Essendo da sempre molto appassionato di film di guerra, appena visto il primo trailer di questa pellicola diretta Sam Mendes, mi sono messo a fare il conto alla rovescia. Ormai è passata una settimana da quando sono riuscito a cavarmi il desiderio di godermelo, ma un po’ per mancanza di tempo, un po’ perché non avevo ancora capito se il film mi fosse davvero piaciuto o meno, ho preferito attendere fino ad ora prima di mettere nero su bianco quelle che sono state le mie impressioni dopo la visione.
Sì, perché per certi versi “1917” mi ha fatto sussultare, per altri, lo ammetto mi ha deluso. A tratti anche pesantemente.
Non sono comunque qui per fare la lista della spesa e nemmeno la punta agli aghi, soprattutto non in vorrei alcun modo fornire spunti riconducibili allo spoiler, quindi mi limiterò a dire che fin da subito mi è venuto d’istinto accostare questo film a “Salvate il Soldato Ryan”. Direte che non c’entrano niente uno con l’altro ed in effetti è così!
Uno ambientato nella seconda guerra mondiale, questo nella prima; la scena principale di Spielberg , un tripudio di guerra, qui di tensione: quindi perché? Perché anche qui i cattivi sono i tedeschi? Mah…su questo torneremo più tardi. La missione di pochi (qui solo due), che fanno storia a sè, mentre si consuma la grande storia? Sì, forse per questo. La delusione che avanza col passare del film? Anche questo plausibile…
Ma torniamo alla scena che ho volutamente paragonare a quella epica, innovativa, shoccante che tutti coloro che hanno visto “Salvate il Soldato Ryan”, hanno ben in mente (quella dello sbarco): qui, Mendes, si affida ad un lungo piano sequenza che racconta la traversata della terra di nessuno, in pieno giorno, da parte dei due protagonisti di questa avventurosa, se non suicida, missione, con elmetto dell’esercito inglese e schioppo baionettato. In realtà anche in questo caso la vera protagonista è la brutalità della guerra. Quella che butta una secchiata di fetido letame sulla retorica eroica che spesso le viene accostata. Lo squallore del fango a cui si mischia il metallo insidioso dei reticolati, putrefazione, topi, pezzi d’uomo o di animale, armi: tutto frullato nell’immobilismo e la stasi. L’annullamento della vita, l’antitesi della bellezza.

Sono minuti che tengono col fiato sospeso. La tensione è pronta ad esplodere ad ogni passo dei due commilitoni in questo inferno che ucciderebbe gran parte di noi di crepa cuore. Nemmeno nei peggiori incubi si può immaginare ciò che gli occhi di quei ragazzi hanno visto e la fotografia superlativa di Roger Deakins, aiuta a rendere tutto meravigliosamente terribile e raccapricciantemente vero. Ci si aspetta da un momento all’altro che salti in aria una mina, che si senta un colpo di fucile, fatale, che dalla melma emerga un nemico a infilzare nelle carni la lurida baionetta…
Sono i momenti più intensi del film, quelli dove non c’è altro che tensione, orrore e paura. Pensarsi lì in mezzo con loro fa semplicemente salire la pressione a livelli da infarto. La retorica dell’eroe è ben maciullata anche esplicitamente quando subentra fra i due l’argomento “medaglie” all’onore. Scambiata quella del caporale Schofield con una bottiglia di vino: perché avevo sete.
Da lì in poi la sceneggiatura è supportata soprattutto dalle immagini. Grottescamente spettacolari il più delle volte. La fotografia continua a farla da padrona e regala ancora perle meravigliose. Ancora tensione. Vita e morte nell’arco di pochi istanti. Nello spalancarsi di una porta, nella casualità di un incontro nell’agghiacciante nulla della distruzione.
Per il resto va tutto un po’ come immaginavo andasse e da qui torno al parallelo con “Salvate il soldato Ryan” e quindi la parziale delusione che mi fa dire: alcune cose davvero spettacolari, uniche, molto belle, però…
Come ho letto da qualche parte, ormai sui War Movie è difficile inventare qualcosa di nuovo, visto quanto è stato fatto di meraviglioso negli ultimi decenni e forse Mendes ha fatto semplicemente il massimo possibile, al momento, riportandoci i racconti del nonno, grazie ai quali avrebbe steso la sceneggiatura. Di certo va ringraziato per aver parlato della quasi misconosciuta prima e non della superraccontata seconda guerra mondiale. Bellissimo poi che non ci sia di fatto niente di veramente eroico e che risulti chiaro che quello che l’ha scampata un istante fa, potrebbe cadere morto dopo due secondi, concetto suggellato dalla frase recitata da Benedict Cumberbatch nei panni del Colonnello MacKenzie “in questa guerra vince chi sopravvive” e che rimane come concetto di sottofondo dell’intera pellicola.

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