicono ci sarà un contributo statale verso fine anno, ma intanto si deve arrangiare con quello che ha.

– Tipo?

– Vediamo… qui sul suo conto mi risulta che ha un sacco di “scusa” mai utilizzati.

– Ma se chiedo “scusa” continuamente.

– No, intendo di “scusa” sinceri.

– Ah, in effetti quelli li uso poco. Ma lì il problema è che non c’è mai l’occasione…

– E pure di “non lo so” che non vengono praticamente toccati da anni ne ha quanti ne vuole.

– Le pare che adesso mi metto a scrivere “non lo so” su Facebook? Con un blog, poi. Ma che figura ci faccio?

– Senta, se ha davvero urgente bisogno di questi “ti amo”, allora faccia come fanno tutti. Vada in tabaccheria, se ne compri un po’, poi torni qua che glieli metto sul conto.

– Salve.

– Salve.

– Mi dà un carnet di “ti amo”.

– Da quanto?

– Da quanto c’è?

– Eh quanto vuole lei. Dieci, cento, mille.

– Sto in una relazione a lungo termine con una donna che, senza neppure rendersene conto, mi regala ogni giorno l’opportunità di essere una persona migliore.

– …

– Me ne dia dieci.

– Va bene.

– Anzi, scusi, che marche ha? Magari mi fa un po’ un mix di…

– Dotto’, non è il Pasqualone, è un “ti amo”. Lo vuole o non lo vuole?

– Sì, sì.

– Abbiamo detto dieci?

– Dieci. Poi casomai ripasso…

– Fanno trenta “io voglio”.

– Prego?

– Ho detto che sono trenta “io voglio”, vuole un sacchetto?

– Sì… cioè no… cioè cosa vuol dire trenta “io voglio”?

– Per ogni “ti amo”, mi deve dare tre “io voglio”.

– Ma perché?

– Perché il cambio è questo. E si consideri pure fortunato che il mercato delle parole negli ultimi tempi è andato gambe all’aria. Una volta gliene avrei chiesti dieci.

– Ma io ai miei “io voglio” ci tengo. Pure tanto.

– Ne son convinto, ma se desidera dei “ti amo” come si deve, questo deve sganciare.

– Magari le potrei dare qualche “non lo so”.

– See, le piacerebbe. Quelli non valgono niente. Io li ho usati insieme ai “mi dispiace” e ai “è colpa mia” per isolare la mansarda. Le tariffe son quelle. Tre “io voglio” per un “ti amo”, otto “io credo” per un “io penso” e cinque “io penso” per un “io so”. Poi, vediamo, due “ti aiuto” per un “aiutami” e dodici “mi informo” per un “non è vero”. Invece vuole vedere una cosa davvero speciale?

– Cosa?

– Guardi.

– Cos’è?

– Un “sono felice”. Un “sono felice” vero, sincero. Osservi com’è tutto bello intarsiato, ci crede che lo fanno dei ragazzini in delle fabbrichette del Terzo Mondo?

– È bellissimo.

– Giù le mani.

– Perché?

– Perché non se lo può permettere.

– Ma che ne sa?

– Lasci perdere, glielo leggo in faccia. Allora, dieci “ti amo”?

– Sì e un “vaffanculo”. Niente sacchetto, lo consumo qua.

– Sono tornato. Ecco i “ti amo”.

– … otto, nove e dieci. Complimenti, è di nuovo in una relazione funzionale. Ci rivediamo la settimana prossima?

– No, aspetti, ci ho pensato e credo di aver capito quello che ha cercato di dirmi. Le parole hanno un valore e quel valore è determinato dal valore che diamo ad altre parole. Insomma, siamo noi a decidere l’andamento del mercato. Siamo noi che possiamo stabilire, ogni giorno, il peso specifico dei nostri “ti amo”, dei nostri “vaffanculo”, dei nostri “mai più”, “ti penso” e “davvero”, e lo facciamo evitando di abusare di queste parole, attribuendo loro il giusto rispetto, dando loro una dignità. E allora oggi, qui davanti a lei, solennemente io prometto di non sperperare più le parole importanti della mia vita.

– Bravo.

– Grazie.

– Lo sa vero che il saldo dei suoi “io prometto” è…

– Lo so.

SCALETTA MUSICALE

  • SPARTACUS LOVE THEME – BILL EVANS
  • COME STAVAMO IERI (TEHO TEARDO RMX) – MARLENE KUNTZ
  • STARDUST – ÜSTMAMÓ
  • ONDE – LUCIO CORSI
  • THE UNDERGROUND (ADDICTIVE TRIP MIX) – CELADA (VINILE IN SPOLVERO)
  • FELLING FOR YOU (REVERIES DIGITALES DREAMIX) – CASSIUS
  • BEETWEEN YOU BABY AND ME – CURTIS MAYFIELD
  • HE NOT IN – CHICKEN LIPS
  • FAR FROM ME – NICK CAVE & THE BAD SEEDS
  • CHARLOTTE’S THONG – CONNAN MOOKASIN
  • LONELY SOUL – U.N.K.L.E. (SCHEGGE SONEEKE)

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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