Ad un certo punto, mentre Lucio smanettava sul mixer di fronte a noi ed avevamo già riesumato i primi racconti, lo sentivo proprio quel mix di odori che ti investiva dopo aver salito le buie ed umide scale del rustico immerso nella campagna fra Sassuolo e Magreta ed una volta aperta la porta che dava sulla saletta che era sia studio, che sala d’accoglienza di Radio Spazio (storia che già provai a raccontare in un vecchio post, che trovare qui)
Muffa e fumo: lo stantio del lozzo, che per me rimarrà a vita l’odore della radio. Pensate che sia una sensazione sgradevole? Vi sbagliate! Perché la passione per la radio, la mia passione per la radio, non profuma di sogni, ma dell’odore del cartone delle copertine e delle decine di sigarette consumate fra un intervento e l’altro, mentre i tuoi pezzi girano in etere, catapultati dal vinile che ruota impolverato, lì a pochi centimetri, sulla tua destra. L’odore non passa nell’etere e dall’altra parte arrivano solo i suoni ai quali chi ascolta, accosterà i propri di odori; quelli della propria casa (ragù, shampoo?) o della propria auto (sesso, Arbre Magique?). Ogni canzone, ogni giorno ha probabilmente il suo, diverso per ognuno di noi. Magari quello della ragazza con cui si sta pomiciando in auto, mentre tu parli dei Clash o fai girare un pezzo dei C.C.C.P. . L’odore della radio era, però, sempre quello e per quanto tremendo fosse, per me è il suo e quindi quello della scoperta, del fascino del non sapere chi c’è di là e a volte anche se qualcuno è di là. L’odore di un’idea romantica che non si spegne e che non va spenta, perché la radio è più della musica. È un modo di vivere la vita con calma. Dandosi il tempo di ascoltare. Musica, idee, proposte e stronzate. La radio va ascoltata, non sentita. La magia è che lo puoi fare mentre lavori, lavi i piatti, fai l’amore, ozi, rifletti o piangi. Una compagnia che aggiunge calore, conforto, compagnia anche quando ti pare di essere irrimediabilmente solo.
Io Tu e la Radio. Una serata che mi ha lasciato questi pensieri, oltre a riesumare quegli odori dalla mia memoria.
Stare assieme a Lucio è un piacere, anche solo per due chiacchiere mentre si prende un caffè. Ne sa una più del diavolo e gli piace raccontarlo. La serata non è altro che una trasmissione radiofonica a due, ma anziché andare on air si limita alla platea di amici, conoscenti e curiosi che ci ascoltano a pochi passi, nell’accogliente saletta in penombra del Salotto Regina di Sassuolo. Non è probabilmente molto differente da ciò che capitava con le radio in cui abbiamo iniziato, che “tiravano”, forse al paese di fianco a quello della soffitta in cui ci si arroccava per far volare idee all’aria. Solo che qui gli odori sono gli stessi per tutti, anche se non mi è possibile sapere quale tornasse in mente a Lucio o a chi ci era di fronte, mentre si parlava e si scavava nella memoria.
Ci sono canzoni che mi hanno segnato. Troppo difficile per me sceglierne solo 5. Ma si sta giocando. La radio è un gioco. Un gioco serio, ma che non deve diventare serioso. Bisogna stare attenti a ciò che si dice, perché potrebbe far danni. Magari anche solo a te stesso. Ma se non hai paura di farti vedere dentro, la radio è la via più veloce. Anche attraverso la musica. Nessuno sapeva chi eri. Dovevano immaginarti attraverso gli indizi che davi. La tua voce, le tue idee, le tue canzoni. Adesso i social e la tecnologia l’han tolto quell’alone di mistero. È un po’ un peccato. Ma si sa, il progresso.
Ah, le canzoni: le cave di Carrara con Hope Sandoval che pizzica i neuroni sconquassati dalla vista del bianco, del cielo stellato e dal vino; i Beastie Boys che mi ricordano che dalla radio si usciva per portare la musica fra il sudore e gli ormoni delle piste da ballo; Johs Wink che mi ricorda quanto sono stato fortunato a conoscere Max: prima attraverso la radio, poi anche di persona…e quanto sia orrendo averlo perso così presto; La Bamba rifatta dai Los Lobos e il 45 giri che ho rincorso, scassando le palle a quelli del Blue Note perché me lo trovassero ed io lo potessi pagare con la mia paghetta…poi ho perso, chissà dove; 50 Special, che è brutta, ma io le voglio davvero molto bene. Avevo scelto anche altre canzoni, ma non ci sono state: magari la prossima.
Le eterne dispute fra le varie emittenti e Van Morrison che fa a pugni con I Beastie Boys a seconda della rotonda a cui eri, gironzolando per Piastrella Valley, insomma in questo pezzo di Emilia, che non si rassegnava in toto a sognare l’America e a mettersi in fila per scroccare la benevolenza di un PR giusto, nel locale giusto, con la gente giusta. Il giusto non importava: importava sentirsi bene e a volte lo facevi con la poesia e la vellutata, accogliente e rotonda pacatezza di K-Rock o Mondoradio, altre volte serviva l’urgenza e la sfrontatezza di Antenna Uno Rock Station. Siamo stati fortunati a non vivere nella provinciale Milano, ma nella pretenziosa emilia. Almeno da questo punto di vista. Sarebbe bello ritornare a dare importanza più al sentirsi bene che a fare la cosa giusta, per essere un giusto. C’è chi non ha smesso, ma l’impressione è che si sia ormai in una riserva indiana. La tanta gente di ieri sera un po’ smentisce questa idea, ma mai abbassare la guardia!
Il Koxò, le selezioni per i Dj affermati, poi “Should I Stay or Should I go” a partire con la tua spinta e Iggy Pop a sverginarti e a catapultarti dove non è più possibile uscire. L’Oasis, il Tempo, il Corallo e le decine di locali che adesso mi tornano in mente, con le bariste a cui cercavi di essere simpatico, se non per un bacio, almeno per una birra in più. Tenetemi solo lontano dalle orecchie i Genesis! Perché? Non me lo ricordo più. Non toglietemi i punti fermi. Non è che si può sempre spiegare tutto! Delle cose van prese così, come sono e farsi poche domande: sennò s’impazzisce.
La serata mi pare volare via e non so se sia più giusto limitarmi ad ascoltare Lucio o come previsto metterci del mio. Le persone presenti piano, piano si fanno coraggio ed iniziano ad interagire: commentano e si fanno spazio, reclamando pezzettini dei ricordi di cui fanno parte anche loro e che emergono dai nostri racconti. Magari non lo si sapeva nemmeno di essere stati nello stesso posto e alla stessa serata, o di aver vissuto seppur con punti d’osservazione differenti lo stesso mondo. Ma è evidente: le storie non sono solo nostre, ma anche di chi le ha viste coi propri occhi, ovviamente da una prospettiva differente.
Alla fine mi chiedo se avesse avuto senso buttare ricordi così alla rinfusa, tralasciarne altri, raccontare pezzi di esperienza saltando qua e là, senza un racconto lineare, ma solo pescando nel Basket Case che è la memoria di chi come noi ha avuto la fortuna e a volte anche la bravura di ritagliarsi un posto all’interno del magico mondo delle radio: qualcuno mi dice che ci avrebbe ascoltato per ore, altri che non sapevano che ero arrivato lì così, qualcuno scappa, forse annoiato e deluso o solo perché ha altro da fare. C’era anche chi faceva capolino per un attimo, poi se ne andava, altri che guardavano fisso il bicchiere, i miei bimbi che mi guardavano come fossi una star.
Questa mattina mi arriva questo messaggio di Lucio: – Dobbiamo riprendere a parlare e a raccontare, dobbiamo riconquistare i posti, anche quelli che sembrano distanti da noi, dobbiamo ricominciare a “sceglierci” per poter dire con convinzione che tutto abbiamo fatto per crescere i nostri figli tra persone migliori.
Alla faccia di chi pensava che noi della radio fossimo solo dei perditempo, sognatori fannulloni, addirittura drogati (semicit.). Che anche se qualcuno insiste a dire che con la cultura non si mangia, quella permette di creare una società migliore. E la radio è un sogno per noi romantici, ma è anche un modo di fare cultura, di parlare e raccontare storie. Entra ovunque e la si può usare come ariete per sfondare il portone dell’omologazione, anche se sono ormai più quelli che l’hanno resa traditrice del suo potenziale, asservendola proprio alla standardizzazione e alla volgarizzazione del racconto e dell’intrattenimento. Ci sono tanti modi per rendere il mondo un posto più bello e la radio è quello che io e Lucio abbiamo scelto, assieme a tanti amici e compagni di viaggio che anche questa sera hanno trovato la citazione e il ricordo.
Io ricordo che c’era chi veniva in radio anche solo per viverla, senza farla: perché oltre che ad un segnale da catturare con le capriole delle antenne e delle rotelline della sintonia, le radio in cui sono passato erano luoghi fisici in cui incontrarsi, parlare, confrontarsi e spendere pezzi di sogno individuale, per crearne uno collettivo e forse, nel solco dell’unione fa la forza, realizzabile. Sono tante le storie, rimaste indietro e con esse oltre ai ricordi, anche le riflessioni, che ora guidano ancora la passione dietro un microfono o ad organizzare incontri come questo. Mirco del Salotto ha capito il potenziale dei racconti e dell’incontro, dello scardinare l’anonimato della rete a favore del vis a vis e non certo solo per vendere due birre in più. Anche a lui va fatto un grande ringraziamento per questa opportunità. Chissà se avremo ancora modo di parlare di radio o di altro alla maniera della radio, perché a me piace pensare che quella di ieri sia stata solo la prima di una serie di occasioni in cui raccontare, raccontarsi, per poi ispirare, immaginare e dunque progettare luoghi in cui crescere i nostri figli fra persone migliori. Che non è stata una serata nostalgia, ma di riscoperta.
Siate disponibili a riscoprire, ciò che il passato non ha esaurito ed ha ancora molto da dare. Come la radio, che nonostante tutto, continua a vivere e a far sognare.


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