In questo periodo se c’è una cosa che mi viene da invidiare a Sandro sono le bellissime panoramiche di cui può godere da casa e che regolarmente posta sui social. Vivendo in collina può godersi scorci che in questo lockdown a noi “cittadini” della bassa sono assolutamente preclusi. Poi leggendo il suo ultimo romanzo non posso che invidiare lui la capacità di utilizzo delle singole parole, che costellano il suo stile e quindi il suo scrivere. Mi fanno venire in mente i Crocus che in questi mesi hanno certamente invaso i bellissimi prati montani, che purtroppo non ho potuto calpestare come tutti gli anni. Quei pascoli verdi e rigogliosi in cui è stupendo perdere lo sguardo e il pensiero, ma che obbligano poi a concentrarsi sul dettaglio, perché è un puntino di meraviglia nello spettacolo generale, che rende quest’ultimo qualcosa di speciale, inarrivabile e talmente bello da riempire. Il contesto si squaglia e rimane solo la bellezza orgogliosa di quel fiore, capace di attirare su di sé tutto il peso della bellezza in cui si è immerso. Ecco, le parole singole che Sandro riesce a mettere nel suo pascolo generoso a me fanno esattamente quell’effetto lì. A volte a tal punto da perdermi per lunghi minuti a ragionare su quella singola parola e riscoprirla all’interno della mia storia. Un romanzo nel romanzo, però questa volta solo, ma sapientemente ispirato dallo scrittore e poi sviluppato attraverso la memoria e la fantasia del lettore. Qui si va oltre la comune immedesimazione, che a me, emiliano, con le radici e l’anima nell’Appennino, riesce facile. Qui si va nel campo della pura magia della condivisione e dell’interscambio in cui la scrittura di Sandro si lancia, con slancio generoso, umile e a volte forse rischioso. Viene quasi da dire che si offra, sacrificando la propria gloria e la propria vanità, per il bene più ampio della bellezza.

Potrei già chiuderla qui, perché al solo rivivere le emozioni di fronte alla lettura di certe parole, mi si tornano a rizzare i peli sulle braccia, ma penso non sarebbe gentile e tantom eno giusto. Partiamo dunque dall’inizio.
Il tempo non manca in questo periodo, ma purtroppo le librerie sono chiuse e non ho la minima intenzione di acquistare il nuovo e appena uscito libro di Sandro altrove che dall’amica Ivonne alla Libreria Incontri di Sassuolo (supportate le Librerie!!! Se chiudono, chiude un mondo e con esso una prospettiva, un modo di vedere, vivere e godere delle cose); arriva dunque come magnifica notizia quella della riapertura di questi punti vendita, nonostante il protrarsi delle misure restrittive in cui siamo a tutt’oggi. Contatto l’Ivonne e le chiedo di mettermi da parte alcuni titoli, compreso, ovviamente, questo. Appena ce l’ho per le mani inizio a tuffarmici dentro e a inciamparmi nelle parole, come dicevo sopra e questo paradossalmente mi rende difficile entrare nella scelta di Sandro di come raccontarci questa storia.
In realtà fatico fino in fondo, perché qui si esplicita quanto le storie non siano mai solo una, ma almeno tante quante le paia di occhi e orecchie che le hanno viste e ascoltate. Tante quanto i cuori e le anime che le hanno raccolte e le custodiscono.
Una piccola comunità dentro la quale pare non accadere mai nulla, ma che in realtà vive abbastanza sentimenti (più o meno belli o più o meno brutti), da fare scoppiare il mondo. Tanti piccoli mondi che ruotano attorno all’apparente routine. Storie indelebili che si trascinano per sempre e che modificano in modo definitivo quella di una determinata vita.

Poi la vita di chi, forse, il peso di tutte queste storie non riesce proprio a sostenerlo e non può fare a meno di andarne a cercarne alcune più banalmente magiche. Quelle che ci paiono esotiche e invidiabili, ma sono forse solo esperienze da raccontare, più che da godere e vivere. Passa per il più “togo”, il più desiderato e desiderabile, un vero e proprio mito, nemmeno più una persona. Ma che alla fine non sia proprio lui il più solo e il più vacuo o perché no, al contrario, il più generoso nel regalare quelle fantasie che servono per sfuggire all’asfittico mondo in cui col passare degli anni non possiamo fare a meno (sicuri?), di cacciarci. Ma questo può accadere tanto a Vitriola, quanto a Sassuolo o a Milano. Anche il gatto Soffione lo sa e si dispera quando resta intrappolato, non nel futuro, ma nel presente. Il futuro è tutta una cosa da vivere e solo se ci si libera dell’ossessione, può essere arioso e libero.
Ma chissà se davvero ci ho capito qualcosa, chissà se il mio perdermi libero, spiccando il volo sul trampolino delle parole mi ha permesso di seguire davvero ciò che Sandro voleva raccontarmi…non importa, non posso che ringraziarlo per avermi fatto sorridere davanti a parole della mia infanzia (a “ligera” ho dovuto tornare sulla terra andandolo addirittura a disturbarlo, tanto ero eccitato ed emozionato…scusa Sandro…), o semplicemente della mia vita. Forse non c’è chi come noi emiliani potrà godere di questo romanzo, ma anche per chi non ha certi modi di dire, certe parole, certe dinamiche di vita nel proprio passato e nel proprio quotidiano penso potrà godere immensamente di come Sandro racconta, non tanto cosa, che, non me ne voglia, questa volta io penso proprio diventi addirittura un accessorio. Amo le storie, ma questa volta sono quelle stimolate a fare la differenza e a rendere “I passi nel bosco”, più che un romanzo, un’esperienza da vivere come un viaggio interiore. Se questo è solo un mio viaggio, un’esperienza che ho vissuto io, per come sono fatto e per come mi ci sono calato dentro, beh, questa volta devo proprio ammettere che io e la fortuna siamo proprio stati cul e pataja.

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