Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Bar Snob – Episodio XCV (XXIV-III) – 24 IV 2018

Il Bar Snob apre nonostante il prefestivo e il barista parte da casa convinto di passare una serata in riflessioni personali. Una meditazione solitaria su temi e argomenti che le consuete ricorrenze e i compleanni celebri possono stimolare. Ma non ha ancora aperto ufficialmente che già alla porta bussa una bella sorpresa: Paolo, che almeno una volta l’anno si fa vedere e non manca di rifarsi vivo intorno al 25 aprile. Grazie a lui la serata prende una bellissima piega, nonostante qualche problemuccio tecnico che rende zoppicante la prima parte di programma. Poi a forza di sciappinare (quasi) tutto si sistema e si finisce in una cavalcata densa di considerazioni, rubriche e musica.

cartolina

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COPERTINA

Non credo nella sfortuna, negli oroscopi, negli dei, nel destino segnato a priori e in tutte quelle spiegazioni forzose a situazioni inspiegabili. Ci ho provato, ma purtroppo con me questi artifici non funzionano.

Credo nella paura e nell’ansia, quindi nella necessità per chi ne è soggiogato di trovare un appiglio, a frenare il nauseante senso di deriva e a volte di solitudine in cui spesso gli esseri umani rischiano d’incappare nel corso della propria esistenza.

La scaramanzia, la religione, la stregoneria, sono tutte risposte alla nostra incapacità di accettare l’impotenza di cui siamo pregni, quando non abbiamo l’opportunità di migliorare la nostra condizione; quando non c’è modo di togliersi da situazioni che ci fanno stare male. Un placebo per gli animi scossi e bisognosi di toccare con mano, una speranza a cui aggrapparsi, appunto.

Ma con le speranze non si risolve un bel niente.

Non è la speranza il motore del miglioramento.

Per migliorare bisogna programmare e lavorare.

Se paghi dazio non è sfortuna, è perché hai sbagliato a fare i conti. E ricordati che nei conti devi sempre mettere la voce “imprevisto”.

L’imprevisto può essere un aereo che cade, un’auto che non rispetta lo stop o cose che in effetti dipendono da qualcosa, ma di certo non da noi.

Dall’incontrollabile.

Perché non si può controllare tutto.

Davvero.

E se pensate che invece voi, beh, sì voi che avete tutto sotto controllo, che il futuro è nelle vostre mani, siate padroni del vostro futuro, beh dico che in parte potreste anche avere ragione. Le cose che avvengono oggi hanno le radici piantate nel vostro passato e nelle vostre scelte.

Avvengono perché una serie di circostanze hanno propiziato una certa condizione.

Se avete organizzato bene, lavorato sodo e vi siete applicati, molto probabilmente ne raccoglierete i frutti.

In parte dicevo, perché, beh questo funziona sempre che non siate su un aereo che per un difetto di fabbricazione di uno ziglore qualsiasi, è destinato a stamparsi a terra con tutto ciò che ha dentro, tipo voi.

Attenzione, questa non è sfortuna.

Si chiama caso.

Io non credo nella sfortuna, ma nel caso, sì.

La sfortuna è colpevole, il caso è inconsapevole.

La sfortuna sazia il giustizialista che è in noi, il caso lascia senza soggetto contro cui recriminare, senza imputato: senza il capro espiatorio, in questo caso la sfortuna o addirittura ciò o colui che porta sfortuna.

Anche se per sedare lo smarrimento fa comodo pensarlo, nel mondo non c’è niente di scritto, ma un sacco di casualità.

Se vi piace chiamarlo destino o volontà divina non posso impedirvelo, ma io penso che sia un po’ come dare una forma umanoide agli extraterrestri: dobbiamo aiutare la mente ad accettare l’imprevisto e non possiamo fare a meno di dargli un profilo riconoscibile, per rendercelo comprensibile. Traduciamo a nostra immagine e somiglianza ciò che, questo no, non possiamo controllare.

Il caso.

Questo sì che fa paura.

Non intendo il caso, che è vero anche quello se ci pensi fa abbastanza paura, ma uno non può mica vivere tutta la vita spaventato da ciò che per caso può accadergli: chi lo fa vive proprio male; io mi riferivo a chi pretende di controllarlo, il caso e ancora di più a chi con preghiere, formule, o semplice presunzione è assolutamente convinto di poterlo governare.

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LE RUBRICHE

LA RAGAZZA DEL METEO

meteoSe c’è una cosa che non riesco proprio ad ignorare, è quando una persona fa un errore, e facendoglielo notare ti risponde che “sì, hai ragione, però…”. Però un cazzo mi viene da rispondere in automatico e qualche volta m’è anche sfuggito fra i denti. Perché se hai sbagliato, non ci sono però. Rimedia, chiedi scusa e non cercare di spostare l’attenzione sul modo in cui te l’ho detto, per sfuggire. Non importa quante pagine di Google hai aperto e imparato ad oca, non importa quanto tu ti sia svegliato storto: rischi sempre di trovare qualcuno che non s’intimorisce di fronte alla tua inventiva minacciosa e che al contrario ha una gran voglia di farla pagare a quelli come te. Occhio, che questa volta io e La Ragazza del Meteo siamo completamente d’accordo: e non è un buon segno…voi che ne dite?

Meteo.

Ci vuole della calma, per perderla.
Ho smesso di contare le reazioni esagerate ingiustificate, gente che, in una qualunque situazione, come percepisce di non essere più il primo della fila parte con scenate alla “lei non sa chi sono io”, e, sinceramente, nessuno lo sa chi siete, e a nessuno interessa.
Oggi, qualunque cosa accada, la gente ti minaccia di cause e denunce perché tu, superandolo alla cassa del supermercato, hai leso i suoi diritti, tutti laureati in legge su Google a quanto pare. Chiunque, ogni volta che si muove, con la propria libertà rischia di andare a limitare la libertà degli altri, è un dato di fatto, io mi prendo una libertà quindi a qualcuno bisogna che ne tolga un po’, è un equilibrio precario su cui si basa il vivere civile.
IMG_4204Quando ci si scontra per questo dai-e-prendi di libertà la prima reazione dovrebbe essere fare un passo indietro, alzare le mani, ammettere di essersi allargati e chiedere scusa. E invece no, io ti salto alla gola prima che tu possa realizzare cosa sta succedendo, minacciando atti legali con le parole più difficili che trovo, sperando che la mia laurea su Google sia più grossa della tua. Poi, se sei fortunato, trovi qualcuno che ride, se invece trovi qualcuno con uno scarso senso dell’umorismo su Google rischi di finirci tu, in mezzo alle notizie di cronaca, perché come disse qualcuno, “ne ferisce più la lingua che la spada, ma dipende dalla spada”.

LA RAGAZZA DEL METEO

VINILE IN SPOLVERO

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Missy Elliott “Sock it 2 me (Featuring Da Brat)  12”

Un problemino tecnico questa sera c’impedisce di realizzare in pieno lo scopo della nostra rubrica, che non è solo un modo per riascoltare vecchi brani o remix, versioni particolari, b-side altrimenti confinati nei pressi dell’oblio: far girare il vinile sul piatto e godersi oltre che le note, anche gli scricchiolii e i crepitii del vinile. Sarà un po’ esagerato, ma a me piace proprio l’idea di usare gli oggetti anziché metterli a languire. Alla fine il vinile gira, ma il suono esce da spotify e questa volta ci fa riprendere una delle Signore dell’Hip Hop. Io non sono certo un grande esperto, ma personalmente mi verrebbe da dire LA signora dell’Hip Hop. Negli anni ’90 il Rap era una cosa da maschiacci: catenoni, pistole, si parla di auto, donne e Rap fa un po’ rima con Gangster. Missy spariglia le carte e, forse anche grazie ad un aspetto non certo nei canoni del Sexy, s’impone con grinta e col piglio giusto. La voce è meravigliosa, la personalità spacca e le idee ci sono. C’è anche la capacità di azzeccare brani destinati a entrare ai piani alti delle classifiche di vendita. Missy merita rispetto, ma soprattutto almeno ogni tanto, un ascolto.

SCHEGGE SONEEKE

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U.N.K.L.E. “Psyence Fiction” LP Doppio (Mo Wax, 1998)

Ci sono dischi epocali, che segnano e che rimangono impressi nella mente di molti di noi. Nella mia di certo. Personaggi che entrano in stato di grazia e che nel giro di pochi anni riescono ad esprimere momenti artistici che poi si dimostreranno inarrivabili anche per sé stessi, da lì in avanti. Questo caso si sposa in maniera pressoché perfetta con la figura di Joshua Paul Davis in arte Dj Shadow. L’autore di Endtroducing è il cuore pulsante anche del disco che questa sera siamo andati a scovare dagli scaffali della Soneek Room di Casa Corsini a Spezzano. Non ce ne voglia James Lavelle, ma in “Psyence Fiction” la mano di Shadow è così esplicita e determinante da portare a pensare che senza la sua presenza nel progetto U.N.K.L.E., non staremmo parlando di un capolavoro, cosa che a mio giudizio è questo disco. Un disco potentissimo e spesso impreziosito da collaborazioni con personaggi in auge proprio nel periodo dell’uscita, come Tom Yorke, Ian Brown e Richard Ashcroft, giusto per citare le collaborazioni che anche ai tempi dell’uscita venivano viste come le più prestigiose, fra le varie. Era la fine dell’estate del 1998 e la gloriosa Mo Wax, capitanata proprio da Mr. Lavelle, licenziava un disco suggestivo, carico di atmosfere dense e capaci di appiccicartisi addosso e di penetrarti nel subconscio fino a lasciare una traccia indelebile nell’anima. L’ascolto estratto durante il programma va a riprendere uno dei momenti più suggestivi: una lunga cavalcata emozionale, dalle tinte malinconiche in cui spicca come grande protagonista e perno fondamentale la voce dell’ormai ex voce di Verve, ovvero il già citato Richard Ashcroft. 

THE LITTLE R’N’R SWINDLE

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Supertramp “Free as a bird” LP (A&M, 1987)

Questa volta andiamo nel passato e infatti troviamo il modo di far girare un altro vinile. Fine anni ’80 per l’uscita, direi non oltre l’inizio degli anni ’90 per il mio acquisto. Però non ricordo benissimo quando avvenne e sopratutto il perché. Posso immaginare che ci fosse il desiderio di scoprire nuovi suoni e nuovi nomi, soprattutto quello di band considerate spesso fra quelle “importanti” del panorama rock più tradizionale, classico. E penso che Supertramp fossero per me annoverabili all’interno di questa categoria. Suppongo di aver trovato questo vinile in una delle mie battute di caccia alle aste fallimentari (dove compravi a prezzi bassissimi, ma se non arrivavi subito ti rimaneva poco di buono da accaparrarti), o forse nei mercatini dell’usato. La copertina è la cosa più simpatica, con la sagoma dell’uccellino ritagliata e a lasciare il foro sagomato. Il disco non lo facevo girare da anni. Ebbe di certo un merito (chissà se è poi così sul serio): smisi di perdere tempo con band che tutti consideravano fondamentali e mi addentrai sempre più in ascolti anticonvenzionali e fuori dal circuito più blasonato. Smisi soprattutto con Supertramp e magari mi perdo anche cose belle, ma come si fa a sentire tutto?

A SUA INSAPUTA

thumb_434.jpgI nostri quartieri erano delle comunità e al di là del nome ufficiale che la toponomastica aveva fissato nelle mappe comunali, potevano guadagnarsi un soprannome che era decisamente più identificativo, rispetto proprio alla nomenclatura istituzionale. Il Serpentone, la Mecca o come nel racconto di Francesca, il Cremlino. Erano posti che nel nome racchiudevano l’essenza della comunità che contenevano. Comunità che si riconoscevano spesso in luoghi comuni e caratteristiche peculiari. Spesso simili a Carpi, come Sassuolo, più di quanto sarebbero mai disposti ad ammettere. Umanità e condivisione, oltre ad una dose di spensierata libertà: sopratutto autonomia per i bambini. Un mondo che va via, via scomparendo e che a chi come me (e come Francesca, che non conosco, ma nell’esperienza qui raccontata, nella quale mi ritrovo enormemente), l’ha vissuta direttamente non può che rimpiangere. Il mio quartiere era probabilmente più pericoloso quando io ero bambino: ora ci sono i Carabinieri dove ai “miei tempi”, c’era il cancello di un’immensa fabbrica di piastrelle (la Ceramica Edilcarani), rigurgitante camion, auto e motorini ad ogni ora (anche della notte); ma ora guai uscire dal cancello di casa (ieri mi sono riscoperto a chiedere a mia figlia di starci lontano al cancello…che coglione…ma penso che lo rifarò). Siamo spaventati e influenzati e cospargiamo il mondo di campane di vetro, da cui qualcuno faticherà poi ad uscire. Non vorrei farla troppo semplice, ma non basterebbe ricordarsi come stavamo bene noi, per permettere lo stesso ai nostri bambini? 

“Abito al “Cremlino”.

Così chiamavano il mio quartiere negli anni in cui mio nonno comprò la casa.

Sono quattro palazzoni rosso sbiadito, costruiti a fine ’60, di cemento armato, vertiginosi, dall’architettura filo sovietica per l’appunto.

Io, qui, ci sto bene.

Nel mio palazzo siamo 24 famiglie, molti ormai anziani, sono ancora gli stessi che avevano comprato casa quando la comprarono i miei nonni; immagino che un tempo fossero tutte famiglie nel fiore dell’età, con bambini piccoli, ora alcuni di loro sono rimasti soli, altri, invece, ancora in gamba, glorificano la pensione ciappinnando nei garage e portando a spasso i nipoti.

Qui si respira ancora quell’aria di comunità emiliana e si avverte un po’ ovunque, lungo i pianerottoli, nelle battute in dialetto dei vicini e negli odori di arrosti domenicali lungo le scale. È un po’ quella fauna umanitaria di gente che serviva alle feste di partito, quando c’erano ancora le feste di partito.

Anche per questo, a parer mio, questa parte di Carpi, che si trova nascosta tra gli alberi della tangenziale e sfianca fino a via Peruzzi, sta bene chiamarla ancora “Cremlino”.

Stamattina mi sono fatta una passeggiata lenta e vuota qui giù e ho potuto constatare più cose.

C’è una vastità di verde, qui intorno, da fare impallidire un’oasi protetta del WWF, partendo dall’area boscata incolta e arruffata che si affaccia sulle piscine, fino ad arrivare a quella vicino al cimitero. E in mezzo ci trovi almeno cinque parchi, con panchine, stradine, passaggi, qualche area attrezzata per i bambini, l’asilo, gli orti, il liceo e la stazione delle corriere (territorio western, teatro di avventurosi gialli urbani e furti notturni). È tutto chiuso al traffico, è tutto pedonale.

Che se solo i bambini fossero liberi, come lo erano i bambini di qualche decennio fa, di andare, esplorare, costruire, arrampicarsi, nascondersi, cercar passaggi, suonare campanelli per chiamare gli amici di quartiere, uscire alle quattro e rincasare per cena; e che se solo i genitori fossero liberi, come lo erano i genitori di qualche decennio fa, dalle notizie ansiogene dei Tg e dall’ onnipresenza nelle vite, nei pomeriggi e nelle attività dei figli, bè, qui ci sarebbero scenari, contesti e ambientazioni  atte a rendere memorabili più e più infanzie. Contaminazioni per l’incipit di vite felici. Roba buona, insomma.

Pensavo, camminando, che se fossi stata bambina in questo quartiere, avrei sicuramente vissuto l’area boscata come il confine oscuro tra il conosciuto quotidiano e cittadino e la meraviglia della selvatichezza. Ci avrei perso pomeriggi a costruire rifugi e a tentare imprese proibite, tra l’erba incolta.

Avrei pattinato in lungo e largo per le stradine chiuse al traffico, fino a far sanguinar le ginocchia. Preso parte a bande teppiste in monopattino e organizzato bancarelle di giochi usati e tornei di ogni cosa. Avrei spiato attaccata alla rete le adolescenze dei ragazzi del liceo, fantasticando sul futuro, e guardato con malinconia, al di là della rete della scuola materna (che poi, quando ero ragazzina io, non è che avessi tutta sta gran voglia di crescere), per poi mangiarmi un gelato agli orti, tra le battute ripetitive degli anziani.

Mi sarei fatta un’idea dell’intero ciclo della vita, nel giro di trecento metri urbani, senza bisogno di troppe spiegazioni, naturalmente, tra la noia vagabonda dei pomeriggi assolati d’estate.

Invece, ahimè, stamattina mi è venuta un po’ di tristezza, per svariati motivi.

Primo, una questione di ecosistema emiliano: perché qui, al Cremlino, fra un mese sarà tutto possesso delle zanzare, l’area boscata, gli orti, i cespugli, le panchine e quant’altro. E non è una lamentela dettata dal poco spirito di adattamento, è proprio una questione di vita o di morte. Se tu esci, diventi la loro carcassa, nell’immediato. Proprio una roba da tortura esecutiva. E se hai un po’ di sentimento di salvaguardia della specie e della prole,  sei costretto ad emigrare  verso altre zone e altri posti, più tristi ma, cutaneamente parlando, più vivibili.

Secondo: qui di bambini ce ne sono pochissimi, se uno considera quanti appartamenti popolano i palazzoni di questo quartiere. O forse i bambini ci sono, ma vengono tenuti ben nascosti, riparati, salvaguardati bene dai temibili mostri  che potrebbero nascondersi e fuoriuscire all’improvviso dalle aree boscate.

Quindi, anche tentare di far, fra qualche anno, la mamma spanizza che lascia la prole vagabondare sola qui giù nel quartiere, produrrebbe comunque un quadro d’infanzia assai infelice e solitario, una reale tristezza post unione sovietica.

Terzo: c’è tutta una nuova moda e mania tipicamente carpigiana di edificare le poche aree verdi rimaste, con quartieri stile Truman show, con case carine, giardinetti carini con erba tagliata carina, abitate da famigliole carine, con bambini carini, tanti tanti bambini, con barbecue accesi la domenica a pranzo e, d’estate, solo qualche sciame qua e là di zanzare carine, non assassine come quelle che abbiamo qui al Cremlino( qui sono cinica ma poi, alla fine, in quei quartieri carini lì, piacerebbe abitarci anche a me).

Allora, io mi sono detta che ci vorrebbe poi poco perché il Cremlino tornasse carino:

-Qualche famiglia giuovine che scegliesse appartamenti economici in palazzi dall’architettura filo sovietica, senza barcamenarsi in mutui fino all’anzianità per comprare casa nei quartieri carini stile Truman show; -qualche genitore che rinunciasse all’onnipresenza e al controllo assoluto sui figli e provasse a dar fiducia all’infanzia, lasciando i bambini liberi di fare, brigare e suonare ai campanelli per chiamare a giocare altri figli di genitori disposti a rinunciare all’onnipresenza e al controllo e blablabla; -la clemenza del comune di Carpi, che facesse ripetute disinfestazioni in questo patrimonio di verde cittadino, che lo rendesse praticabile allo sport e alle passeggiate nella natura e, magari, dirottasse anche qui qualche evento serale estivo o qualche manifestazione sportiva.

Poi, insomma, il giovedì agli orti friggono il gnocco.

E già questo basta per convincerti che, tutto sommato, valga ancora la pena abitare al ‘Cremlino’ “

Francesca Magnani (19 IV 2018)

SCALETTA MUSICALE

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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