Ho sempre amato andare a riprendere vecchi film in bianco e nero e soprattutto quelli firmati da grandi del passato di Cinecittà, come ad esempio Dino Risi, che nell’ormai lontanissimo 1962, dirigeva questa commedia dal sapore amaro e dalle fortissime tinte critiche e di monito, impreziosita dall’interpretazione di mostri sacri come Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi.
La storia è molto semplice: siamo nel dopoguerra del primo conflitto mondiale e l’Italia è in ginocchio. La povertà costringe molti ad inventare i più impensabili stratagemmi per tirare a campare e Milano è ben lungi dall’essere quella da bere degli anni ’70/80/90. Operai e braccianti conducono misere esistenze e il tumulto sociale monta sempre più. Lavorare sul malcontento del popolo deluso o addirittura affamato è gioco semplice del neonato Partito Fascista, che soffia sul fuoco con promesse mirabolanti e lusinghiere per le classi meno abbienti.

Domenico (Gassman), sogna solo di vedere lenita la propria fame e s’intruppa nelle camice nere, agognando ad un agiato impiego statale; Umberto (Tognazzi), è solo un contadino alla mercé del dispotismo del cognato Socialista e Antifascista, che quando legge sul programma redatto dalla nuova formazione politica “abolizione dei latifondi e terra ai contadini”, non indugia oltre e nonostante le forti perplessità indossa camicia nera e fez, partendo con l’ex commilitone Domenico alla volta di Roma, dove i camerata del Partito di Mussolini si sono dati appuntamento per ricevere dal Re il potere di guidare il paese, con la manifestazione armata passata alla storia come “La Marcia su Roma”.
Durante il viaggio, rocambolesco e pieno di illuminanti avvenimenti i due protagonisti, spinti nelle braccia del fascismo dalla fame e dall’ignoranza, trovano in più di un’occasione il modo di mettere in discussione la loro adesione al movimento politico. Umberto porta con se un manifesto con i punti programmatici del Partito Fascista, ma mentre il viaggio procede, è costretto a depennare via, via buona parte dell’elenco, dopo aver assistito a ciò che realmente sta dietro le nuove divise. Si arriva così fino alla goccia che fa traboccare il vaso, compiuta da un quasi irriconoscibile Mario Brega, qui nei panni del capo degli squadristi Mercacci, detto Mitraglia.
L’ingenuità svanisce d’un colpo dai visi dei due protagonisti, che una volta di fronte al vero volto dei fascismo, preferiscono togliere la propria di faccia e quindi la propria dignità, dalle grinfie del nuovo regime. Peccato che Vittorio Emanuele III non avesse compiuto con Domenico e Umberto il viaggio di avvicinamento a Roma, perché magari, così, le cose sarebbero andate diversamente.

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