Non so se v’è capitato di leggerlo, ma qualche giorno fa mi sono preso la libertà di utilizzare questo blog per quello che di fatto non era altro che uno sfogo legato all’imbarazzo e al fastidio profondo e crescente che provo nel vedere la comunicazione politica, ormai unico punto di riferimento della politica stessa; prima che questa divenisse una roba smart, uè uè, cicci cò-cò la pratica e la sapienza nel raccontarsi e nel presentarsi a dir poc meglio di ciò che si è, la chiamavamo in modo che ritengo essere decisamente più consono, oltre che onesto e meno fuorviante: PROPAGANDA (lo sfogo lo potete leggere qui) . La comunicazione come unico mezzo rende chiaro lo scopo: VINCERE! Un motto che è passato alla storia come uno dei più celebri del fascismo: non è un caso secondo me. Perché a quelli interessa il consenso, con cui prendere il potere. Cosa farci poi non deve essere un ostacolo. Basta e avanza comandare. Chi e cosa, ma soprattutto come, non è affare interessante: basta gozzovigliare con il proprio ego per sentirsi soddisfatti.
Ma cosa significa “VINCERE!” ?
Se fossimo su un campo di calcio o di basket, pallavolo, cricket o il castamazzo di sport che preferite, VINCERE! sarebbe solo fare più punti durante una sfida regolata per tempi e modi, contro un avversario che con noi decide di giocare a quel gioco. Con lui, poi, alla fine si possono anche andare a bere delle birre, parlare di donne/uomini e cose così, ma anche odiarlo, non conta. In realtà ciò che non conta è lo sport, perché qui si sta prendendo come oggetto del contendere il governare, ergo il presente ed anche una discreta fetta di futuro della nostra società.
I paragoni sportivi, dal celeberrimo e di berlusconiana memoria:”scendo in campo”, al pluridecorato: “la nostra squadra è coesa”; “non intendiamo giocare in difesa” e via discorrendo, hanno talmente permeato la nostra politica dal renderla di fatto alla stregua di uno sport. I paragoni si sprecano, per l’appunto, perché ormai nella nostra mentalità il modo di approcciare alla politica è quello sportivo, agonistico e non razionale, scientifico, ideale. Un’altra stronzata che si somma a quella propinata fin dagli albori di quella che hanno voluto chiamare seconda Repubblica, quando ci dicevano che lo stato era di fatto un’azienda. La politica non è uno sport, i partiti non sono squadre e lo stato non è un’azienda. O meglio: non dovrebbero esserlo e a trasformarli in tali s’è visto come ci siamo ridotti. Come ci siamo ridotti? A mio avviso maluccio: dal punto di vista del rispetto reciproco, ma anche economico, sociale, delle strutture e delle infrastrutture statali e poi per l’amor di dio, va anche meglio sotto certi punti di vista. Soprattutto da quello di chi ha una pensione vecchio stile, un contratto lavorativo vecchio stile (tipo me) e via discorrendo.
Cosa serissima lo sport, dove però, alla faccia di Decoubertin, anche a livelli amatoriali, pare proprio conti solo VINCERE! e partecipare e basta, senza mai raggiungere il primato, diventa frustrante se ciò non avviene mai. Solo che nello sport VINCERE! è il coronamento della preparazione, degli allenamenti, dei sacrifici: è lo scopo. In politica vincere le elezioni, ad esempio, dovrebbe essere l’inizio del lavoro. Il lavoro dei politici, non può essere la campagna elettorale in una società che ambisce a migliorarsi. La campagna elettorale è solo un modo per accattivarsi le simpatie degli elettori. Il mandato dev’essere l’espletamento vero della propria funzione.
Quante banalità sto dicendo. Lo so…ma continuo se non vi spiace. Si vede che ne ho bisogno in questi giorni…

La politica, lo ribadisco ancora, non esiste più proprio perché non si va oltre la prima fase. Campagna elettorale ad oltranza. Perché ormai è l’unica cosa che sappiamo fare. Chi più, chi meno. Fare PROPAGANDA o se volete proprio continuare a gongolarvi nella vostra boria, fare comunicazione politica, è un pezzo da cui la politica non può prescindere, ma se si accaparra tutto lo spazio, significa che abbiamo perso di vista il pezzo più grosso di ciò che dovrebbe essere la politica.
Ho conoscenti ed anche amici che si occupano nella vita (per mestiere), di comunicazione e li prego: smettetela di alimentare questo gioco al massacro. Smettetela di prestarvi a questo squallido mondo che premia il peggio e il vacuo. Spesso siete voi il meglio: non vi fa rabbia essere al servizio di gentaglia che non solo non rispetta il vostro lavoro, ma crede anche, dopo un po’, di saperlo fare meglio di voi? Non vi fa rabbia sapere di aver estorto conto terzi delle vittorie vacue, anziché averne guadagnate delle vostre, quindi con un senso di rispetto verso vostra indole?
Qualche giorno fa, provocatoriamente e scherzosamente, ho scritto una frase sul mio profilo Facebook, che recitava “Bevo una birra in giardino, leggendovi e penso che avete mediamente, tutti la faccia come il culo…”, sempre recentemente e sullo stesso social, per la milionesima volta mi sento apostrofare con un secco “sei troppo serio”. Troppo serio? Se mi si voleva dare dell’antipatico, ok, pace, ma davvero anche in questo caso la comunicazione ha fatto danni enormi: come può la serietà essere divenuta una cosa che può essere “troppa”? Al di là del fatto che io non mi riconosco in questa definizione, ma anche fosse, mi state facendo un complimento; dunque perché quelle espressioni di biasimo?
Che la serietà non sia premiante nella società attuale, mi pare spesso una verità (spesso ho detto, non sempre ad onor del vero, che non è poi mica tutto in cancrena!), ma che ora la si faccia passare anche come difetto, no! Neo lo diviene solamente se il metro di misura è la convenienza e allora qui, potremmo aprire un altro capitolo ancora. La convenienza personale s’intende. Ma davvero non ci siamo ancora resi conto che è quella che sta di fatto portando al collasso il sistema e dunque azzerare, di fatto, ogni privilegio e convenienza? Ovvio che questa mia posizione non sia condivisa o quantomeno considerata dai più, visto l’andazzo. Ma non voglio divagare eccessivamente, in questo ulteriore sfogo senza un apparente oggetto definito.
Io da tempo chiedo a coloro che mi parlano di VINCERE! che cosa abbiano vinto di preciso. A quel punto ho spesso avuto come ritorni imbarazzati, impaciugati e esemplificativi silenzi, mugugni o candide ammissioni di aver guadagnato un po’ di convenienza (quando poi non l’avrete più le vostre facce saranno un massacro!). Una posizione, come va di moda dire una poltrona, una scaramuccia con l’avversario come fosse una clash fra rappers (quelle sì che spesso sono divertenti!), ma niente più. Tutto estremamente volatile, al limite dell’effimero.
VINCERE! E VINCEREMO…
A me invece delle reni, avete spezzato la speranza.

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