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Più che altro per non dimenticar(Si)


Valli e fiumi, dai Colli Bolognesi all’alto Appennino Modenese – 09 IX 2018

I P.d.P. sono nati da poco, ma durante l’estate hanno già macinato Km su e giù per i passi appenninici e nelle impervie stradine secondarie che si ramificano proprio nelle zone montane e collinari fra Emilia e Toscana. Pès damand Piàmb – Colonna Emiliana Over 100 Kg Under 100 Km/h: Il gruppo dei Pès damand piàmb non è una democrazia.
Abbiamo un Presidente e la sua opinione è legge. Non tolleriamo i rompiballe, gli astemi e i vegani. Non abbiamo limitazioni sulla tipologia di moto, di età, di sesso, di etnia e di credo religioso. Non rompete i coglioni e andremo d’accordo. Abbiamo un principio ferreo: “Moto, risate e buona tavola”. Ripeto: poche balle e tanti chilometri. Vuoi unirti a noi? Basta avere una moto e voglia di divertirsi in compagnia.
PS: gli scooter non sono moto. Non ci provate nemmeno.

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Ecco, per questa domenica, dopo alcuni motoenogastrogiri piuttosto impegnativi e lunghi, si era deciso di accontentarsi un po’. I Colli Bolognesi erano la meta prefissa, zona ideale per essere anche certi di trovare sul tragitto un luogo adatto a soddisfare oltre che la sete di strada e curve, quella di pignoletto e la fame di lasagne.

Ci si trova intorno alle 8 nel piazzale di Ponte Fossa e dopo un’abbondante colazione inizia la prima tappa di avvicinamento attraverso la Pedemontana, in direzione Vignola. È domenica e quindi non ci sono camion a sgasarci sul muso. In fila indiana 6 moto procedono tranquille, lungo i rettilinei che hanno a sinistra il profilo degli appennini e sulla destra la costante della Pianura Padana: siamo sul bordo e vi rimaniamo per alcune decine di Km, mentre il sole timidamente inizia a scaldare e a rendere sempre più gradevole passeggiare a bassi regimi in direzione est.

Subito dopo l’abitato di Bazzano lasciamo definitivamente la pianura per infilarci lungo la gradevole risalita verso Monteveglio e La Bersagliera. La dolcezza delle colline incanta e accompagna senza fretta il nostro incedere. Il sole mattutino, tutto sommato ancora basso, regala luci tenui che giocano con il verde dei campi e delle foglie degli ordinati vigneti e frutteti che si susseguono lungo il mordido risalire delle collinette fra le quali scorriamo. Non di rado, nel passare per i paesi e le borgate, arriva potente il profumo di ragù trasportato sullo scampanio proveniente dai campanili delle chiesette. Di andare a messa a nessuno di noi interessa, il ragù invece ci fa già buttare la mente avanti all’ora di pranzo, da cui ci separano ancora parecchi avventure.

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Continuiamo a salire nel verde e incappiamo in una gara ciclistica, che ci fa anche perdere la bussola: primo di una serie di errori di direzione. Ma siamo i PdP e la precisione di navigazione c’interessa più o meno come le funzioni religiose, che finendo rigurgitano sulla strada signorotte agghindate e ragazzini brufolosi. Arriviamo fino a Savigno dove passiamo sul Torrente Samoggia, che ci accompagnerà ancora fino a Goccia, dove la nostra strada devia verso Bortolani. La strada continua ad essere gradevolmente mossa fra colture di Pignoletto e panorami che si aprono in larghi scorci verdeggianti.

Scendiamo ora verso nord e tornando verso la bassa. Qui qualcuno, fra cui me, si concede un allungo per godere delle belle curve della provinciale 26, ampia e dal fondo liscio. Una bella boccata d’ossigeno per polmoni e motore che dopo tanto arrancare fra bivi e bicilette, nell’ultima mezz’oretta, trovava ora il modo di sfogarsi. I PdP si spaccano così in tre tronconi e scopriremo solo più tardi che l’unica ragazza del gruppo aveva avuto un problema al suo Guzzi 350. Sostiamo prima in una piazzola, poi concedendoci una pausa caffè (beccando ovviamente il bar più orrido della provincia di Bologna), a Calderino, per ricompattarci e decidere sul da farsi.

Il bivio per Sasso Marconi è lì a due passi e lo imbocchiamo senza esitazione. Programmiamo un anello nei colli che girano intorno alla nota località il che ricorda il celeberrimo scienziato, per poi tornare poco lontano dal nostro luogo di pausa a concederci il meritato pranzo domenicale. Sembra tutto semplice, ma in realtà così non sarà!

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Tagliamo così decisi tornando in direzione est lungo la SP74. Ancora belle curve e il paesaggio che diventa più selvatico. Carreggiata che diventa più stretta, scorrimento che obbligatoriamente diviene più frenato. Arriviamo sopra la valle del Reno in pochissimo tempo, scavalliamo verso Pianoro, poi Loiano, Monzuno, Rioveggio, il Torrente Setta, poi di nuovo verso l’alto passando per Monte Sole, poi di nuovo lungo il Reno fino a Marzabotto. Paesaggi che alternano speroni di roccia a picco sul greto di fiumi e torrenti, stradine minute e arzigogolate affiancate da campi e boschi, il muraglione dell’autostrada A1 che lì inizia la sua ascesa nel tratto appenninico verso la Toscana e la temperatura che sale sempre più. Iniziano anche a farsi sentire i primi gorgoglii della fame. Le bussole eletrtoniche dei nostri navigatori sbiellano tanto quanto le moto, che continuano a fare i capricci. C’è un piccolo momento di scoramento e un po’ stizziti dal girare con la pancia vuota c’infiliamo lungo l’ennesima stradina tortuosa, per tornare verso ovest in direzione Trattoria Amelia.

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Qui un piccolo inghippo. Dopo tanto trottare a bassi regimi mi vien di nuovo da galoppare un po’ più svelto. Mi accorgo solo dopo un po’ che mi segue solo uno dei PdP, quello che guida il prodotto della Perfida Albione. Penso di farmi qualche Km a passo allegro e di aspettare più avanti, anche perché ora il caldo si fa sentire e aprire la giacca non basta per il refrigerio: ci vuole un po’ si slego. La strada stretta e tortuosa continua a srotolarsi lungo impervie colline, la cui desolazione è rotta solo di rado da piccoli abitati. Lisciamo così il bivio per la Borra (anche perché non indicato). Ci fermiamo qualche Km più in là all’incrocio con la già percorsa Sp74. Due telefonate, tre messaggi, settanta madonne e via sui nostri passi. Il resto della comitiva è già a tavola e ci attende per ordinare. Di nuovo Lagune, Codivilla, Bottega e Medalena e finalmente eccoci, tutti riuniti alla tanto agognata meta.

Lasagnette, Tagliatelle al ragù, Passatelli Asciutti al Rqagù, Pignoletto, un po’ di Rosso fermo, poi Arrosticini, Filetto al pepe verde e noostante una comitiva supercaotica passiamo due ore che ci ritemprano e riportano il buon umore, che si era dileguato nei morsi della fame. Al secondo caffè, mentre abbiamo già lasciato lo stanzone in stile anni ’50 in cui ci siamo rimpinzati, a favore del cortiletto esterno che da sulla strada, mi viene in mente che fra un’oretta Gianca suonerà allo Scoiattolo da Emiliano. Un po’ mi spiace non andare, ma sono già le quattro del pomeriggio e da qui Piandelagotti, dice il navigatore, si farebbe quasi prima a tornare a casa per risalire in appennino da lì…l’alternativa sono soquante migliaia di curve con almeno tre valli da scavallare e…”chi viene con me?”. C’è chi mi guarda come un matto, c’è chi mi manda a quel paese, chi per gentilezza non lo fa e inventa una scusa, ma pensa che sono un pazzo e devo andare a quel paese, poi c’è chi dice “perché no?” e dopo i saluti di rito partiamo per davvero per andare a quel paese.

Se la mattinata era stata a tratti avventurosa, qui possiamo stare certi che ciò che ci attende non sarà da meno. Partiamo per tornare sulla SP26 e dopo aver ripercorso all’inverso le curve fino a Bortolani, procediamo fino a Tolè. Da lì ancora curve in ampia statale verso Lame, poi appena messo il naso dentro a Zocca, giù in picchiata verso Verrucchia prima, Rosola poi. La strada è a tratti davvero sconnessa, ma il panorama sulla valle del Panaro, davvero suggestiva. Vediamo Ponte Samone e la Fondovalle laggiù e la puntiamo in un lungo traverso nel nulla, ci porta a ricongiungerci con la SP26 poco sopra il guado sul Fiume, proprio in corrispondenza di un tornante. Passiamo sulla sponda sinistra e prendiamo direzione Fanano/Sestola. L’ampia e rettilinea strada ci permette di riposare un po’ gambe, polso e cambio. C’è poco traffico e finalmente inizia a fare meno caldo, ma la strada è ancora tanta.

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Inizialmente lisciamo Via Scoltenna, ma con una rapida inversione la infiliamo, scorrendo proprio a fianco del torrente che lì dove noi svoltiamo per seguirlo, si getta nel Panaro. La valle è ombreggiata e la strada scorre in falsopiano senza troppi arzigogoli. Il fresco del torrente e del bosco dentro al quale viaggiamo rende questo tratto particolarmente gradevole. Ma dura poco: ci aspetta la risalita della SP30. Inizialmente vediamo che c’è la possibilità di tagliare seguendo ancora il torrente, ma la svolta è su una strada talmente piccola che ci trae in inganno e così ci tocca la ventina di tornanti per rientrare sulla SS12 a valle di Lama Mocogno. Qui mi arriva anche una sassata sul naso: partita da dove non so, ma precisa sul naso mi costringe ad uno stop per fermare il sanguinamento.

I nomi delle località montane sono spesso molto simili e così capita di incontrare di nuovo indicazioni per paesi o borgate attraversati in mattinata sul versante bolognese. In realtà si tratta di omonimie, ma il viaggio già lungo e faticoso di suo, pare così divenire concentrico. Ci buttiamo ora sulla SP40 che scorre suggestiva e rapida e ci permette di allungare nuovamente il passo. Il sole inizia a scendere e in lontananza di vedono dei nuvoloni che chiudono la stretta valle che ci fa ritrovare lo Scoltenna, qui tumultuoso torrente che la strada segue in un affascinante e ondulato risalire, fino a Riolunato, prima, Pievepelago poi.

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Pare proprio che ci dica bene e nonostante l’asfalto a tratti umidiccio, che testimonia precipitazioni recenti, pare che il nuvolone ci lasci in pace. Ora, mentre imbocchiamo la SP324 in direzione Passo delle Radici, si apposta proprio sul valico al quale andiamo incontro. Manca ormai poco alla meta e viene voglia di arrivare veloci. L’aria è fresca, ma non fredda e come sempre il tratto che porta fino all’imbrancamento è gradevole. Boschi fitti che inghiottono la tortuosa stradina che attraversa anche il grazioso abitato di Sant’Anna Pelago. Ecco l’incrocio con la SP486R, che scendiamo negli ampi e ripetuti tornanti, per pochi Km, prima di parcheggiare esausti le nostre moto, proprio di fronte a dove fra musica, bimbi, marionette di legno e latta giganti, risate e birre, è in atto la festa a cui puntavamo ben due ore e mezzo e almeno un centinaio di Km di curve, prima.

Amici inaspettati e quindi incontri a sorpresa, che arricchiscono e ripagano dalla tanta strada fatta: un paio di birre e tante chiacchiere. Prima accompagnate dalla fase finale del Concerto di Giancarlo, poi con le grida dei bimbi che si divertono con l’acqua di un torrentello che scorre proprio a fianco dello Scoiattolo a due passi dal “palco”. C’è serenità e allegria. Si sta bene. Peccato avere ancora la pancia piena dal lauto pranzo bolognese, perché le schiacce e le pizze della mamma di Emiliano sono da acquolina. Sto quasi per cedere e per sedermi per godere di una, ma il compagno di avventura mi richiama all’ordine. Sono ormai passate le 19 e l’oscurità incombe. Ci mancano solo una scinquantina di chilometri di curve e almeno una ventina di più agevole, fondovalle del Secchia.

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La lucina della Triumph di Budu, viaggia svelta davanti a me e nei tratti più tortuosi scompare dalla mia vista costringendomi agli abbaglianti. Viaggiare al buio, in montagna, non mi è mai piaciuto moltissimo, ma oggi sono carico di tranquillità e riesco anche a godermela. Scaccio l’ansia e cerco di farmi cullare, con passo spedito, ma senza rischiare. Riccovolto, Cargedolo, Spervara, Sassatella, Lago, Casa Maestri, Pianezzo, Cà del Monte, Vitriola e il Dragone sempre là sotto, invisibile per l’oscurità. Siamo in giro da almeno 12 ore, la stanchezza di fa sentire, ma la compagnia del motore, che romba scoppiettante giù per gli ultimi tornanti prima di Ponte Dolo e poi via, a fare le famigliari curve lungo la strada che sovrasta il Torrente che nasce sopra Civago, e che poco sopra si fonde col Dragone, fino a Cerredolo, dove ci attende la confluenza, per il Dolo con il Secchia, per noi con la fondovalle, che non cambia numerazione rispetto alla SP486R, ma vira decisamente nella tipologia di strada. Il piatto e largo viadotto sul Secchia, fino a Lugo di Baiso, poi il Muraglione e poco prima di Roteglia c’è il solito cambio di temperatura e di odori. La Caveriana è l’ultimo ostacolo e ci offre le ultime curve, prima del drittone finale in corrispondenza di Castellarano, fino alla Veggia e rieccoci a Sassuolo: stanchi morti prendiamo ognuno la strada per casa. Io sono soddisfatto, come se avessi compiuto un impresa. Negli ultimi metri di strada, come sempre, con dispiacere penso che è finita. Poi, poco dopo, sotto la doccia, sorrido a ripercorrere la bellissima e intensa giornata. Mentre mi addormento sul divano, nel tentativo di guardare un film, in realtà il film me lo sto riguardando nella mia mente dove tornano ad affacciarsi i profumi, i colori, i rumori, i sapori e gli incontri. Uno spettacolo. Grazie a tutti quelli che l’hanno vissuta con me e che l’hanno resa così.

 

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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