Fa caldo ma io ho un po’ di tempo libero e così, in un martedì qualunque di fine agosto, m’infilo in un Cinema, subito dopo una delle prime giornate lavorative post ferie. La voglia di cinema e soprattutto di trovare un degno passatempo mi fanno azzardare sulla scelta del film, tanto che compro il biglietto (Fila G – Posto 7, as usual), per la prima visione della giornata di una pellicola che penso non sarei mai andato a vedere in condizioni di scelta più ampia da quella che questo periodo offre.
Non conosco la storia di Pupi Avati e non sono un cultore della sua produzione, ma fra le già accennate, scarse opportunità papabili questa mi pare l’unica percorribile. Sono oggettivamente incuriosito dall’ambientazione (anni 50, Veneto, Italia dell’immediato dopoguerra): amo tantissimo quegli scricchiolii del legno e quegli abiti che trasudano povera dignità. Non amo gli horror, perché poi faccio i brutti sogni (davvero!), ma mi lancio, sperando di reggere il colpo.
Si parte subito col botto, per poi riadagiarsi nello squallore di interni scalcinati, cupi e carichi del fumo di sigari e sigarette. La pestilenza si “sente” anche attraverso le immagini. Una società davvero miserrima quella raccontata e sopratutto carica di paure, anzi vere e proprie fobie incentrate sulla superstizione e sull’ignoranza.
Pupi Avati racconta attraverso una storia come tante altre se ne possono sentire e probabilmente come ce la racconterebbe uno dei contadini che vivevano quell’epoca, proprio della schiavitù nei confronti della superstizione, che paradossalmente trovava sponda nel mondo del sacro e dello spirituale, utilizzato, ci fanno intravedere, proprio da chi avrebbe dovuto guidare fedeli e credenti attraverso un percorso intimista e di purezza, non certo nel pregiudizio, nella tenebra e nello scaramantico.

Il film intreccia storie e gioca fra quello che è la verità e l’immaginazione di chi la racconta. Che il regista volesse esorcizzare le tare della cultura e liberarsi, giocandoci, con una delle tante superstizioni che nonostante la ragione, ancora non è riuscito a espellere dalla propria mente? Quanti di noi continuano a temere, magari solo a tratti o solo in determinate condizioni ciò che fino ad un minuto prima ci aveva strappato un sorriso di scherno: “ma non crederai veramente a quelle cose lì!”. Poi “chi va a prendere il vino in cantina” e sbianchiamo terrorizzati, per il ritorno fulmineo di una delle paure infantili, di un incubo di tanti anni prima o semplicemente per una delle tante stupidi paure sedimentate nel profondo di noi stessi e mai spurgata realmente. Torniamo sudati e affannati dalla cantina, dove abbiamo combattuto col terrore e con la nostra irrazionale, quanto dominante stupidità.
Il film è costellato di richiami a pratiche assurde, grottesche, così come a dicerie e per l’appunto alle più disparate superstizioni, luoghi comuni di una civiltà che vive di storie raccontate davanti al camino o nella stalla, all’osteria e di piccole invidie, cattiverie e ripicche che si fanno giustizia proprio attraverso questo mosaico di inganni e falsità.
La Chiesa Cattolica è sul banco degli imputati come grande responsabile. Non è mistero che i preti di campagna giocassero proprio con la superstizione per accaparrarsi e tenere stretti a sé i “fedeli”: non col la parola del dio raccontato e venerato dalla loro religione, ma per l’appunto approfittando della tenebra che avvolge chi, senza la luce della cultura e dell’emancipazione, non poteva che brancolare nel buio. Facili prede delle superstizioni e della paura del Signor Diavolo.
A distanza di giorni, non so ancora se il film m’è piaciuto in quanto tale, ma certo affronta in modo molto interessante, umano e oserei dire autocritico (o autoironico) le tare culturali di cui tutti noi della provincia italiana siamo più o meno succubi: insomma, sicuro di non avere paura del diavolo, dopo che qualcuno per il proprio interesse non te l’ha ficcato talmente nel profondo, che anche se sai che non esiste, sotto sotto qualche volta e almeno un po’ ci credi? E ti ricordi di quel ragazzino che a causa del pregiudizio della superstizione s’è visto punito, oltre che dalle proprie sfortune, anche dall’onta dell’emarginazione. La compassione forzata e insegnata come alternativa al riconoscimento della dignità.
Il cupo fa comodo a chi non ha interesse la luce venga accesa, mostrando che dietro le ombre spaventose nel tetro, non c’erano altro che gli innocui oggetti e le indifferenti presenze della natura: ma ormai il danno è fatto e non è possibile liberarsene del tutto!

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