Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Bar Snob – Episodio CXXI (XVIII – IV) – 03 III 2020

Dopo parecchio tempo eccoci ad una puntata un po’ movimentata dal punto di vista della discussione.Ringraziamo quindi Fulvio che ha lanciato la discussione che ci ha accompagnato per una buona mezzoretta, non tanto sul Corona Virus, che qui di scienziati non ce n’è, ma su quello che ci sta intorno. Anche i baristi divisi e questo era il meglio che potesse capitare. Si è parlato però anche di tanto altro. Musica con il saluto a David Roback e Elisabetta Imelio e un tuffo nella situazione che ha portato alla rottura definitiva e ufficiale fra Flavor Flav e i Public Enemy. Poi celebrazioni con quella della scomparsa di Stanley Kubrick, il compleanno dell’immensa Anna Magnani e Technoillogia che ci ha fatto parlare anche di spostamenti e di viaggi. Una puntata bella densa dove hanno fatto capolino grazie a Lara e Mattia le disgustose immagini che giungono dall’isola di Lesbo. Grazie anche a Fabio Manelli per la visita e a Paolo per il sunto e a Germano per i contributi alla discussione!

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COPERTINA

E così dopo tanto agitare lo spauracchio, le cose sono andate proprio come i grilli parlanti, rompicoglioni, noiosi saputelli e proffessoroni stavano dicendo da un po’.

Vi ricordate quel tormentone da guastafeste, fastidioso per chi aveva altro da fare che occuparsi dei problemi altrui, che ne aveva già troppi a cui porre rimedio?

 

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”

 

Ne girano tante versioni e anche sulla paternità dei versi c’è lotta per attribuirli a Brecht o al Reverendo Niemöller. Anche la musica ha messo le mani su questi ghiotti versi che in poco spazio spiegano quello che dovrebbe essere chiaro: nessuno ha più meriti di altri nella ruota della fortuna. Si chiama fortuna apposta ed è regolata dal caso, anche se qualcuno insiste nel dire che la fortuna aiuti gli audaci, cosa non falsa, ma non per questo vera in assoluto e sempre.

Ciò che stiamo vedendo è che dopo aver preso per il culo i Cinesi con Meme superficiali e a volte crudeli, adesso ci arrabbiamo perché qualcuno ci rende la pariglia.

Dicono che sia una ruota che gira e pare che sia uscito il nostro numero.

No, non eravamo immuni e più belli: ma pare chiaro dalle reazioni che molti lo pensassero.

Secondo la logica che abbiamo propinato e sbraitato, però, stiamo solo avendo ciò che ci siamo cercati nel momento in cui abbiamo accettato di giocare al gioco del “dagli al reietto”: solo che il reietto siamo noi, perché le cose antipatiche, brutte, allucinanti non capitano sempre e solo agli altri.

Infatti anche ora ne stanno capitando di ben peggiori, ma noi siamo ancora convinti che quello che capita ai Siriani o che è capitato agli argentini, ai greci, a noi non possa capitare: figurati; a noi!?!?! Ah Ah ah…

 

Oggi un Cliente greco, intanto, mi ha scritto sul lavoro per avvisarmi che dovevo annullare tutto ciò che era in sospeso e in parte già in avanzato stato di lavorazione… “vista la situazione”. Quale situazione? Questo è ciò che mi veniva da chiedergli, ma ovviamente non l’ho fatto, che so benissimo cosa sta accadendo e anche che non ci salteremo fuori tanto velocemente e soprattutto che è inutile chiedere cose logiche in un momento in cui regnano irrazionalità e paura.

Mettetevi dunque comodi, ora il film siamo noi! Gli altri, proprio come abbiamo fatto noi tante volte negli ultimi decenni, spenta la TV torneranno alle loro cose e alle loro tranquille case e ovviamente a tenerci alla larga, mentre noi rimaniamo immersi in una storia che pare solo appena iniziata: perché la verità non si spegne e non si chiude fuori da “casa nostra!”, soprattutto se riguarda noi, anziché bimbi che arrivano a progettare il suicidio pur di sfuggire all’inferno in cui sono abbandonati, che affogano o che vengono scacciati a bastonate, per la sola colpa di non avere la nazionalità giusta.

È ingiusto, stupido e crudele?

Sì: proprio come quando lo abbiamo fatto e lo rifaremo noi.

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VINILE IN SPOLVERO

FREAK ON A LEASH – KORN – 12″ (EPIC, 1999)

89092144_2878323058856916_3317085822037000192_nIn questa rubrica generalmente si rispolverano 12″ legati alla musica dance, elettronica e non di rado con versioni remixate, cosa che peraltro accade anche per quest’ascolto. Ma il genere di provenienza della traccia originale è ben distante dall’elettronica, almeno così verrebbe da dire. In realtà il crossover/nu metal di Korn, mette a nudo (come potrebbe accadere con molte band analoghe, anche se dal richiamo e dal peso storico decisamente inferiore), il legame incredibile che in realtà vi era in quegli anni fra generi diametralmente opposti. Diventa così meno forzata di quanto di pensi la revisione di un brano come “Freak on a leash” in versione elettronicizzata. Attitudine, o semplicemente uno stile compositivo che in quegli anni era trasversale e dunque poteva addirittura divenire intercambiabile. Discorso cervellotico e forse stonato? Può essere…mi farete sapere.

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FELL FROM THE SUN – KENDRA SMITH + DAVID ROBACK + KEITH MITCHELL – 12″ (ROUGH TRADE, 1984)

R-1773579-1270520099.jpegCome ho detto in diretta durante l’episodio che stiamo trattando, non ho mai amato particolarmente “Opal”, visto che il lavoro di David Roback era giunto al mio cuore più come accompagnamento dell’angelica voce di Hope Sandoval, che non per reale infatuamento del suo slaideggiare con le corde della chitarra. Poi però a pensarci bene senza quell’accompagnamento Mazzy Star non saprei immaginarmeli e così va ammesso che poi ho idealizzato nella lunga chioma corvina della Sandoval quel mio amore, ma in realtà sarebbe stato più corretto spartirlo equamente fra i due. Max invece era partito fin dall’inizio, anzi: da prima. Sugli scaffali della fonoteca a lui dedicata è infatti possibile trovare anche un disco che addirittura veniva pubblicato con i nomi dei tre componenti di Opal ancora come firme singole. Brani questi poi ripresi nelle “Earlies recordings” già a nome complessivo. beh, oggi abbiamo voluto tributare roback all’inizio e alla fine della trasmissione e credo fosse doveroso!

A SUA INSAPUTA

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Come fa a venirvi in mente la parola solidarietà quando c’è un ragazzino morto ed un ragazzo di poco più grande con la vita caricata del peso di esserne l’omicida? Nessuno conosce la dinamica, non ci si vuole entrare, : il problema è dover per forza decidere di prendere le parti di uno o dell’altro dei comunque sfortunati protagonisti. Nessuno merita di morire per una bravata o per un reato. Nessuno merita di sentirsi dire “te la sei cercata”, perché qualsiasi cosa stesse cercando quel ragazzo non era la morte, molto probabilmente qualcosa di sbagliato, sì, ma agli errori si può porre rimedio, alla morte no: questo è un problema che dovrebbe farci provare compassione sia per chi la subisce, sia per chi la provoca. Alla giustizia penseranno i giudici, ma per tutto il resto è ormai troppo tardi. Non lo è per riportare nell’animo delle persone lo stato di Diritto per escludere l’inaccettabile propensione alla Barbarie…

Davvero, leggo persone manifestare la solidarietà per il carabiniere che ha ucciso il ragazzino di 15 anni a Napoli e il sangue si gela nelle vene. Il ragazzino stava commettendo un reato, giustissima l’auto-difesa, ma in Italia chi commette un reato viene spogliato di qualunque diritto, tanto che se viene ucciso “se lo meritava”. La trasformazione dello Stato di Diritto in Barbarie.

MATTIA MARASTI (02 III 2020, FACEBOOK)

NON È SUCCESSO NIENTE

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Ci sono dei poveri diavoli che non si rassegnano a quelle che suonano come ingiustizie. Va bene la severità e l’esemplarità nel punire chi non rispetta le regole, ma che queste siano giuste. Non basta giustificarsi con “ho solo eseguito degli ordini” oppure, “ho fatto solo il mio dovere”, perché nell’acriticità e nell’intransigenza, nel non sapere ammettere che le tradizioni o addirittura la “normalità”, possono nascondere degli errori imperdonabili. Oltre che stupidità e spessissimo crudele cattiveria. W i poveri diavoli che non si arrendono e comunque ci provano. W “Non è successo niente” e Nicolò Trombetta che io e Andrea continuiamo a saccheggiare con gusto e spesso anche divertimento.

Su (ultimo piano)

– Ma poi c’è davvero un numero massimo di cimici che questi sono in grado di sopportare? Io dico di no. Dico di continuare ad aumentare e vedere… scusami un attimo. Scusami eh. Ti richiamo io. Sì?
– Dottore, c’è qui l’appuntamento delle sei.
– Ah, grazie Gabriella. Lo faccia pure accomodare.
– Permesso.
– Avanti, avanti.
– Salve.
– Grandissimo, che piacere! Come stai?
– Eh, così.
– Che sagoma! Ricordami un secondo il tuo nome?
– Satana.
– Satana, Satana, Satana…
– Il diavolo.
– Il diavolo! Ma sì! Fenomeno! Roccia! Che bello vederti. Accomodati, accomodati, non star lì impalato. Da quant’è che non ci si vede? Un’eternità.
– Sì.
– Ancora giù stai?
– Sì.
– Ancora! Mannaggia oh, incorreggibile! Non ti si scolla da là manco con le bombe a te!
– Eh.
– E come vanno le cose dabbasso?
– Bene. Cioè male. Male nel senso di bene. Cioè hai capito.
– Certo, certo. Bene nel senso di male. Che matto. Satana. Ma pensa te. Ti posso offrire qualcosa?
– No.
– Del sushi, magari? Oh, sushi buono, non la merda che facciamo mangiare a loro.
– No, grazie. Senti, io dovrei parlarti di una cosa.
– Dimmi, dimmi. Guarda scusami, ma mentre parli io devo stare un attimo al cellulare. Tu non t’offendi vero? Sto in quindici gruppi whatsapp diversi e tutti pensano di essere il mio preferito. Ma tu parla, parla tranquillo.
– No, è che… l’altro giorno stavo lavorando no?
– See.
– E m’è venuta in mente una cosa…
– See.
– I suicidi.
– Tu intendi dire i VCS.
– I VCS?
– I violenti contro sé stessi.
– Sì, i suicidi.
– Noi qui preferiamo violenti contro sé stessi. Comunica più efficacemente il nostro brand di colpa-castigo.
– Va be’, i violenti contro sé stessi. Mi chiedevo, che senso ha?
– Non ho capito.
– Che ci stanno a fare all’inferno?
– Hanno rinunciato al mio dono, il dono della vita. E quindi, per convenzione, sai come vanno queste cose… scusa un secondo. Ehilà, fenomeno. Due di seguito sulle stesse isolette? Come? Dici che è sadico? Ma no. Fidati. Piano più grande, esatto. Vai, vai tranquillo. Spazzali via. Sì, sì. A presto, ciao, ciao, ciao caro. Scusami, era quello che mi fa gli tsunami. Bravo è bravo, ma certe volte sembra che non ha voglia di lavorare. Stavi dicendo?
– Dicevo che sta cosa dei suicidi non mi convince. Non m’ha mai convinto.
– Perché?
– Perché questi s’ammazzano. Non fanno male a nessuno. E noi li ficchiamo all’inferno, e manco nei gironi soft, quelli tiepidi con la malinconia e i film di Lars Von Trier, giù, in fondo, nel settimo cerchio dove le cose diventano molto Slipknot molto in fretta.
– Eh lo so, ma cosa vuoi fare.
– Tu ci sei mai stato?
– Dove?
– Giù.
– Ma figurati! Cioè, con tutto il rispetto, è una questione di ruoli istituzionali. Poi mi fido di te, del buon lavoro che porti avanti da anni…
– C’è un bosco senza sentieri. Gli alberi secchi, contorti, piangono e si lamentano. Soffrono per l’eternità. Muoiono all’infinito.
– Sembra brutto.
– Molto più che brutto.
– Che hai bisogno di fondi? Metto altre piante? Vuoi che alziamo i lamenti?
– No, non è quello è che non penso sia giusto.
– Ah.
– Voglio dire, questa gente s’è già passata l’inferno in terra e mossa da una disperazione sovrumana ha fatto la cosa più dolorosa e difficile di tutte e si è tolta la vita. E noi cosa facciamo? Li puniamo. Ora, io sono il primo della fila quando c’è da irrorare un colon peccatore con la lava o usare il trapano sul glande di un empio, ma su sta cosa mi ci tormento da un po’. Si tratta di dignità, di umanità. Forse abbiamo sbagliato.
– A far che?
– A condannare il suicidio come fosse un crimine.
– Il suicidio è un crimine.
– Contro chi?
– Contro sé stessi.
– E allora lasciamo a loro il compito di condannarsi o assolversi.
– Ma tu ti rendi conto di quello che stai dicendo? Intanto il suicidio è un peccato. Un peccato mortale. Questi si son ritirati prima del fischio finale, questi si son licenziati! Ma come si permettono! E poi vuoi mettere il dolore che infliggono?
– A chi?
– Come a chi? Agli amici, ai famigliari.
– Ho capito, ma questi si sono ammazzati, immagina che dolore possono aver provato loro.
– E non abbiamo neppure toccato il problema della viabilità.
– In che senso?
– Nel senso che sai quanti disagi provochi al prossimo tuo se ti butti sotto un treno, o sotto la metro. Parliamo di novanta, anche centoventi minuti di ritardo su tutta la tratta. Gente che arriva un’ora dopo al lavoro, gente che si perde l’inizio del Motomondiale.
– Ma questi si ammazzano, tu sai che sforzo richiede togliersi la vita. Gliel’hai messo te in corpo l’istinto di sopravvivenza.
– Oh, patti chiari amicizia lunga, vuoi spegnere la console a metà partita? Ti becchi l’inferno.
– Dai, son cose vecchie, magari è stato commesso un errore.
– No.
– Ma non puoi controllare?
– Io non commetto errori. Sto discorso l’abbiamo già fatto, è il motivo per cui io sono abbronzato e te sei solo bruciacchiato.
– Magari si potrebbe pensare a qualcosa di alternativo. Tipo un condono.
– Sì, così poi questi si pensano di evitare il dolore, la sofferenza, la malattia, la depressione, la solitudine, senza sentirsi in colpa. Senza venire biasimati anche dopo la morte. Bravi tutti così. Il contratto prevede che se io ti do la SLA, te ti pigli la SLA e te la subisci tutta, muto, buono, a catena. Poi vieni qua, ringrazi e io ti faccio accompagnare alla tua nuvola. Così funziona e così funzionerà sempre. Ora, se mi vuoi scusare.
– Sì, vado. Mi dispiace se ti ho fatto perdere tempo…
– Tranquillo, oh e se vedi Gesù digli di tornare qua.
– Sai com’è fatto il ragazzo, vuole solo dare una mano, alleviare le sofferenze dei poveracci di sotto.
– Il posto del ragazzo è qua, alla mia destra. A fissare sto popò di cielo. Non a fare Into the Wild all’inferno. Digli che lo aspetto, che ci sta il trono, che si sta tiepidi…
– Va bene, glielo dico.
– Oh e la prossima volta un pantalone, un jeans, una veste, qualcosa. Non lo dico per me, eh. Lo dico per la gente di qua. Son persone abituate a un certo livello di dignità.

Giù (settimo cerchio)

– Come state ragazzi.
– Eh, insomma.
– Come va oggi?
– Così.
– Allora, ho messo delle lucine sugli alberi. Son prese dai cinesi, io non so se…
– Sono molto carine.
– Ecco, bene. Poi, vediamo… ho messo degli spruzzatori. Un po’ qui un po’ lì. Non so se fanno qualcosa, però magari un po’ di sollievo ve lo danno.
– Grazie.
– Ho cacciato pure le arpie.
– Che ha detto lui?
– Lui?
– Lui. Che ha detto?
– Eh, che ha detto. Ha detto che… che non ci sono riuscito a parlare. Sapete com’è, sempre così occupato, così glorioso. Ma ci riprovo, eh. Fisso un altro appuntamento e ci riprovo. Che dai e dai vedi che lo convinciamo.
– Speriamo.
– Ecco. Sì. Sentite, vi porto un paio di cuscini, che dite? E un ventilatorino magari. Uno regolabile. Ne devo avere uno da qualche parte. Torno subito.
– Tanto noi da qui non ci muoviamo.
– Eh, infatti.
– Satana.
– Sì?
– Grazie.

SCALETTA MUSICALE

 

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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