Come ho già scritto dopo aver visto Ferrari 312 B, per chi è nato dalle nostre parti, anche se delle auto e dell’automobilismo non ti è mai importato molto o addirittura nulla, se mai hai smanettato sul carburatore del motorino o mai agognato una rumorosa Proma per guadagnare qualche Km all’ora in più sul cinquantino scassaticcio, è praticamente impossibile non avere almeno un briciolo di passione per le corse e soprattutto per la Ferrari. Io da piccolo, mi ricordo, che c’erano quei corti pomeriggi invernali, dopo la scuola e prima dei compiti, in cui il cielo bigio faceva scendere solo goccioline ghiacciate, mentre si sperava nella neve e in sottofondo al gelo, umido, padano, mentre si scancherava in cortile, c’era questo ululato rabbioso che a volte era più forte, a volte più scoppiettante, altre volte spariva di colpo, per poi tornare urlando e squarciando il tappeto di brusio dei treassi carichi di terra, cotta o cruda, e dei forni delle ceramiche. Sommate e accatastate fra loro, queste cupe voci che uscivano o partivano dai grigi capannoni a volta, parevano il chiacchiericcio del pubblico prima dello spettacolo, a teatro: non ci facevi nemmeno più caso, ma se interveniva qualcosa a sovrastarlo, allora sì che ci davi peso. Un Jet, le campane della San…la Ferrari che a una manciata di Km di distanza girava forsennatamente dentro lo stretto e tortuoso budello che è il circuito di Fiorano.
Come fu per “Rush”, impossibile per me, quindi, non farsi attrarre in sala da questo lungometraggio a firma James Mangold (Interrupted, Walk the Line, Wolverine, fra gli altri), che va, in niente po po di meno di 152 minuti (tradotto: 2 ore e mezza abbondanti), a raccontare la saga di uno dei tanti piloti veloci, scontrosi e di cuore che la storia dell’automobilismo ha visto sacrificare in nome del folle desiderio di velocità e traiettorie impossibili.
Anni ’60 americani e tutto quello che ne concerne: colori pastello, espansione economica e soldi che permettono a tanti viziatelli di concentrarsi su quello che per qualcuno è ragione di vita, per loro un capriccio: il superfluo. Nel frattempo qualcuno per inseguire sogni e talento rischia di andare a gambe all’aria e così nonostante l’amore incondizionato della propria compagna di vita (di quelli che esistono solo nei film americani), e del proprio figlio (questi esistono anche nella vita reale), si trova costretto ad imgoiare bocconi amari e lavorare, regalando pezzi della propria passione, proprio a quei viziatelli in golfino che “non è rotta, non la sai guidare”…

La spocchia di chi coi soldi e l’arroganza crede di poter comprare tutto e tutti, contro la voglia di andare sempre più forte incontro ai propri impossibili sogni. Uomini coraggiosi, contro uomini in doppio petto. Insomma niente di straordinario nella storia di fondo, che si basa su quella vera di Ken Miles (Christian Bale) dell’amico Carrol Shelby (Matt Damon) e di quello che ci fanno apparire come quella testa di cazzo di Henry Ford II (Tracy Letts). In realtà viene un po’ da sussultare (in sala qualcuno ha proprio commentato ad alta voce disapprovando!), quando fanno passare Enzo Ferrari come un cafone, che anche lui tanto dolce non era, ma cafone, dai…è un po’ troppo specialmente per una sala cinematografica in quel di Modena.
Il film quindi non è altro che un polpettone hollywoodiano, di quelli che vanno bene quando non hai poi troppa voglia che ti si rompano le scatole con dubbi, pensieri e riflessioni troppo complicate. Un filmaccio? Tutt’altro! Spettacolari le scene delle gare, che restituiscono l’emozione di un mondo di folli, che non esiste più. Le lunghe sequenze di pura adrenalina, in cui volano macchine e si sfracellano piloti, sono meravigliose ed emozionanti. Viene da sentire l’accelerazione nello stomaco quando si entra nell’abitacolo anche se lo si fa solo attraverso la cinepresa di Mangold. Un po’ retrò e forse in onore della vecchia commedia, sono molto divertenti le improbabili occhiatacce fra piloti che si sfidano anche a sguardi mentre sfrecciano a quasi 350 Km all’ora.
Lo ammetto: mi sono divertito tantissimo e nel tornare a casa più che guidare, ho pilotato la mia Panda! Storie da sogno, storie di utensili e mani sporche d’olio. Storie che la tecnologia ci ha rubato per sempre.
Ah, alla fine si capisce bene chi sono i cafoni, mentre Enzo Ferrari appena sconfitto, si toglie il cappello per salutare quello appena fottuto dalle politiche aziendali e dal marketing.

Lascia un commento