Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Il primo Re

Vedi un trailer e pensi che quel film lì dev’essere proprio una cagata pazzesca. Produzione italiana: non c’è dubbio che possa valere la pena…non ci vado neanche morto. Poi incappi nelle prime recensioni positive e non tanto quelle, ma i commenti di persone di cui ti fidi che ti dicono che è davvero un film da non perdere: coraggioso e spietato, per nulla “italiano”.

Sono in fotta da cinema, come ogni tanto mi capita e così ancora un po’ scettico, ma molto curioso, m’infilo in sala dopo una giornata da dimenticare e da far finire con una bella storia. Sono le sei di sera di un martedì che sarebbe stato bello poter dire qualunque, ma io ho voglia di sfilarmi da questo antimood e d’infilarmi nella pelle di qualcun altro e sopratutto di stare solo dopo tanto trambusto. Alla fine nella sala 6 dell’Emiro di Rubiera siamo solo in due, anche se il mio compagno di visione è molto, molto dietro e quindi dopo un po’ non mi accorgo più di lui.

Mi lascio immediatamente assorbire dalla storia che parte con l’unico frammento di pellicola che mi lascia un po’ perplesso: l’inizio del film, quello con la mega onda che arriva a scompaginare la preghiera di Romolo, mi ricorda un po’ troppo “Il Viaggio di Arlo” (molto bello, ma tutta un’altra cosa e mi sa palesemente copiato…compreso il legno che colpisce sott’acqua e provoca la ferita). Poi inizia questa storia fatta di poche parole, fango, freddo che esce dallo schermo e sangue. Violenza e crudeltà che non lascerebbero scampo al più forte di noi per più di pochi minuti.

Un mondo lontano, anche in buona parte sconosciuto (voi ricordavate Albalonga?), in cui la lingua è qualcosa che richiama il latino, ma ancora non lo è. Leggo che il film diretto da Matteo Rovere, ha alle spalle una lavorazione abnorme dal punto di vista della ricerca storiografica, almeno per quanto possibile, visto che non ci sono ovviamente grandissimi riscontri certi: siamo nel 753 A.C.. I risultati sono a dir poco eccellenti!

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Sguardi e tensione, brama di potere e di comando. La legge del più forte che s’impone come unica possibile via nei rapporti interpersonali. Misticismo che si scorna con materialismo e pragmatismo. Una miscela che tiene in tensione costante e fa entrare nella paranoia che assilla i protagonisti di un’avventura cercata non per noia, ma per semplice sopravvivenza.

Matteo Rovere ha avuto indubbiamente coraggio nel cimentarsi in quest’opera in cui è fondamentale la bravura di un sempre più maturo e grande Alessandro Borghi (Remo), ben spalleggiato da Alessio Lapice (Romolo). Nell’immaginario di molti si pensava ad un film tutto azione e classico sguardo sul passato. Epicità e eroismo. In realtà le immagini restituiscono sofferenza, dolore e tormento interiore, legate ad un’epoca in cui fra la vita e la morte passava molto meno di un filo. Moltissima umanità per farla breve, in un’epoca in cui è lecito immaginare che il concetto di umanità fosse notevolmente differente rispetto a quello che abbiamo in mente oggi (ok, non tutti, ma questo è tutt’altro capitolo…).

Le immagini: grandiosa la fotografia curata da Daniele Ciprì (eh, niente meno): solo luci naturali, ci dicono e pochissimi artifici, per rendere veramente realistiche le ambientazioni e con esse, cosa ancora più importante le atmosfere. Perché in questo film è l’atmosfera a farla da padrona.

A fine film mi sento elettrizzato e ci metto un po’ ad uscire dal brivido da cui sono stato pervaso per l’intera durata della visione. Mi giro e il mio unico compagno di visione sta sonnecchiando: se non ti lasci trascinare nel giusto mood può essere davvero un attimo rimanere delusi o comunque annoiati da questa visione. Io invece torno a riallacciare i piedi alla terra e a farci i conti e per prima cosa mi dico del cretino per il solo essermi fatto fregare ancora una volta dalle apparenze e di fatto dai miei pregiudizi.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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