Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


BlacKkKlansman

Ho fatto una figuraccia alla cassa, perché proprio non riuscivo a memorizzarlo questo titolo e così mi sono ritrovato con la gentile cassiera a farmi l’elenco dei film in visione, finché io non ho detto “quello! quello!”. In compenso mi era rimasto impresso in modo indelebile fin dal primo Teaser visto online, il desiderio di venire al cinema a vedere “BlacKkKlansman”. Non sapevo nemmeno che il film fosse di Spike Lee fino a pochi giorni prima della proiezione a cui sono riuscito a partecipare, ma è scattato un feeling con i costumi di scena, la fotografia e l’incedere dei dialoghi selezionati per i promo, tale da farmi pensare che proprio non potevo perdermelo!

Ma andiamo per gradi.

Siamo in Colorado. A Colorado Springs per la precisione, ma non nel periodo dei Cow Boys, bensì all’inizio degli anni ’70 e Ron aspira ad entrare in Polizia. C’è un problema per Ron: è nero e da queste parti i neri non se la passano proprio benissimo, nonostante siano ormai passati più o meno un centinaio di anni dalla morte di quello spilungone di Lincoln e poco meno di venti dalle gesta di Rosa Parks. Ron però viene accettato in Polizia, proprio perché a questa serviva far vedere che in realtà i neri potevano fare tutte le cose tradizionalmente riservate ai bianchi. Insomma: avete capito il giochino, no? La sceneggiatura non si sofferma eccessivamente sul come dall’archivio, dove il poliziotto nero può riscontrare che effettivamente è tutto un giochino d’immagine e quindi conferma della segregazione e la sua promozione all’intelligence. Fatto sta che dopo una manciata di minuti di film il nostro si trova al telefono con il rappresentante locale del Ku Klux Klan…ssssssssst…mai più questo nome: si dice solo “l’organizzazione”.

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Dialoghi serrati (ha sicuramente ragione un mio amico, che dice che quasi certamente ci sono intere scene del film mortificate dal doppiaggio, ma sospetto che un dialogo alla Spike Lee in lingua originale non sia alla portata di tutti, mia temo proprio di no), momenti esilaranti e altri carichi di tensione. Il tutto fra capocce cotonate, Pick Up, giacche in pelle e baffi da redneck.

La storia non è difficile e fila via liscia. Un nero che al telefono si finge un bianco per incastrare quei fanatici del KKK, con l’aiuto del collega Flip Zimmerman, fin dal profilo abbondantemente in odore di discendenza ebraica. Fa già ridere così e in effetti i colleghi di Ron, quello nero, perché anche Flip a questo punto diventa Ron, si sbellicano mentre lo sentono inveire contro i “negri di merda” al telefono anche con il presidente nazionale dell’organizzazione, che ambisce ad una “normalizzazione” del KKK per poter entrare in politica. Ammetto che questo personaggio, le sue sparate e il suo desiderio di far passare tutto come “normale”, mi fa planare più volte sulla nostra attualità politica e sospetto che ciò non sia casuale, ma premeditato intento di Lee.

Il film ha più o meno l’epilogo che uno si aspetta e che ti fa dire: c’è ancora speranza per il mondo, anche se è evidentemente pieno di gente con la testa imbottita di escrementi. Tutto fila per il verso giusto. Regia impeccabile, per quanto ne possa sapere, un po’ di pistole, ma senza esagerare. Qualche esplosione e tanta ironia. Peccato per lo spadone con le immagini prese dal reale che Lee infila come coda del film. Avevamo già capito cosa volevi dirci e pestarci così tanto un po’ fa soffiare. Diciamo che mettere questo finale a prova di stupido, della serie “ehi, ti ho anche fatto ridere e alla fine in questo caso il bene ha vinto, ma non ti montare la testa, guarda quanta merda c’è ancora in giro da combattere per noi neri!”, è molto Spike Lee, ma è anche un po’ stucchevole.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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