L’inverno e Netflix vanno a braccetto e dopo averlo fatto con cotechini e cappelletti, viene sicuramente facile ingozzarsi anche di serie TV, film, documentari. Ammetto di non aver certo voluto fare eccezione. Se a tavola non ho avuto grandi difficoltà ad assaggiare un po’ di tutto, spesso mi sono però trovato a disagio nel marasma di proposte e possibili scelte disponibili sull’ormai celeberrima piattaforma streaming. Pigrizia e soprattutto parecchia stanchezza mia, mentale e fisica, mi hanno quasi sempre portato a scelte “facili”, a volte banali. Poco rischio e ancor meno coraggio. Documentari di storia, banditi, seconde visioni di film già visti, ecc…
Poi l’altra sera mi faccio accalappiare dal trailer sarcastico e tagliente di “The Kominsky Method”, proprio per gli stessi motivi che fino a qualche giorno prima mi avevano portato a foldare la serie interpretata da Michael Douglas. Per lui non è che ci sia mai stato amore, ma nemmeno antipatia: uno di quei pochi attori di cui mi ricordo però il nome al solo vederne la faccia e vi assicuro che per me non è poco! Comunque, dicevo del fatto che tutte le volte che incappavo nel trailer della serie mi veniva da sbuffare e con supponenza bofonchiare “ci manca solo una serie da hipster pensionati…”. fino all’altro giorno.
Già, supponenza, perché se è vero che lo stile di fondo può portare sul territorio hipster (battutine e sarcasmo a raffica, vita e mestieri fichi, costellata da emozionanti, appassionanti e travolgenti amori, look giusto, sentimentalismo e aforismi da baci Peugina e via discorrendo), facendo assomigliare parecchio l’ambientazione a cose molto in voga nel recente, la serie offre una visuale davvero interessante su temi come la vecchiaia coi relativi guai fisici che spesso porta in dote e la morte. Una serie per hipster anziani? Può essere, ma solo se si è disposti all’autoironia e all’autocritica, o magari semplicemente inclini alla saggezza.

Per me innamorarsi di, a dire il vero ritrovarsi in, Norman Newlander (Alan Arkin), è veramente un gioco da ragazzi. Un feeling immediato, un colpo di fulmine, un guardarsi allo specchio. Co-protagonista di fatto, ma colonna portante dell’intera fiction; ben più che una spalla. Se è vero che quel vecchio cazzone di Sandy Kominsky (Michael Douglas), con le proprie idiosincrasie, paure, debolezze e il suo dare le persone per scontate, è perennemente il fulcro su cui ruota la storia, è quel vecchio cinico di Norman a folgorare con spietatezza e onestà, spesso fuori luogo. Brucia ogni due nanosecondi il moralismo stucchevole e ipocrita che pervade la società occidentale, che sbrodola dai film e che anche noi della vecchia Europa, abbiamo adottato con miserrima pigrizia e vomitevole qualunquismo. Perchè se c’è una cosa che Norman mette sotto i riflettori, è proprio il semplice e palese fatto che a nessuno piace l’onesta e immodestamente vorrei ricordare che io questa cosa la dico da un po’, quindi mi ci ritrovo mica da ridere. Sono davvero troppe le persone che si riempiono la bocca e castrano la propria vita, provando a dominare quella degli altri, a suon di stucchevoli e vigliacchi luoghi comuni morali; integerrimi cavalieri del come si fa per davvero; pronti a cadere dal piedistallo del’umanità alla prima prova concreta di vita vissuta. Ma torniamo a Norman e rinfoderiamo lo spadone, che però lui brandisce in continuazione, proprio come piacerebbe fare a me. È lui a dare le risposte. Anche se poi mi lascia in sospeso e quasi mi dribbla con la volontà di farsi domande e trovare a sua volta risposte: ma ovviamente il lancio della stagione nuova ci voleva, per lasciare la bavetta.
Ok, forse dire che mi rivedo in Norman è probabilmente un tantino da presuntuoso, forse sarebbe più corretto dire che in questo momento mi sento come lui o probabilmente più azzeccato ancora è affermare che vorrei essere come lui (giacche e cravatte, comprese). Vorrei averla pensata io la battuta che gli esce di slancio, mentre discute di suicidio con l’amico Sandy “(…se dovessi suicidarmi…) mi riempirei le tasche di salmone e andrei nel bosco a cercare un orso“. Le smerdate alle persone che parlano tronfi citando aforismi, sentendosi poi saggi e magari anche giusti, beh, su quelle credo di essere già a buon punto. Se posso, non perdo occasione. Dirlo con le proprie parole sarebbe meglio: sempre se si ha la sensibilità e il coraggio di possedere proprie parole, senza per forza imboscarsi decontestualizzando le idee di altri…che magari hanno detto determinate cose in un contesto preciso e quindi volendo in realtà dire l’opposto di ciò che ha capito o vuol far intendere lo stolto sfruttatore. Grande Norman: Diane se lo meritava e se l’è andata a cercare, poche balle! La sudicia e presuntuosa volgarità morale va segata senza pietà! La stronza insensibile è lei, non tu perché lo fai notare!
Una commedia dal sapore amaro, spietato e sarcastico, ma spesso divertentissima. Tanti i cameo: spicca su tutti quello di Danny De Vito nei panni dell’urologo Dr. Wexler. Io non guardo mai commedie, ma forse questa era semplicemente la commedia giusta al momento giusto, chissà: probabilmente è così e se la riguardassi fra un anno o l’avessi guardata due mesi fa non mi avrebbe fatto lo stesso effetto. Che dire, se così è, è stata una bella botta di fortuna! O semplicemente ciò che serviva per smetterla di precludersi un modo di ridere e tornare più me stesso di quanto non fossi ultimamente.
Provateci! Son otto puntate agili (30 minuti di media), niente di nuovo, nulla di geniale, parecchi cliché richiamati e sapientemente riutilizzati; ma chi l’ha detto che ci vuole sempre qualcosa di nuovo per stare meglio o semplicemente bene? Per farsi due risate e alleggerire un po’ la mente?

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