Una puntata di quelle strane. Di quelle che un po’ ti forzi a fare. Per rispetto verso quelli che ti ascoltano, ma onestamente più per te. Che ti meriti di fare ciò che ti piace, anche quando in realtà non ne hai voglia, perché tutto ti sembra un po’ inutile. Ti meriti di non abbandonarti alla deriva, anche se sarebbe più comodo. Parte anche con dei problemi tecnici al microfono, ma pazienza: è il bello della diretta. Le parole fanno fatica a mettersi in fila e sale lo sforzo. Poi arriva un angelo, un’amica: come se lo avesse sentito che avevi bisogno di aiuto e che da solo quella sera non ce la potevi proprio fare. Assieme a lei altri avventori che riescono anche a strappare sorrisi, come sangue dalle rape. La Ragazza del Meteo e Matteo (a sua insaputa), ci portano a parlare tanto di Social e quindi di società. Poi c’è la TRAP e Karl Marx, Peppino Impastato e Rossellini, Ermanno Olmi con Leopardi, il Referendum sul divorzio ed Ettore Scola. Le rubriche e un piccolo respiro nell’apnea.

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COPERTINA
L’insonnia non è stata praticamente mai un mio problema. Ho sempre dormito di brutto anche con le bombe che mi scoppiavano intorno. Forse un sistema di autodifesa per non impazzire. Io non ricordo quasi mai nemmeno i sogni che faccio.
Mi spengo.
Una bella fortuna, lo so, anche se in compenso da sveglio mi macero continuamente, magari anche troppo e probabilmente per questo, a volte, sento proprio il bisogno di dormire, non perché io sia stanco nelle membra, ma solo per scappare dalla veglia: so che lì sono al riparo, almeno per un po’.
Il guaio è quando crolla anche questo vero e proprio nascondiglio e quindi mi capita di appoggiarmi nel letto e le bombe mi esplodono non solo tutt’intorno, ma anche, anzi, soprattutto dentro. Così non dormo che pochi minuti alla volta, per tutta la notte. Minuti solitamente pregni d’incubi che a differenza del solito, al risveglio, mi ricordo perfettamente e le cui immagini iniziano a tormentarti senza sosta davanti agli occhi sbarrati nei rumori della notte. Allora sì che non ho un attimo di respiro dal fragore e dalle schegge che mi colpiscono dolorosamente l’addome e il cranio, dilaniandoli pazientemente, ma con costanza da formica.
Per fortuna queste nottate sono rare, anche se nel recente mi è capitato di doverne contare tante, forse troppe e frequenti. Di solito son periodi. Poi passa…oh, deve passare, altrimenti è un casino!
Anche perché ricordo che un tempo ero solo in casa e non c’era problema se andavo ad accendere la TV per spegnere la tormenta di pensieri. Non disturbavo e non preoccupavo nessuno.
Di solito di notte, a quei tempi, programmavano le immancabili signorine mezze nude che volevano che tu le chiamassi per farti compagnia, repliche di telefilm vecchi come il cucco, lezioni di matematica e poi, a salvarti veramente, c’erano dei programmi in cui venivano intervistati i frequentatori delle discoteche.
Alcuni dei personaggi entravano di diritto nel mito, senza che i like fossero ancora stati inventati, ma la maggior parte delle persone dicevano più o meno sempre le stesse cose.
Stavo lì ad aspettare di essere premiato con uno di questi miti, ma nel frattempo mi dovevo sorbire le stesse lagne da copione.
Alla domanda “che tipo sei?”, ad esempio, quasi tutti usavano gli stessi aggettivi: semplice, sincero, simpatico. Ma il bello arrivava con la domanda “cosa ti da più fastidio?” e qui novantanove su cento rispondevano “L’IPOCRISIA!”. Con la faccia truce poi spesso incrementavano con: “non sopporto chi non è sincero, io ho bisogno che mi si dica la verità”.
Secondo me se m’avessero intervistato lo avrei detto anch’io. Ne sono abbastanza sicuro.
Ora che è meglio se non accendo la TV alle 3 di notte, quando arriva l’insonnia, fisso il soffitto dietro al buio e l’altra notte m’è venuto da ripensare a queste interviste di quindici o vent’anni fa e soprattutto a questa cosa che alle persone non piace l’ipocrisia.
Dentro m’è scattato in automatico, senza rabbia o risentimento alcuno, solo con un sorrisetto amaro un: CHE IPOCRITI!
Sì perché, basta cazzate: in realtà tutti adoriamo l’ipocrisia! Altro che la sincerità!
Nessuno vuole che si sia veramente sinceri con loro.
Certo, lo si vorrebbe solo quando fa comodo, cosa che peraltro non è sempre possibile sapere prima.
Vai mo a sapere te cosa vuole sentirsi dire o meno un altro. Certo, dopo un po’ che si conosce una persona, si può intuire e infatti ci siamo abituati a tenere la bocca chiusa.
E ve lo dice uno che non ha ancora imparato a farlo: chi riesce, è una merda, ma fa solo bene!
Perché lo ripeto: la sincerità non piace a nessuno e ancor meno chi ne fa uso d’abitudine.
L’ipocrisia è invece manna dal cielo.
Per te e per gli altri.
A te salva la socialità, agli altri l’autostima.
Tutti contenti, no?
Certo non lo si può ammettere, che sta male: va contro la maschera che ci siamo messi e che tanto funziona nella nostra società. Sono quei segreti di pulcinella che nessuno ha interesse a scoperchiare! Quelle balle che a forza di dirle, diventano la verità.
Fra l’altro, come diceva Nicola in “C’eravamo tanto amati”: se sono ipocrita come faccio ad ammetterlo?
Quindi, bando alle ciance: continuiamo ipocritamente tutti a far finta di amare la sincerità, che fa figo e fa apparire come persone per bene. Poi nell’intimo possiamo continuare ad adulare e ad invocare l’ipocrisia come bene inalienabile per la nostra stupida, vacua e fittizia felicità d’inconsapevoli. Sovente finti inconsapevoli, perché spesso la sappiamo anche noi la verità, senza bisogno che ce la dicano, ma siamo diventati perfetti anche a mentire a noi stessi.
L’importante è essere felici: a tutti i costi!
Anche solo per finta o quantomeno nei selfie.

LE RUBRICHE
LA RAGAZZA DEL METEO
Nel merito della scelta, ci sarebbe veramente poco da dire. Non t’interessa, anzi, ti annoia, te ne vai. Ok. Non è davvero fondamentale essere su Facebook o su altri Social per vivere, ma è anche vero che non è necessariamente detto che vivere senza sia meglio. Dipende, da te. Solo da te. A me ad esempio i Social piacciono, lo dico spesso, anche se qualche volta devo ammettere che mi annoiano parecchio. Ma non è colpa loro: sono io che non sono ben disposto. Del resto io adoro il gelato al pistacchio, ma non è che ne mangio tonnellate tutti i giorni. Se lo facessi mi stomacherei: e con i Social l’abbuffata è un rischio concreto. Tornando alla critica de La Ragazza del Meteo, beh, si potrà dedurre che non sono d’accordo con la sua visione. Facebook può essere un gioco, ma non lo è necessariamente o magari non lo è in via esclusiva. Io ad esempio sto leggendo un sacco di cose interessanti e intelligenti su Facebook, dove ricordo che si possono scegliere le persone con cui avere a che fare: che sia per giocare o per discutere.
Meteo.
In questa pausa del bar è successo qualcosa, qualcosa che non riguarda nessuno se non me ma ve la voglio raccontare lo stesso perché ha scatenato reazioni particolari e inaspettate.
Dopo breve riflessione e qualche anno di militanza ho chiuso il mio account Facebook.
L’ho fatto per una serie di motivi che non interessano a nessuno, senza preavvisi o comunicazioni varie, a mio parere inutili, ma abbastanza comuni in questi casi, e sento i vostri “ e a noi cosa ce ne frega?!” da qua. Ma la cosa strana è successa dopo, quando usciva l’argomento in un discorso o quando qualcuno mi cercava sulla piattaforma, non trovandomi, mi chiedeva se stavo bene, se ero sicura, come avrei fatto adesso, il come mai di questa scelta.
Ecco, io questo non me lo aspettavo, perché è così strano decidere di lasciare un social network? 
Ho sempre usato Facebook come un gioco e, come spesso capita con i giochi, me ne sono stancata, non ho un’attività da pubblicizzare o prodotti da vendere, sì, non mi serve, alimenta la curiosità morbosa e distorce ulteriormente una realtà già distorta, a mio parere.
Mi sono accorta che per alcuni questa mia uscita dal gioco è stata recepita come un giudizio, una accusa, o qualcosa di simile, un “te ne vai perché è da sfigati usare facebook” lasciando intendere che giudicassi loro sfigati perché continuano ad usarlo.
Beh sì e no. Mi sono sempre sentita sfigata a usare Facebook ma allo stesso tempo capisco cosa rappresenta per molti e perché venga usato, ma non per me.
Io non sarei io se mi servisse Facebook, non sono fatta per certe cose, e io mi devo dare retta, anche perché, come disse qualcuno “da grande voglio essere proprio come me” [cit. Ralph Winchester].
LA RAGAZZA DEL METEO
VINILE IN SPOLVERO

Erano da poco passati gli anni in cui, per i rockettari di Antenna Uno Rockstation, era impensabile ascoltare qualcosa che avesse al proprio interno anche il minimo accenno di cassa dritta. Eppure negli anni ’90 era successo che, non senza liti, discussioni e addirittura vere e proprie “scissioni”, certi suoni non solo fossero sdoganati, ma che per molti arrivassero addirittura a rappresentare la nuova frontiera da esplorare con curiosità e apertura mentale, a discapito di chitarre e del Rock’N’Roll. Naturalmente si prediligevano le cose più strambe e meno orecchiabili, ciò che tutto sommato ricordava il modo di fare musica del punk, della no wave, del pop, del rock: di ciò a cui si era abituati da sempre, almeno a livello strutturale. Questo almeno in principio, anche se il piedino ballerino a forza di dai e dai ha iniziato a battere il tempo dritto per dritto quando trovava sulla propria strada brani infarciti di quel demone che è il Groove. Il Goove non è nella complicazione e negli arabeschi musicali, ma è spesso nella linea pulita di un basso che tira e in percussioni che riprendono il galoppo di un animale libero o un cuore che batte forte. Una voce sfrontata, snob e supponente ad attirarci come una sirena: cosa avrà questa qua da tirarsela tanto. Fatto sta che il disco di Celada, selvatico, diretto, impertinente, entrò nelle orecchie, nel cuore e nelle gambe di molti di noi. Fra noi che avevamo il dovere di far girar dischi nei locali, si sperava sempre che fosse la serata giusta per poterci infilare questa “The Underground”.
SCHEGGE SONEEKE

Uno dei dischi la cui copertina trova posto fra le stampe appese sui muri della Soneek Room: la fonoteca dedicata al nostro Max, nella quale spulciamo virtualmente ad ogni Episodio del Bar Snob. Richard D James, alias Aphex Twin, colpisce per la sua ecletticità e il suo gusto dell’assurdo fin dalla copertina. Gli piace dissacrare, prendere in giro e smontare i finti miti: della musica, ma anche della società. Due tette mozzafiato sparate in faccia, deturpate dal faccione barbuto dell’artista che sostituisce quello originale della modella legittima proprietaria del petto prominente. Una parodia musicale che si rende ancora più esplicita nel video d’accompagnamento al pezzo, ad attaccare con ironia e una buona dose di sarcasmo la deriva che negli anni ’90 aveva spinto forzatamente sul perenne erotico/sessuale il pop e l’Hip Hop, in particolare. Impossibile che a Max sfuggissero le perle di un artista che incarnava probabilmente anche il suo modo di guardare il mondo. Con curiosità, senza rigetto e disprezzo, ma con l’estrema libertà di sfottere chi non si rendeva conto di essere divenuto macchietta e ingranaggio di un patetico macchinario. Windowlicker pare sia termine utilizzato per definire chi ha evidenti limiti mentali, ma anche chi guarda dentro ai negozi o i locali che non si può permettere, sbavando dunque sulla vetrina, invidioso e pronto a tutto per passare dall’altra parte del vetro. L’invidia che porta alla grottesca deturpazione della propria dignità, solo per sentirsi meglio accettati. Il tutto, ovviamente, pubblicato da Warp nell’ormai lontanissimo ultimo scorcio di vecchio millennio.
THE LITTLE R’N’R SWINDLE

Ci sono band che ti passano accanto nel loro momento migliore, quando probabilmente per te è semplicemente passato il momento giusto per gruppi come quelli. Non si può spiegare altrimenti la semi indifferenza che ho sempre portato per band come Shandon, visto che nel mio passato avevo gradito e non poco sonorità poi riprese dalla band italiana. Olly era un autentico mito per le ragazze del Tempo, dove lavorai per molti anni e dove Shandon passarono sovente per proporre live il proprio repertorio ska/punk hardcore e non è che ne fossi invidioso, ma proprio non capivo bene il perché. Così come non capivo bene il motivo di tanto amore per questo gruppo che poco ben figurava, ma pochissimo aggiungeva ad un panorama all’epoca infarcito oltre misura da questo tipo di suoni. Loro erano bravi a suonare, non c’è che dire, ma che i loro dischi lasciassero il segno, mi viene proprio da dire di no. I Rancid italiani? Bah. Forse è solo il solito vecchio brontolone che non sopporta di sentire scimmiottare e cose che ha già sentito quando era (per lui) il momento giusto, visto che poi nel rock, nel pop e affini la reiterazione dei suoni, la ripresa degli stili è continua, costante e fondamentale per la sopravvivenza di un genere che ama ripetersi e riconfermarsi. Poi ogni tanto arriva qualcuno e cambia le carte in tavola, ma non credo fosse il caso di questi Shandon. A mia parziale discolpa, risulta in bella evidenza l’etichetta “promo CD”, che testimonia il fatto che fu un dono e non una mia scelta, a farlo entrare nella mia stanza dei dischi e come si sa “a caval donato non si guarda in bocca”.
A SUA INSAPUTA
Non l’ho fatto apposta, ma in questo episodio le rubriche guardano da varie angolature il rapporto coi Social, in particolare Facebook. Ha ragione Matteo, ciò che rendiamo pubblico non ci appartiene più, diventa, per l’appunto di dominio pubblico. Al di là della multinazionale che ci lucra sopra o meno, il problema è il senso del possesso? Vogliamo essere celebri senza subirne le conseguenze? Botte piena e moglie ubriaca? Forse è vero che se un ragazzo dagli addominali scolpiti va in giro a petto nudo o una ragazza procace con una scollatura generosa nessuno ha il diritto di rompergli le scatole, ma di guardarli sì: non solo se piaci a loro. Facebook è una vetrina che può portare benefici o rotture di scatole. Certo non potrà mai sostituire la bellezza di un bigliettino lasciato di nascosto sulla macchina o un bel bacio dato a sorpresa. Il chilometro zero sarebbe davvero una bella riscoperta, senza togliere che ogni tanto un bel viaggio ci può star bene!
Ricordarsi sempre che facebook non é un vostro spazio. É un luogo virtuale che vi viene dato in prestito, concesso secondo regole che per la maggior parte ignoriamo. Qui nulla ci appartiene, né le cose che scriviamo, né le foto che pubblichiamo, né i rapporti che instauriamo. Tutto può essere cancellato ora, secondo volontà altrui, secondo leggi di mercato molto al di sopra di chiunque. Sentirsi splendide isole quando in realtà qui ognuno rappresenta un granello di sabbia di una immensa spiaggia appartenente ad una spietata multinazionale che controlla e influenza ogni cosa accada nel suo territorio. Essere sé stessi in una piattaforma digitale é un paradosso in cui ognuno di noi si muove in maniera inconsapevole e pericolosa. Conservate gli affetti che potete toccare con mano, stampate le fotografie delle persone amate, scrivete su un foglio le parole d amore, dite a voce le cose che pensate…
Guardatevi attorno e riscoprite il mondo che vi circonda a pochi metri.
Le generazioni future ve ne saranno grate.
Anche questo pensiero in realtà non mi apparterrà piú nel momento che lo leggerete pubblicato.
Notte a tutti
MATTEO PENTA (08 V 2018)
SCALETTA MUSICALE
- HYPOCRISY IS THE GREATEST LUXURY – DISPOSABLE HEROES OF HIPHOPRISY
- SPYING GLASS – HORACE ANDY
- THE UNDERGROUND (ADDICTIVE TRIP MIX) – CELADA (VINILE IN SPOLVERO)
- SKINNY LOVE – BON IVER
- CRY TO ME – BOB MARLEY
- JUST CAN’T GET ENOUGH – DEPECHE MODE
- RAMBLIN’ ON MY MIND – ROBERT JOHNSON
- WINDOWLICKER – APHEX TWIN (SCHEGGE SONEEKE)
- PROBLEMS – SEX PISTOLS
- SEX POWER – JULIE’S HAIRCUT
- INTIMISTO – C.S.I.
- WASHIN’ MACHINE – SHANDON (THE LITTLE R’N’R SWINDLE)


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