Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Green Book

Chi mi segue e mi legge da un po’ sa che mi piacciono le storie e da queste non pretendo necessariamente (diciamo non tassativamente), mai nulla di più che tenermi impegnato con l’incedere delle parole (o delle immagini) del racconto. Sono quindi seduto in sala da solo, con dietro un sacco di persone, che come me hanno deciso di recuperare in exstremis la visione del film vincitore dell’Oscar come miglior film all’ultima edizione della kermesse hollywoodiana. Me la sto godendo di brutto, quando ad un certo punto, nel bel mezzo del secondo tempo, come un fulmine a ciel sereno mi si presenta galeotta la domanda: ma c’era proprio bisogno di un altro film così?

Non posso fare a meno di odiarmi e di darmi del guastafeste, perché in realtà non ricordo di aver riso così di gusto e apertamente al cinema da tempo immemore e ammetto di aver dovuto frenare la commozione in almeno un paio di occasioni. Va ammesso: Green Book è davvero un film fatto alla perfezione per stimolare questo tipo di reazioni. Solo che ad un certo punto non solo capisco, ma di fronte a punte di pacchianeria quasi insultanti, devo semplicemente ammettere che in realtà questa storia me l’hanno già raccontata decine di volte ed esattamente in quella maniera lì. Stacco la concentrazione dal film, metaforicamente mi fermo a pensare a me stesso in quel momento e ammetto che, sì: mi sento un po’ un igenuotto, ma soprattutto imbrogliato e peggio ancora disposto a farmi imbrogliare.

I personaggi, le ambientazioni, le situazioni, i dialoghi, sono le perfette caricature made in Hollywood di ciò che a quelle latitudini si è abituati a pensare quando si parla di immigrati italiani a Brooklyn o del nero emancipato: gli italo-americani con l’accento siciliano e le movenze delle mani che ricordano la voluta caricatura di Tarantino in “Inglorious Basterds”, quando il tenente Aldo Raine a teatro deve improvvisare la parte di un attore italiano; Don Shirley la macchietta dell’intellettuale nero, emancipato e stucchevolmente ben educato a ben distinguersi dall’immaginario che il suprematista bianco vorrebbe appiccicare agli afroamericani.

Troppo, tutto davvero troppo inquadrato in una visione ridondante e risaputa di lotta di classe, segregazione razziale e sentimentalismo. Certo è tutto basato su una storia vera, ma non dimentichiamo che la verità può essere raccontata in modi molto differenti fra loro, senza perdere la valenza di, appunto, verità. Nessuno quindi nega che queste due persone si siano conosciute e poi innamorate vicendevolmente, sconfiggendo assieme i propri reciproci pregiudizi nei confronti della “parte avversa”, ma suvvia: tutto questo mestiere e precisione didascalica nel caricaturizzare la storia e non solo i personaggi stessi, alla lunga rendono il film qualcosa di non solo già visto, ma, per spesso molto vicino alla banalità. Forse, addirittura, alla mancanza di onestà.

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Però io me lo sono goduto per l’intera durata, più di due ore, e come già dicevo di risate me ne sono partite parecchie, così come le lacrimuccie ogni tanto facevano capolino, ma ad esempio: la scena madre sotto la pioggia scrosciante quando l’aristocratico Don, lui che viaggia con la copertina sulle ginocchia, morbidamente adagiata dal maggiordomo, sfida le intemperie per sfuggire alla tempesta emotiva provocata dalle parole dell’ormai amico Tony Lip, che “il negro sono io” (vacca che trovata originale!!!), nel 2019 non si possono davvero più vedere. Sfiorano quasi la pornografia dei sentimenti.

Non sono nemmeno affezionato agli Oscar, però mi viene da dare loro ancora valenza: se ha vinto l’Oscar magari non mi piace, ma non sarà da buttare via! Capisco bene che serva ancora parlare di temi irrisolti come, appunto, la segregazione (non più legale, ma di fatto), così come la lotta di classe (non più ideologica, ma di fatto); capisco lo stimolo a continuare a raccontare storie in cui si è riusciti ad andare oltre e, sempre di fatto, a sconfiggere nel piccolo e nella vita comune questi drammi sociali dell’occidente, che paiono pure tornare a livelli altissimi dopo anni in cui si era riusciti a mettere forse qualche pezza agli stessi; capisco che si vogliano raccontare storie dal lieto fine, perché non è vero che al mondo tutto sia brutto e guardare i buoni esempi può servire ad essere migliori (“perché se io posso cambiare…”…che ho appena sigato -pianto per i non emiliano- a riguardarla questa scena…); capisco che è bello andare al cinema anche per provare emozioni facili e quindi staccarsi un po’ dai temi più imponenti e massicci dell’attualità; capisco tutto e cerco anch’io di godermi questi momenti di piacere e/o disimpegno puro, per ciò che sono: non certo come la soluzione, perché ciò che forse non capisco è perché si tratti il pubblico come un branco di pecoroni, bamboccioni, incapaci di andare oltre e quindi addentrarsi nel profondo. Finché si da un tono di superficialità ai problemi gravi del mondo, con la scusa o la volontà sincera di portarli al grande pubblico, il rischio è probabilmente quello di aiutare a renderli veramente irrisolvibili. Trattarli sempre in modo così caricaturale e semplicistico rischia davvero di farli prendere sottogamba: se certi problemi resistono, forse il modo di affrontarli è quello sbagliato? A partire dalla narrazione alle masse, tramite pellicole come Green Book, che fanno storcere il naso, ma subito dopo ridere…

Io Green Book me lo sono goduto, perché mi piacciono le storie, anche quelle noiose; perché anche a me ogni tanto piace ridere e commuovermi con poco; anche a me ogni tanto piace uscire dal cinema senza le paturnie (come ad esempio dopo aver visto “La casa di Jack”); ma non mi piace che, se l’Oscar vuole dare premi “politici” ai film in concorso, lo faccia con delle ben fatte, ma un po’ banalotte commedie con la pretesa dello spadone ideologico/morale. Green Book è fermo alla narrazione di “Dirty Dancing” (che nessuno può mettere Baby in un angolo! …e giù di lacrimoni…), riprende quella che ai giorni nostri è arrivata grazie a recenti pellicole come “Il diritto di Contare“: polpettoni sentimentali, moralistici, gradevoli da guardare, ma forse incapaci di far veramente ragionare.

Che poi, magari, Peter Farrelly voleva solo raccontare una storia a quelli che come me le amano e allora tutta ‘sta menata me la sono fatta per niente e alla fine andrebbe bene anche così. Anzi, meglio.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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