Un Bar Snob che ancora una volta lascia gran parte del tempo a disposizione di persone di elevato spessore proffesionale, umano e culturale e che per la seconda settimana consecutiva dedica ampio spazio all’argomento scuola. Ospiti, da Venezia, Matteo Giannasi che insegna pensiero critico, Politiche della cultura e beni culturali e offerta turistica all’Università Ca’ Foscari Venezia; Matteo Lei: Psicologo, dottore di ricerca in Psicologia Sociale da 12 anni faccio il Pedagogista per i servizi 0/3 del Distretto Ceramico. Con loro tanti spunti e anche alcune note positive. Nell’ultima parte di progamma spuntano le Poesie Sbagliate di Andrea e la notizia sull’aggressività degli operatori di call center, oltre che quella che metterebbe in discussione molte questioni date per scontate sul Covid-19. C’è anche spazio per parlare di contanti e di nero e per ascoltare tanta buona musica, senza scordare di celebrare al meglio il Maestro Ennio Morricone.

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COPERTINA
Ieri ho scoperto della morte di Morricone ascoltando la radio, con grande ritardo rispetto all’uscita della notizia (almeno così ho saputo parlando con amici)…in questo periodo sono poco connesso con Social e anche con altri canali d’informazione, scambio sulla rete. Preferisco di gran lunga i boschi e la solitudine. Forse dovrei proprio dire che sono un po’ sconnesso e basta. Anzi che quando sono costretto a connettermi lo faccio con un certo grado di riluttanza. Mi sono anche trovato a parlare da solo a voce alta, però ammetto di non essermi assolutamente sentito matto, anzi, al contrario. La verità è che avevo solo bisogno di sentire dire delle cose, che probabilmente finché rimangono dentro non valgono, non si fissano e non trovano così il loro giusto percorso e la loro giusta realtà, oltre che dignità.
Dirsi le cose è molto importante, così come dirle agli altri, ma purtroppo mi pare che sempre più spesso si scenda ad essere capziosi su temi che tendono ad esaltare, coccolare, giustificare e proteggere il nostro ego, per poi tacere e rifuggire da ciò che ci servirebbe per avere un vero raffronto con ciò che ci circonda. Soprattutto ritrovare quel briciolo di empatia, che come mi diceva al telefono oggi un amico, ci rende, anzi, ci mantiene come essere umani.
Purtroppo però la deriva è incredibile ed io in questo periodo non so non vederla nemmeno in questioni passate ormai nel consueto, normale, anzi, strano il contrario. Col tempo si arriva a credere a qualsiasi stronzata ci si racconti, soprattutto a sé stessi.
Ieri ad esempio, proprio mentre apprendevo della dipartita del Maestro Morricone, sentivo che una Signora per radio ci teneva un sacco a far sapere a tutti, oltre che ai propri cari, che lei durante il suo funerale voleva proprio che mettessero quella canzone specifica del compositore scomparso ieri.
Così mi è tornato in mente che mi ha sempre fatto specie che le persone ci tenessero così tanto a organizzare le celebrazioni della propria vita e addirittura quella della propria morte.
Così torno sulla domanda: ma chi ci crediamo di essere?
Perché ci preoccupiamo così tanto di come vogliamo apparire ed essere ricordati e magari facciamo porcherie che per quanto riusciamo a tacere e ad imboscare ci qualificano realmente per ciò che siamo?
Ma noi lo sappiamo chi siamo o a forza di raccontarcela imbrogliamo soprattutto la nostra autopercezione?
Io penso che le persone siano ciò che fanno, non ciò che dicono e mi pare evidente che molto spesso siano indispettite da ciò che realmente sono, tanto da arrabattarsi anche nella più pura menzogna pur di riuscirsi a creare un’aurea diversa dalla propria.
Quante impalcature e sovrastrutture erigiamo per cercare di camuffare ciò che siamo veramente: in primis per nasconderlo a noi e non imbarazzarci, ma anzi, godercela.
Vale per tutti e probabilmente da sempre, ma a me sembra che ci stiamo davvero spingendo dentro da matti in questo periodo storico.
Per tornare alla questione del funerale, beh, volersi dare importanza, un tono, spararsi una posa attraverso la le proprie ultime volontà mi pare davvero di una presunzione micidiale.
A me non frega nulla di come sarà il mio funerale, che musica metteranno, di che colore saranno i fiori, cosa dirà la gente e nemmeno se ci sarà o meno il mio funerale.
Non mi cambia niente.
Non ci sarò.
Non me la potrò godere, non mi potrò commuovere, non mi potrò risentire, non sentirò nulla, perché che mi piaccia o meno, non sarò più.
È davvero buffo come le persone tendano ad affannarsi così tanto per creare una memoria posticcia di sé, con delle pose, anziché tentare di rimanere nella memoria degli altri per ciò che si è stati capaci di fare quando era il momento. Certo che se si è rifuggita la fatica di essere davvero qualcuno da ricordare con piacere, è molto semplice definire ciò che si è: degli impostori.
A me stanno sul cazzo anche i matrimoni, immaginatevi i funerali…figurati se mi va di perdere tempo a pensare a come vorrei fosse il mio, che poi non me lo posso nemmeno godere.
Non siamo nessuno da vivi, perché ci ostiniamo a voler provare ad essere qualcuno da morti?
Tanto quelli che ci hanno conosciuto davvero non li freghiamo con una scelta eclettica fuori tempo massimo e agli altri non frega nulla se ci piaceva Morricone o se amavamo il più becero degli artisti apparsi sul pianeta; la maggior parte saranno dispiaciuti e affranti per il dolore dei vivi attorno a sé e guarderanno l’orologio sperando di poter scappare lontano, il prima possibile dall’infelicità di quei pochi che saranno davvero tristi per il fatto di non avervi più con loro.
Insomma: al vostro funerale, mettetevelo ben in testa, sarete la cosa meno importante. Certo un morto serve, sennò non funziona, ma poi tutto il resto ruota intorno ai vivi e alle loro emozioni, qualsiasi esse siano: e molte per fortuna non le potrete intuire guardando gli sbuffi degli astanti o le sbirciatine agli smartphone, ma forse è davvero meglio così, perché non penso vi farebbero piacere…

VINILE IN SPOLVERO
THE DRUMMER / IT’S A NEW STYLE – 12″ (JOKER, 1999)
Inaugurata la volta scorsa, prosegue la rubrica nella rubrica. Non solo vinile in spolvero, ma ricerca delle maranzate più pacchiane e ruffiane che in alcuni momenti sono uscite su vinile. La Drum’n’bass, il Big Beat, l’Hip Hop, hanno nel proprio DNA il saccheggio di spezzoni più o meno celebri della storia della musica e ne hanno fatto una caratteristica peculiare. Spesso gli artisti impegnati in queste composizioni, andavano a cercare beat, riff e ritornelli fra i più disparati e particolari, ma se avevi voglia di vincere facile andavi a botta sicura con ricerche nell’ambito più conosciuto. Se poi volevi arrufinarti i rockettari ancora reticenti alla svolta elettronica, beh, due chitarre degli AC/DC erano ciò che poteva fare al caso tuo. Ecco cos’hanno fatto, fra gli altri “Dynamic Duo”, in una delle poche pubblicazioni avvenute sul finire degli anni ’90 con questo pseudonimo, che ha tenuto botta giusto per un paio di stagioni musicali. Ora il nome è ad appannaggio di un duo Hip Hop sud coreano, che, ve la lascio tutta…quasi meglio la maranzaggine di questa “It’s a new style”, almeno era divertente…
SCHEGGE SONEEKE
THE SAINT – ORBITAL – 7″ (FFRR, 1997)
Colonne sonore e classe. Campioni storici e innovazione. Una chicca che rimane nella storia di Radio Antenna 1, indelebile, così come nella memoria non solo degli appassionati di cinema, ma soprattutto nelle orecchie degli amanti delle atmosfere rarefatte e oniriche tipiche dello stile Orbital. Era forse quello il loro momento d’oro e di massima visibilità e non persero l’occasione di consolidare il loro nome proprio con questa piccola magia di delicatezza. Quando la sento mi suscita malinconia e nostalgia. La amo proprio per questo. Anche Max doveva amarla molto, vista la quantità industriale di occasioni in cui l’ha proposta sia dagli storici 104.7 Fm Stereo o nelle varie serate in cui era possibile aprire o chiudere con suoni così intimi. Fatto sta che si mise in casa il sette pollici a 45 giri, che ora potete trovre sugli scaffali della fonoteca Soneek Room in quel di Casa Corsini a Spezzano.
A SUA INSAPUTA

Cosa c’è da aggiungerte a ciò che ha scritto Marco nel post che a sua insaputa ho deciso di prendere a prestito e utilizzare per la nostra rubrica in questo episodio? Non molto direi, anzi proprio nulla, quindi vi lascio alle sue parole e se avete qualcosa da mugugnare, forse siete fra quelli che ci perdono qualcosa. Lalibertà è partecipazione, diceva quello là, mnon fare quello che ci pare.
Esattamente quali sono le motivazioni di colori i quali contestano l’abbassamento del tetto del contante da 3000 a 2000 euro? La risposta razionale puà essere solo una:”Fateci evadere”….cosa diamine compri con 3000 euro in contanti?
PS: a chi pensa anche solo di striscio la frase “servo delle banche ” rispondo in streaming due cose: “1. ladro”, “2.i servizi che ti pago con le mie tasse pagateli da solo”.
Forse sarei potuto essere più chiaro e meno diplomatico, lo so, che volete farci…
Marco Biagini (07 VII 2020 Facebook)
NON È SUCCESSO NIENTE

Le supercazzole e i panegirici belli tondi e ragionevoli, come avrebbe detto G.L. Ferretti qualche hanno orsono. Gli ammaliatori sono sempre esistiti e l’arte della retorica ha sempre favorito coloro che erano in grado di renderla arma irresistibile, fin dall’antica Grecia. In questo periodo, però si ha proprio l’idea che gli abbindolati non vedano l’ora di esserlo. Vogliono credere in qualcosa a tutti i costi e più stravagante è, meglio. In realtà a (quasi) tutti, interessa solamente fottere, ma purtroppo non solo dal punto di vista erotico…solo che dopo un po’, a forza di raccontarle, non si capisce veramente più se ciò che si è detto lo si crede veramente o se lo si è detto solo per fottere il prossimo o la prossima. Si rimane vittime delle proprie artificiose articolazioni e non se ne esce più. La verità non ha più senso, perché ormai troppo compromessa, inquinata, devastata. Un circolo vizioso devastante per chi ancora la ama e alla fine, oltre che cornuto ne esce mazziato. Chi invece desidera solo fottere, alla fine, il suo l’ha avuto e non ci farà una piega: gli scrupoli probabilmente non gli appartengono e soprattutto la convinzione di essere nel giusto sostituirà la decenza anche nella coscienza. Insomma i bugiardi vincono e basta: bisogna rassegnarsi, non ci sarà nessuna giustizia a posteriori, perché i veri mentitori convincono anche sé stessi delle proprie storie finte. E dire che non c’è nulla di male a voler solo scopare: basta ammetterlo, senza voler far passare tutto ciò che si fa come qualcosa che non è, per dargli un tono. Ma si sa: siamo nella società dell’immagine e dell’apparenza, non della decenza e dell’umanità.
– Sergej?
– Ah, ecco cos’era questo odore di mestizia e testosterone al kamut.
– Devo chiederti una cosa, ma mi imbarazza un po’.
– Cuperlo non più di sedici, Civati almeno venticinque.
– No. Non era esattamente quello che… davvero Civati venticinque?
– Certo, si vede da come cammina e da come si siede.
– Ascolta, io c’ho pensato bene e alla fine ho preso una decisione. Mi sono rotto le palle di ‘ste storie serie, mature, impegnative. Io quest’estate voglio divertirmi, voglio essere spensierato, voglio… voglio…
– Dillo.
– Voglio scopare in giro, Sergej.
– Ah, il figliol prodigo è tornato. Che gioia mi dai! Tieni, prendi un preservativo omaggio.
– Perché sopra c’è scritta una barzelletta?
– È un’edizione limitata, li davano col Cucciolone. Comunque non preoccuparti, quando verrà il momento di fare sesso con te, rideranno per altri motivi.
– Carino.
– Dai che ti prendo in giro, sono solo contento che tu abbia finalmente abbandonato questa assurda idea sentimentale del panificio di paese e abbia deciso di aprire un McDonald’s.
– Sì, però non so da dove cominciare.
– Cominciare che?
– Cominciare l’approccio. Come faccio a far capire a una donna che… insomma… che non voglio niente di serio. Che voglio solo portarmela a letto.
– Ci penso io.
– Aspetta, sia chiaro: voglio rapporti dove la leggerezza e la facilità sono consensuali. Non voglio far male a nessuno con questa cosa.
– Ma certo, certo piccolo Bambi arrapato. Guardati quanto sei tenero, con la tua erezione stenterella che provi a metterti in piedi.
– Va be’, fai conto che non ti abbia chiesto niente.
– No, dai, non fare così. T’aiuto. Ho la soluzione perfetta.
– Davvero?
– Sì, ed è molto più che una soluzione. È un linguaggio.
– Un linguaggio?
– Sì, una lingua antica e segreta, tramandata di generazione in generazione. Suoni potenti, capaci di ammaliare e sedurre. Sai cos’è il gramelot?
– Non è quella cosa di Dario Fo che sborbotta in bergamasco e non si capisce niente?
– Sono suoni, onomatopee, parole anche scritte apparentemente prive di significato, ma dal forte potere espressivo. Questo però è diverso, io lo chiamo… il Gramellini.
– Il Gramellini? Come Gramellini il giornalista?
– La lingua dei playboy e dei latin lover, la favella dei secondi fini. Una loquela inturgida capezzoli e infradicia mutande che da secoli genera consenso e approvazione, che poi, diciamocelo, sono i preliminari del movimento lombare…
– Te sei sicuro di ‘sta cosa, sì?
– Guarda che il Gramellini lo usano tutti.
– Ma dove?
– Su Facebook! Sui social! Dove si pastura! Dove se no?
– Ah sì?
– Certo, Lorenzo Tosa, Cathy la Torre, Fabrizio Delprete, Leonardo Cecchi, tutti maestri del Gramellini. E infatti guarda un po’ che successo hanno.
– Va be’, ma come funziona?
– È molto semplice. Tu prendi un fatto, un fatto di cronaca, un fatto sportivo, la morte di uno famoso, una cosa qualsiasi che ti è capitata, e la racconti.
– Tutto qua?
– Eh no, così son bravi tutti. Quello che tu devi inserirci dentro è il linguaggio Gramellini. Racconti la cosa come se fosse… come se fosse un evento colmo di significato. Come se c’avesse sotto la colonna sonora del Gladiatore, quando lui accarezza il grano.
– Non ho capito.
– Ti faccio un esempio. Se io dico, ieri sono andato a comprare il fumo da Rashid, non è chissà che notizia.
– Eh no.
– Infatti, ma se io dico: lo sapete chi è questo signore qui? Questo signore qui è Rashid, ogni giorno io e lui ci incontriamo, parliamo di tutto, delle nostre famiglie, dei risultati sportivi, di politica. Rashid è un piccolo commerciante che ha abbracciato lo spirito dell’operoso Nord-Est e a forza di fare amicizia mi ha raccontato la storia della sua bellissima terra: l’Azerbaigian.
– Ma Rashid è di Mestre, dice “schei”.
– Shh. Buono. E parlando di questa sua terra lontana io non ho potuto fare a meno di pensare a tutti coloro che ogni giorno lottano, come Rashid, per arrivare qui e raccontarci le loro storie, e mentre parlava ho capito una cosa. Rashid non è mio amico.
– …
– … Rashid è mio fratello.
– Che è questa cosa che hai fatto?
– Cosa?
– Questa cosa alla fine.
– Ah, tu intendi la pausa.
– Sì.
– La pausa è fondamentale. La pausa è tutto. Quando sei alla fine del discorso devi mettere un capoverso, un punto a capo. Dà peso e potere a tutto il discorso.
– Ma non hai detto un cazzo. Hai riportato solo una notizia e l’hai caricata con steroidi di emozioni inutili e sentimentalismo gratuito.
– Esatto. E così scopo. Il trucco è tutto qui. In una scala da 1 a 10, dove 1 è Fabio Volo e 10 è Baricco, tu devi essere un 5! Credi di poterci riuscire?
– Ma è assurdo! Questa è la tua tattica geniale?! Scrivere pensierini! Come alle elementari! Questo svilisce tutto il concetto di notizia, la fa diventare una pappetta alimentata a ego, retorica e sentimenti un tanto al chilo che tra l’altro è il motivo per cui la sinistra italiana sta come sta. Io non accetterò mai di…
– Guarda in basso.
– Cosa?
– Guarda in basso.
– Oh dio. Ho un’erezione.
– Il Gramellini, amico mio. Meglio di Tinder.
…
– Sai, son proprio contenta che siamo usciti.
– Anche io sono felice. Ti va un gelato?
– Volentieri.
– Che gusto?
– Per me pistacchio.
– Ah, il pistacchio.
– Cosa?
– Lo vedi quello nella vaschetta?
– Embè?
– Quello è il pistacchio. Il pistacchio fa un lungo viaggio per arrivare sui nostri coni e le nostre coppette, e lo fa in silenzio, con dignità. Quel viaggio umile, doloroso, quel viaggio maledetto, è un viaggio che nessuno di noi può e forse potrà mai capire. È il viaggio di un piccolo anacardo coraggioso che si è caricato il mondo sulle spalle ed è partito per realizzare i propri sogni. Il pistacchio non le manda a dire. Mai. E forse, a ben pensarci…
– …
– … Il pistacchio siamo noi.
– Ma che cazzo stai dicendo?
– Io…
– Aspetta, sento come qualcosa…
– Ah sì?
– Magari è il premestruo.
– Ah, il premestruo. La donna, la forza coraggiosa della donna generatrice di vita. Che ogni mese compie un viaggio, che ogni mese ricorda a ciascuno di noi uomini che non siamo niente, non possiamo essere niente senza di loro. Le mestruazioni…
– …
– … Piccole maestre di civiltà.
– Presto. Troviamo una stanza.
…
– Allora?
– Incredibile Sergej, incredibile. Posso parlare di qualsiasi cosa e con il Gramellini tutte mi cadono ai piedi. È come un feromone.
– Te l’avevo detto.
– Senti, ho solo un dubbio.
– Dimmi.
– Dopo un po’, come faccio a capire se una cosa la sto dicendo perché ci credo veramente o la sto dicendo solo per scopare?
– È questo il bello…
– …
– … Non puoi.
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