Subito dopo la riunione nella storica sede di Via Marconi 67/b di Radio Antenna 1 in cui decisi di prendermi in carico il racconto di Sound of Confusion di Spacemen 3, mi inizia a stramaledire e a dare dell’incosciente.
Parlare di Spacemen 3 ad Antenna 1 è un po’ come commentare il Vangelo in Vaticano ed io in tutta onestà non sono un fanatico cultore di band, così come non amo eccessivamente divenire didascalico, antologico e a dirla tutta mi pare di essermi preso una bella scimmia con cui combattere.
Spacemen 3 sono una di quelle band così dette seminali e che, nonostante siano sconosciute ai più, hanno sedimentato per gli addetti ai lavori del nostro ambiente e conseguentemente nelle orecchie dei nostri ascoltatori più fedeli, critici e preparati, un ruolo di autentico mito. Insomma: fare una figura di merda è altamente probabile vista la pignoleria con cui certi mostri sacri vengono difesi e idolatrati dai nostri ascoltatori più intransigenti.
Non si pensi che questa sia un’esagerazione e per testimoniarla basterebbe riconoscere l’influenza che la band di Rugby ha esercitato sulla musica rock, pop, indie, elettronica dalla propria nascita, fino agli sviluppi collaterali con i progetti più o meno solisti dei due musicisti che facevano da spina dorsale a questo sodalizio musicale: Jason “Spacemen” Pierce e Pete “Sonic Boom” Kember.

I due si conoscono mentre studiano arte e si drogano. La loro esperienza musicale inizia già nel 1982, ma il loro suono carico di feedback e dalle radici fortemente piazzate nella musica Garage e nelle reiterazioni Kraut di neueiana memoria, non paiono interessare gli operatori di un mercato musicale interessato probabilmente a sonorità ben diverse, anche quando spinte fuori dai confini del pop o della ormai consolidata new wave. Servono alcuni anni perché le loro incendiarie esibizioni dal vivo trovino modo di essere riportate su vinile dopo adeguata session di studio.
Sound of confusion esce infatti grazie a Glass Records solo nel Febbraio del 1986, quando il feedback era ormai stato sdoganato ampiamente da Jesus and Mary Chain ed il loro epocale Psycho Candy. Purtroppo per Spacemen 3 questo comportò un costante parallelo fra i due lavori e almeno inizialmente portò il loro esordio ad essere letto come un semplice clone di quello inciso dai fratelli Reid. Niente di più sbagliato, però e ci volle poco a capirlo: mentre la band scozzese si basava sul rendere rumoroso e allungare i feedback del tradizionale sound pop e quindi si sbarrava la strada e si condannava ad avere soluzioni limitate (che infatti li portò a non ripetere il proprio successo e anche a virare il suono su atmosfere più tradizionali, da lì a pochissimo), Jason e Sonic Boom iniziavano solo in quel momento un lungo percorso che dal rock più puro, li portò a sondare territori sempre più complicati e disparati, fino a toccare il soul e il gospel.
Sound of Confusion è ad oggi considerato un disco tutto sommato facile all’ascolto, ma non deve sfuggire che le cose stanno così probabilmente perché furono gli stessi Spacemen 3 ad ispirare il suono che da lì a poco sarebbe stato semplicemente…normale. Il giacimento della loro ispirazione è stato talmente aspirato da creare altri pozzi secondari e così, molte band a loro si ispirano dopo vari passaggi e probabilmente in tanti che devono a loro il proprio stile, nemmeno sanno chi fossero questi due ragazzi inglesi che negli anni ’80 lasciarono la comfort zone del pop distorto, per incunearsi coraggiosamente in una sperimentazione che non ha eguali, sia per intensità emotiva, che per intuizioni compositive.

All’interno del disco sette brani che spaziano dal blues, al garage, fino al kraut. Si sminuzzano anche i suoni di 13th flooor elevator, Stooges e Juicy Lucy e li si ripropone con una personalità sfrontata e una decisione d’intenti spudorata. Gli Spacemen 3 non vogliono in nessun modo essere idoli o punti di riferimento, ma solo mettere il proprio mattoncino per ribellarsi al mondo in cui stanno partecipando: il Regno Unito tatcheriano per intenderci, dove perbenismo e rigore la facevano da padroni. La loro volontà non era quella di fare qualcosa di nuovo, ma di aprire una nuova prospettiva sulla società che per loro passava dalla droga , fino al ribellarsi alle divise con cui anche i punk (i ribelli per antonomasia di quel periodo), si erano ormai omologati a livello di look. Suonare seduti o semplicemente per irritare le orecchie degli astanti con suoni lancinanti. Se c’era qualcosa di fuori moda e di contro al sistema vigente in quel momento, Spacemen 3 desideravano rendersene testimoni e portatori. Proprio per dare modo di sfuggire dall’omologazione che voleva tutti lavoratori e dall’immagine presentabile.
Questo e tante altre cose abbiamo raccontato durante la serata in cui ho avuto il piacere di commentare davanti ad una piccola, ma attenta platea nella Soneek Room di Spezzano questo capolavoro, che fu la partenza di un’esperienza unica e fondamentale per la storia della musica che tanto abbiamo amato noi antennauniani. Impossibile ricordare tutto, ma non il calore che come al solito si percepisce all’interno di quello spazio magico, fra i vinili ed i divani rossi, le luci soffuse e il sound potente che esce dalle casse.
Una serata stupenda per me, in cui sono emersi anche racconti che ricollegavano Max a Spacemen 3, come quella volta che vennero a suonare al Mascotte, mentre si giocava la finale di Coppa dei Campioni fra Milan e Steaua Bucarest, cosa che sicuramente contribuì al flop del botteghino. Grazie a Paolo abbiamo poi goduto di un paio di aneddoti e scoperto che uno dei pupazzetti nella copertina interna di Spectrum (primo album solista di Sonic Boom), lo regalò a Pete Kember proprio Max, con il quale nacque un’amicizia che li portò a sentirsi ancora per molto tempo dopo quella serata a San Valentino e in riviera. Onestamente un po’ d’invidia mi pare d’obbligo per chi quelle sere le ha potute vivere con loro…

Io ricordo solo che Max, quando gli chiesi da dove partire a sondare la discografia di Spacemen 3 mi disse esplicitamente di iniziare da questo disco, perché se non lo avessi fatto avrei perso il senso delle cose e soprattutto non ci avrei capito nulla, abituato alla musica convenzionale com’ero…
Aveva sicuramente ragione !
Giro a voi lo stesso suggerimento, che completo con quello di non perdervi le prossime serate di Words on Wax che un mercoledì sì, uno no, ci accompagneranno fino a primavera inoltrata!


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