Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Bar Snob – Episodio XCVII (XIV-IV) – 04 II 2020

Dopo diversi mesi e sopratutto dopo puntate parecchio vivaci ed affollate, torno ad essere da solo dietro il bancone del Bar Snob. La serata non era nemmeno quella giusta per esserlo (perché a volte non è male, ma a volte è davvero una scalata), ma provo ugualmente a fare onore al prezioso spazio di cui il Bar Snob può usufruire sui 101.3 di Radio Antenna 1. Tornano quindi protagoniste le ricorrenze e i compleanni come ai vecchi tempi, ma anche alcune notizie di attualità che innescano dei pistolotti che vedrete poi voi se vi andrà di starli ad ascoltare. Un lungo articolo di Roberto Saviano di qualche settimana fa e tanta musica in una serata che chiude in sordina, proprio com’era iniziata…

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COPERTINA

Se questa mattina mi aveste chiesto qual era il sentimento prevalente che mi stava accompagnando in quelle ore, vi avrei risposto senza esitazione, la delusione.

Bruttissima bestia la delusione!

Molto peggio della rabbia o della tristezza.

Quelle quantomeno si possono sfogare spaccando qualcosa, piangendo, imprecando, mangiando.

Ma con la delusione non ci puoi fare un gran ché. Te la devi tenere lì, appesa al gargarozzo e dondolante fin giù in basso a dar piccole botte, ma costanti sui maroni.

La delusione mette un peso addosso che nemmeno Obelix in persona riuscirebbe a digerirla.

Purtroppo però da un po’ di tempo a questa parte sol che mi giri vedo qualcosa che mi delude.

Non riesco proprio a liberarmene.

Un mio amico dice che forse è la crisi di mezza età, che in effetti, dato che a maggio traguarderò le 46 primavere, ci potrebbe anche stare.

Ma il fatto non credo che sia quello. Cioè…non credo che sia la crisi di mezza età, penso proprio che il mondo stia semplicemente decadendo e che quindi la delusione non possa che essere l’unico punto di arrivo.

Parto io, facendo tutto da solo, alla mattina quando l’immagine compare nello specchio, poi lungo la strada per il lavoro con l’aria irrespirabile e il traffico che basterebbe un bel trenino su cui montare tutti assieme, leggere il giornale e fare due chiacchiere, ma anche rinchiudersi dentro al proprio device mobile, invece no. Ognuno dentro alla propria scatoletta sputamonossido di carbonio e PM x y z, a emulare il motore scoppiettante  con bestemmie e imprecazioni contro gli altri, contro chi non sa fare le rotonde e chi va troppo piano o troppo forte. Poi si arriva al lavoro e son mica momenti positivi, così la delusione cresce. Poi leggi le notizie della politica e apriti cielo.

Mettici poi qualche spolveratina di delusione personali indotte dall’esterno, che possono essere il brutto voto di tuo figlio a scuola alla partita della tua squadra andata male e la frittata è fatta.

Proprio una gran delusione.

Da non saper più cosa dire e soprattutto a chi dirlo.

Sì, ci sono gli amici, ma lo sai che quelli ti ascoltano, ma sono delusi come te e quando hai finito te, tocca giustamente a loro. È una seduta psichiatrica di gruppo, ma la cura non c’è.

Per fortuna, però oggi, è arrivato questo satanasso di vento, che chi mi conosce lo sa, che non lo sopporto.

Eh, il vento, che almeno ha portato via oltre che qualche oggetto qua  e là, il nebbione, il polverone e anche la delusione che ha dovuto lasciar posto all’incazzo che  mi fa irrimediabilmente venire.

E allora oggi mi tocca dire: viva il vento!

Tranquilli non li metto gli Scorpions, ma ammetto di averci pensato, così, solo per farvi un dispetto e farvi un esempio pratico di delusione

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VINILE IN SPOLVERO

Ride the Pony – Peplab – 12″ (V2, 1998)

84473096_2821530907869465_8287775658382196736_o Non è certo la prima volta che torniamo sull’argomento e quindi non la si farà troppo lunga: siamo sul finire degli anni ’90 e il suono dai più riconosciuto come “Big Beat”, stava imperando su molte sale da ballo. Suoni decisi e cadenzati che prendevano le distanze e si presentavano come più immediati rispetto alla Jungle e alla Drum’n’Bass, sulla breccia ormai da qualche anno. Fra i nomi più altisonanti in questo ambito compariva Norman Cook, che in tanti conobbero con lo pseudonimo Fatboy Slim. Un produttore che in quel periodo rendeva oro ogni cosa su cui posava le mani, anzi le manopole. Un brano caruccio, ma che certo non sarebbe passato alla storia questa dei fugaci Peplab, ma che grazie al remix dell’ex bassista di Housemartins, già Pizzaman, riusciva ad imporsi sulle piste e sopratutto nella memoria di coloro che all’epoca frequentavano i locali in cui questo genere di brani erano di casa. Inconfondibile la mano del produttore britannico e il suo stampo di fabbrica, l’energia che riusciva ad infondere e che impediva di tenere fermo il piedino.

SCHEGGE SONEEKE

ELEKTROBANK – CHEMICAL BROTHERS – 12″ (VIRGIN, 1997)

R-57824-1238610036.jpegAnche per la rubrica dedicata ai dischi custoditi gelosamente all’interno della Soneek Room a  Casa Corsini, Spezzano, ci tiene legati all’elettronica di fine anni ’90. A dire il vero andiamo a pescare un autentico pezzo da 90, ovvero il duo Rowlands/Simmons, ovvero Chemical Brothers. I fasti per il singolo che li rese iconici in tutto il mondo (Hey Boy, Hey Gril), erano ancora da venire, ma alle orecchie attente di Max questa band era già giunta con l’album d’esordio Exit Planet Dust e a  molti di noi e aveva consolidato la presenza di diritto nel gota dei progetti più interessanti del periodo grazie a “Dig your own hole”, all’interno del quale prendeva posto questo singolo dalla potenza disarmante. Cambi di ritmo, energia e fantasia a tenere legati per gli otto minuti abbondanti in cui si dipanava. Un ascolto costante di quel periodo nei programmi di Max e di tanti altri programmatori di Radio Antenna Uno Rockstation. Un pezzo fenomenale e che fa capire lo spessore di Chemical Brothers, probabilmente molto più di quelli che sono divenuti i loro cavalli da battaglia per il dancefloor!

A SUA INSAPUTA

5026379_1645_ricercatriciDavvero stupendi i sorrisi soddisfatti delle ricercatrici che hanno isolato per prime il famigerato Coronavirus. Sono donne e sono italiane, ok…ma sono soprattutto ricercatrici, capaci, stimate e a quanto  si può saper malpagate. Serve davvero enfatizzare fino all’imbecillità il fatto che siano appunto donne e italiane? Qualcuno, soprattutto per la prima questione dirà che sì, bisogna mettere l’accento su questo per far uscire dal silenzio la disparità uomo/donna sul lavoro e il maschilismo imperante in generale. Io non sono d’accordo. Così si fa di loro dei feticci e si dimentica la cosa più importante: sono brave e come la stragrande maggioranza delle persone nel mondo del lavoro non godono di una serenità economica almeno pari a quella che donano a tutto il mondo, grazie alla loro competenza e professionalità. Marciare poi sul fatto che siano italiane lo trovo davvero imbarazzante in un mondo che avrebbe tutto l’interesse a smettere con questi vacui orgogli nazionalistici. Se proprio non riusciamo a farne a meno, teniamoli al limite per lo sport…

Ora si sono accorti che un ricercatore precario, prende uno stipendio da fame. Perché un ingegnere a prestazione d’opera?
Un borsista?
Un infermiere?
Un medico?
Un insegnante?
E fin qui abbiamo scoperto che la laurea non paga e non si ripaga ( visto che studiare costa).
Ma vogliamo parlare di quanto prende un impiegato?
Un operaio?
Un fattorino delle consegne?
Un bracciante agricolo?
Non è il lavoro, sono i salari che non sono adeguati, per tutti, punto

Francesca Chicca Branduzzi (Facebook, 04/02/2020)

SCALETTA MUSICALE

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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