
Eravamo fermi da un po’, ma non potevamo lasciare gli ascoltatori di “Lei non Sa che Sogno io”, tutta estate senza le magnifiche interviste ai ragazzi dell’Anffas di Sassuolo. Capita così che io e Marcello decidiamo di affrontare quella che a prima vista potrebbe sembrare una sfida impossibile.
Checco ci viene citato ormai dalla prima puntata: tutti i ragazzi passati davanti al nostro microfono dicono che dobbiamo assolutamente chiamare Checco! A Checco pare tutti vogliano un gran bene e pensano che grazie a lui una puntata potrebbe essere una bomba.
Chiedo quindi a Marcello: “ma cosa aspettiamo? Non può? Non vuole? Non riesce?”. Marcello molto semplicemente mi dice che Checco non parla. La sua situazione gl’impedisce di comunicare con la voce…però usa le tavolette per “scrivere” con lo sguardo, mi dice Marcello e emette comunque suoni, che purtroppo non sono parole, ma che lo rendono spesso comprensibile. Marcello mi guarda e mi chiede: “te la senti?”. Io nemmeno ci penso e dico: “beh, cosa siamo qui a fare sennò?!?”.

Checco, che poi si chiama Francesco Menozzi, entra nella sede Anffas mentre io sto ancora finendo di montare l’impianto. Ha una sedia a rotelle particolare, molto grande, azzurra, in cui il suo corpo esile si muove come una scintilla. La vitalità esplode dagli occhi profondi e pieni , dove però si può leggere anche una sorta di timidezza e di timore reverenziale. Non a caso Marcello poco dopo lo apostroferà con il nomignolo “Ordigno”.
Li incrocio, i suoi occhi, poco dopo e mi assorbono. Ci sorridiamo. Il suo sguardo dolce e sorridente mi rilassa e mi fa sentire a mio agio. Mi spiegano che se alza la testa è sì, se la abbassa è no. Poi Marcello si occupa di leggere con il metodo Etran le risposte più complesse attraverso la tavoletta con le lettere.
Passano alcuni minuti prima di iniziare la registrazione e mentre io continuo ad attaccare cavetti e a testare livelli (sì Marcello, il registratore è impostato bene), Checco mette in imbarazzo Marcello, ma questi son fatti loro ed io mi turo le orecchie. È comunque una scena divertente e mi fa subito diventare simpatico Checco. Chiedo se posso avvicinarlo, troviamo la giusta collocazione e iniziamo.

Mi prendo una sgridata perché vado troppo veloce. Parlo troppo veloce e comunico ansia e fretta e così il nostro ospite si sente in dovere di tagliare corto. Ma in realtà è solo che sono abituato così: ma non va bene e provo a rallentare, perché tutto voglio fuorché si pensa io abbia fretta. Siamo qua e non dobbiamo correre da nessuna parte! Il fatto è che Checco è attento a tutto ciò che lo circonda, a come ci muoviamo, a ciò che diciamo, e soprattutto a come lo diciamo. Io non credo di essere stato così attento e concentrato da più di 30 anni. Da quando ero bambino. Non ci siamo più abituati a stare così attenti alle cose e alle persone e me ne rendo conto in maniera lucida, grazie a lui. Mi sento analizzato costantemente, ma no in maniera invadente, anzi. Se è vero che anch’io corro troppo e distrattamente, devo dire che anch’io solo ora posso vantarmi di godere di un’attenzione che nessuno mi offre da secoli: a Checco non sfugge niente, anche se l’emozione gli esce dal corpo in maniera irresistibile sia con grida d’entusiasmo, che con movimenti sprizzanti entusiasmo e le cuffiette non stanno nelle orecchie per più di pochi secondi.
Una vitalità che deve insegnare. Una vitalità da invidiare. Una vitalità pura e cristallina, che non si lascia imprigionare.
Ci racconta del mare, della nonna, di ciò che gli piace, e anche di come si sente a stare sempre sulla carrozzina e a non poter parlare, ma a dover comunicare guardando delle lettere su una tavoletta. Ma non vi rovino la disarmante dolcezza della risposta. Vi prego ascoltate la registrazione.
Grazie Checco! Avevano ragione: dovevi assolutamente venire te dietro a questo microfono, per insegnarci ad andare più piano, a stare più attenti agli altri e a gioire per la nostra vita.
Prima di chiudere saluta mille amici, poi semplicemente e in modo discreto, proprio come era arrivato, va a casa. Si è divertito ci ha detto. Beh, io mi sono divertito, commosso, emozionato e anche un po’ vergognato, ma credo anche di avere imparato qualcosa da una serata così speciale e grazie ad una persona che difficile non pensare come speciale.


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