
Nell’ultimo periodo mi sono tenuto alla larga dall’esternare il mio pensiero sugli accadimenti che a livello nazionale stanno incendiando una campagna elettorale grottesca e violenta. Da mesi avevo deciso di limitarmi, in maniera quasi tecnica all’impegno sulla mia città, usando al meglio l’opportunità di sedere in Consiglio Comunale per concentrarmi su alcuni temi a me cari, senza disperdere energie in un deserto che mi vedeva ormai politicamente esule e alla deriva. Non farsi distrarre dalle diatribe puerili e folli che hanno sfasciato politica e società in questi anni, mi pareva la maniera più intelligente per rendere onore al mio ruolo e al mio impegno.
A posteriori devo ammettere che mi sbagliavo nel pensare che sarei potuto arrivare alla fine di questo mandato (che scadrà fra poco più di un anno), senza dovermi esprimere su tematiche nelle quali onestamente non vedo modo di incidere pragmaticamente, anche perché, per l’appunto, orfano di un contenitore politico in cui ricevere considerazione e quindi eventuale appoggio. No: non è possibile per me continuare a far finta di non vedere certe situazioni.
Fra l’altro alcuni amici e conoscenti, mi hanno fatto capire che nonostante ciò che dico e che faccio sia in Consiglio Comunale, che attraverso le mie esternazioni pubbliche, la mia posizione rimane quantomeno ambigua. Inizialmente, in modo anche un po’ supponente, snobbavo questo elemento e alzavo le spalle in nome del pragmatismo e della responsabilità. Chi mi conosce sa che mediamente non ho mai avuto peli sulla lingua e pensavo sinceramente non fosse necessario formalizzare in maniera brutale una posizione simbolica. Mi pare giunto il momento di ammettere che sbagliavo, perché per molti amici e conoscenti, non certo detrattori, io sono ancora uno che rientra a pieno titolo in “voi del PD”.
Cosa c’è di male?
C’è di male che questa definizione mi strania sempre più ed è arrivata nel recente a ferirmi e infastidirmi! Perché non mi riconosco come uno dell’attuale PD. Semplice.
Forse vale però la pena ripercorrere nei capitoli principali la mia storia politica recente, quindi dalla mia candidatura del 2014 per le amministrative sassolesi. Succede che vengo inserito come indipendente nella lista del PD. Esprimo molte riserve, a volte critiche nette e prese di distanza radicali sulle linee dettate dal PD nazionale. Questo accade già nei colloqui con l’allora Segretario Cittadino e la dirigenza che di fatto “mi tira dentro” e non mi risparmio su questo nemmeno in campagna elettorale. Perché ho accettato? Semplicemente perché mi pareva che il programma e la struttura cittadina del PD permettessero di portare avanti alcune delle istanze a me care, almeno sul locale. e perché credo nei Partiti. Ripensando ad allora le condizioni c’erano tutte: almeno sulla carta. Sono venute meno strada facendo e i cambiamenti del PD non ve li devo raccontare io: ci sono scissioni, abbandoni e mal di pancia in ogni cantone a testimoniare questa virata. Comunque, a sorpresa, anche per me, vengo eletto e mi trovo a sedere (non a caso), nell’ultimo banco a sinistra della sala consiliare.
Mosso da entusiasmo e fiducioso dell’ambiente apparentemente molto rinnovato, che vive intorno alla mia prima esperienza politica istituzionale, penso che stare “a mezza bigogna” possa essere scorretto. Rimanere indipendente in una struttura organizzata mi suona come un piccolo ricatto verso i miei compagni di avventura politica, ai quali desidero dare fiducia. Decido, seppur mantenendo intatte molte riserve nei confronti del progetto nazionale, di partecipare alla vita del partito che mi ha accolto nella propria lista e nel proprio Gruppo Consiliare. Per la prima volta in vita mia sottoscrivo così la tessera di un partito politico. Ci provo e mi metto a disposizione. Questo mi procura critiche, perché accetto di stare al mio posto e di lavare i panni sporchi in in casa, ingoiando rospi a ripetizione, sempre con lo spirito di evitare di danneggiare un lavoro di squadra che piano, piano, in realtà mostra i propri limiti. Perché squadra non è! Mi ritrovo pedina in un gioco al massacro e sempre più solo. Di fatto sono fuori dai giochi dopo circa un anno e mezzo. Ci sono vari episodi in cui questo emerge: se v’interessa possiamo aprire un capitolo a parte, ma ora non siam qui per piangere e recriminare, solo per spiegare. Passano circa tre anni in cui vedo che le argomentazioni per me prioritarie (laicità, mobilità sostenibile, scuola pubblica, lotta alle diseguaglianze, cultura e associazionismo, giusto per stare su titoli base), prendono troppo spesso, anche a livello locale, una piega opposta a quella definibile di sinistra e/o progressista. Non mi resta che ammettere che per me quello non è più il luogo giusto. Insistono in parecchi a dire il contrario, ma per gente come me, per gente di sinistra e che non ha problemi a definirsi tale, non c’è posto in quel contesto, che alla faccia delle etichette con cui si autoincorona, di sinistra ha ormai solo i ritratti alle pareti nelle sedi ereditate dalla storia di cui il PD è in parte figlio. Il PD è un rispettabile partito popolare, moderato, a forte vocazione cattolica e a tratti liberista. No non fa per me: non rinnovo più la tessera e non partecipo più ai lavori del Partito, anche perché questo lavora solo in occasione di consultazioni elettorali e almeno sul nostro territorio, rinuncia totalmente a fare politica, arroccandosi attorno alle scelte dell’Amministrazione Comunale, che arrivano spesso confezionate e ormai indiscutibili. Continui out-out e per il resto disinteresse puro.
Arriviamo agli ultimi mesi, quando di fronte ad uno strappo politico ormai inevitabile, in maniera anche poco elegante e in alcuni casi un po’ subdola, mi viene “suggerito” di valutare un’uscita dal Gruppo Consiliare “se non ci stai più bene è un’ipotesi, no?”: come se fossi io ad aver cambiato le carte in tavola. Penso però che non sia giusto regalarla così: se non sono più ben accetto, me lo devono dire. Sapevano chi ero, dico le stesse cose di quando decisero di chiedermi (ribadisco CHIEDERMI) di candidarmi per dare ampiezza alla proposta del Partito, anche in settori della società civile scoperti dai candidati emersi dall’interno dello stesso; giusto per usare più o meno le parole con cui venni “sedotto” e convinto a dare la mia disponibilità, che si è poi tradotta in impegno sempre al massimo delle mie possibilità, spesso a discapito di importanti lati della vita personale. Ma fu una mia scelta e non la rimpiango, anzi. Pur pagando il prezzo dei tanti errori e della mia inesperienza/ingenuità sono davvero felice di aver scelto di tentare in tutti i modi di confrontarmi con un mondo in cui ho voluto credere, ma che non ha voglia di confrontarsi con quelli di sinistra, come me. Certo, quello lo si può fare per il tempo di un caffè e di salamelecchi di cortesia, di spiattellare definizioni politiche retoriche, quanto vuote nel momento in cui non supportate da una reale predisposizione mentale, di visione e diciamocelo: di coerenza.
Ma questa del pretendere di farmi dire che non sono più gradito è una pura questione di principio sulla quale, devo ammetterlo, mi addormento ed ora, alla vigilia delle elezioni nazionali, lo status d’indipendente, non mi pare più sufficiente: devo solo ammettere, per quanto sia doloroso e antipatico, che di fatto io sono fuori da quel gruppo da un pezzo. Sono ancora lì solo perché nessuno ha un vero interesse o forse il coraggio per chiedermi ufficialmente di andarmene. L’ho anche chiesto tempo fa, ma non ho ricevuto risposta. Su questo mi devo arrendere, non accadrà mai: hanno scelto l’indifferenza e il silenziamento. È più facile volgarizzare le idee di un avversario politico derubricandole a sciocchezze irrealizzabili, che dover ammettere che per persone come me non c’è posto. Dire a chiare lettere che non c’è più posto per la sinistra potrebbe danneggiarli a livello di consensi. Tecnica piuttosto vigliacca, poco onesta, ma molto diffusa. Anzi: standard da un po’ a questa parte. Fin che la barca va, lasciala andare: l’importante è che vada dove si è deciso debba andare.
Curiosità: provate a sentire le interviste dei candidati PD di questi giorni. Gli scappa detto continuamente roba tipo “quelli di sinistra non capiscono” e che gli scappa detto lo si capisce quando goffamente corrono a correggersi pochi istanti dopo con “quelli alla nostra sinistra, intendevamo”. Ah, grazie della precisazione. Praticamente tutto ciò che è effettivamente di sinistra. E non è la gara a chi lo è di più: è solo la constatazione di chi lo è e chi non lo è nel senso più profondo. Che non lo decido io: lo dimostrano i dati ISTAT sulla distribuzione del reddito.
Questa cosa che noi di sinistra non capiamo, me la son sentita dire più volte anche a livello locale, dove il liberi tutti è in atto da molto tempo e le posizioni sono chiare, per chi le vuole vedere senza ipocrisie. Le mie spesso registrate negli interventi del Consiglio Comunale o scritte su questa o altre piattaforme di comunicazione virtuale. Ma a quanto pare non conta che dica spesso il contrario dei “colleghi” del PD, come ad esempio sulla sicurezza: continuo ad avere un marchio addosso. Per quelli del PD sono un ribelle, per quelli fuori dal PD sono uno del PD. Bella fregatura! ma ovviamente, se son messo così, la colpa è solo della sottovalutazione che ho dato all’elemento formale. Va riconosciuto!
In questo stato di scoramento, naturalmente mi tengo alla larga dalla campagna elettorale e ammetto anche che fino a qualche settimana fa ero completamente smarrito, oltre che quasi irrimediabilmente persuaso che avrei presenziato alle prossime politiche, con il semplice intento di annullare la scheda. Nessuna delle compagini possibili mi pareva meritevole del mio sostegno. Dell’ormai palese ed incolmabile distanza dalla direzione politica intrapresa dal PD si è già detto abbondantemente qui sopra; LEU mi pare un tentativo di molti di rimanere a galla. Come nello stesso PD, al suo interno prendono posto molte persone in gamba e meritevoli, ma perse in un limbo pronto a rischiacciarli per l’ennesima volta sotto il gioco della responsabilità di non far crollare il castello dei meno peggio. Nessuno in questi contenitori che parli seriamente d’inquinamento, mobilità, scuola. Di lavoro il giusto per dire che il mondo adesso va così. Ancora più a sinistra discorsi che paiono presi dagli anni ’70. Tutto inchiodato ad un cliché. Un gioco di ruoli in cui alla fine la spunta la solita litania: sennò vincono le destre. Ma le destre hanno già vinto da un pezzo, visto che quando si accenna a dire qualcosa di “sinistra” si viene apostrofati con un secco “irrealizzabile”. E lo dicevo qualche giorno fa durante il mio spazio radiofonico: a me questa cosa dell’irrealizzabile mette ansia.
Irrealizzabile, vuol dire che te le devi mettere via. Anzi, nel mio caso: che ti devi mettere via. Mettersi via, rassegnarsi e tirare a campare. Per me e per ciò che vorrei far vedere ai miei figli, non è ciò che mi farebbe guardare allo specchio sereno. Non ho un’idea dettagliata su tutto e sul come di tutto, perché ho molti limiti tecnici, ma certo ho una visione d’insieme che non è negoziabile a tal punto da essere snaturata e soprattutto vedo che il modo in cui vanno le cose ora è secondo questa visione inaccettabile. Non sono qui a dispensare soluzioni e a farmi troppe illusioni. Sono solo a pretendere di trovare il modo di non mettermi via. Se lo vogliono fare gli altri, mettermi da parte intendo, non posso oppormi e ribadisco: mi pare evidente che lo abbiano già fatto da un pezzo.
Qualche giorno fa leggevo un articolo a proposito della legge elettorale, che magari hanno ragione i più a dire che fa schifo e non darà governabilità al paese (non è questo il momento di approfondire, ma per me la governabilità è compromessa maggiormente da altri fattori), ma ha di bello che elimina qualsiasi richiamo al ricatto del Voto Utile. Chi lo sta utilizzando vi mente. È un furbacchione da mezze verità, un imbonitore o forse alla canna del gas. Forse è semplicemente ignorante. Certo è che vi mente: consapevolmente o no. Non serve nessun voto utile. Se voti un partito e arriva al 3%, questo porta rappresentanti in parlamento, altrimenti rimane fuori. Il voto utile è richiamato solo per quelli che sanno che è utile a loro e alle loro posizioni e che non accettano che non tutti vogliano girarsi dall’altra parte di fronte ai problemi “irrisolvibili”. Non siamo più in un maggioritario puro e quindi il voto utile è solo quello che si avvicina maggiormente alle proprie idee.
Classico esempio che viene portato a noi di sinistra è quello legato allo spauracchio della destra già sopra accennato: vi sembra una cosa ancora proponibile? Dopo il Jobs Act, Il Daspo Urbano e l’annichilimento a monconi delle Unioni Civili, come la sordità di fronte all’allarme ecologico che viviamo in particolare in Pianura Padana? Personalmente, poi, non ho paura di una deriva di destra del paese, semplicemente perché il paese è già alla deriva di destra da anni. Va solo preso atto dello stato delle cose e al limite provarvi a porre rimedio: che per me non è sostenere una destra dalle tinte più tenui e nemmeno un centro moderato e confessionale. Lo dimostra il fatto che riportavo sopra: proponi di uscire dai binari di una società come quella odierna, dalle regole del mercato e sul lavoro per come sono impostate oggi e sei preso per pazzo. Ma io penso che chi vuole ridiscutere, ridimensionare, riequilibrare queste cose, non è per niente pazzo, ma semplicemente di sinistra. E se avete deciso di mettervi via e di sentirvi in colpa se vince la destra, io non posso farci niente. Mi spiace e vi capisco, perché ci sono stato ad un passo anch’io, ma alla fine, non lo farò. Per me è più sopportabile e dignitosa la frustrazione di una sconfitta, di sbagliare ancora, di riporre in buona fede la fiducia ancora nel posto sbagliato e la consapevolezza di essere in minoranza, che smettere di pensare alle proprie idee come quelle giuste. Non a priori, non in maniera inattaccabile: i dubbi sono sani, ma non lo è denigrarsi e declassarsi a inutili sognatori e vergognarsi della propria anima, solo perché non si è allineati al cinismo che governa le pance e ormai troppe menti anche illustri della nostra società.
Per tornare alla cronaca, in queste settimane, per combattere la disperazione politica in cui stavo affogando, mi sono interessato a Potere al Popolo. La Candidata del nostro collegio è una persona che ho conosciuto bene. Siamo stati coppia per anni. Per correttezza le ho scritto che non vorrei votarla, perché non mi pare che stia facendo nulla per meritarsi il mio voto. Non ce l’ho con lei e nemmeno coi tanti amici vicini a lei, anzi a tutti loro sono umanamente molto affezionato. Penso (e non gli ho mai nascosto questo pensiero), però che si siano arroccati da anni in una militanza sanguigna e coraggiosa, ma spesso poco lucida e a tratti al limite del folkloristico, elitario e claustrofobico. Non sono abituato a “telefonarle” le cose che penso e quindi la vorrei dire anche qui senza troppi giri di parole. Per grande rispetto, non certo con acredine nei confronti di coloro a cui sono indirizzate (che tanto mi hanno già emarginato politicamente da tempo, quindi peggio di così possono solo togliermi il saluto, se sono così ottusi da confondere amicizia con piaggeria): per come la vedo io non hanno capito che stanno sbagliando tutto, riproponendo un modello che cade nelle stesse trappole, nello stesso modo di far politica che ha portato i progetti di sinistra a fallire miseramente, avviluppati in discussioni capziose e spesso impalpabili. Lontane dalle esigenze delle persone e quando teoricamente coincidenti con queste, lontane dal rendersi interessanti e credibili per queste. Autoreferenziali, troppo spesso gelosi del proprio mondo, del proprio spazio tiepido all’interno di questo, delle proprie abitudini e delle proprie certezze. Ne vedo pochi di seriamente desiderosi all’aprirsi e di mettere in discussione ciò che sono stati e che di fatto non ha prodotto benefici sostanziali, nonostante uno sforzo immane e sacrifici che avrebbero meritato ben più gloria. Non lo dico io, lo dicono i numeri e la considerazione sempre minore di certe idee nella società civile e purtroppo ormai anche fra loro stessi. Lo dico con cognizione di causa anche perché gli errori di cui sopra, spesso sono stati i miei (e forse a volte sono il primo a commetterli nuovamente).
La sinistra perde perché ci hanno convinto che è perdente e noi ci abbiamo creduto! Come se poi fossero vincenti quelli che hanno scalato la politica con queste motivazioni! Giusto per quelli che hanno la memoria corta su come si sono imposte certe leadership, di fatto fallimentari e devastanti.
Poi parlo con chi mi spiega che Potere al Popolo si prefigge proprio l’opposto di questo revival. Vuole aprirsi e ascoltare. Chiede di mettersi a disposizione e di sapersi confrontare. La cosa alla quale non avevo proprio pensato e che mi viene fatta notare come prerogativa fondamentale è il dove nasce questo progetto. Il contesto in cui emerge PAP è un territorio in cui certe idee sono da un pezzo ben più che semplici parole e pensieri, ma azioni concrete. Nello scacchiere nazionale sono piccoli esempi e nulla di determinante. Ma sono scintille di possibile, esempi e di quelli c’è bisogno. Esempi dove fra l’altro è più scomodo, rischioso e difficile darne. Sento un’intervista alla portavoce Viola Carofalo e dice le stesse cose che dico io. Sento le altre interviste ai leader del “centro sinistra” e sento cose che in parte condivido, ma soprattutto la parola “concretezza”: come se la concretezza fosse nelle loro promesse, invece che nei piccoli esempi. Come se la concretezza fosse non pretendere troppo. Stare cagati, accontentarsi e di fatto mettersi via almeno in parte e poi, sempre di più, risucchiati ed annullati gradualmente. E allora forse sbaglierò, forse non servirà a nulla, forse tutto domani finirà, ma se non voglio mettermi da parte questo è l’unico progetto attuale in cui posso riconoscermi almeno idealmente.
Metto tranquilli i maliziosi che proprio non sanno vivere la politica come un territorio di passioni, ma solo come un’opportunità: non ho avuto rapporti con nessun responsabile di PAP in zona. Del resto per una certa area ho la peste: son del PD. Sta bene. Me la sono cercata. Mi metto in quarantena e mi auguro solo che il mio voto li aiuti ad arrivare a superare lo sbarramento. Se così non fosse, spero che l’idea non si areni alla sconfitta elettorale e che almeno si continui a tenere accesa la fiammella su certi temi. Io ci provo da anni anche se dentro il PD. Siamo ormai in braghe di tela e più che il nuovo fascismo (il cui rigurgito è per larghi tratti responsabilità della sinistra stessa che ha mollato i quartieri popolari per farsi un brunch), temo la definitiva ridicolizzazione delle idee che hanno davvero il coraggio di essere di sinistra e progressiste.
Qualche tempo fa confidai ad un amico di cui mi fido molto, che stavo maturando la decisione di dichiararmi definitivamente fuori dal PD anche in Consiglio Comunale (per me lo sono da anni, come spiegavo sopra, ma appunto, di fatto e tecnicamente in Consiglio Comunale non lo sono) e di votare, seppur con alcune grosse perplessità, per Potere al Popolo. Si concentrò sulla prima questione e mi disse di votare per chi volevo, ma per l’uscita dal Gruppo Consiliare del PD, secco e perentorio “Non farlo ora!!!. Fallo dopo le politiche! Ti prendi addosso responsabilità non tue! Non vedono l’ora di scaricare le loro colpe su quelli come te! Lo sai che ti massacrano!” Beh, penso che quel mio amico abbia come al solito ragione da vendere. Sarà così, già lo so. Ma la verità è che e lui lo sa, a me non piace non potere dire come la penso in modo trasparente e credibile. Lo so che lo faccio arrabbiare (perché mi vuole bene e non vorrebbe io mi mettessi “nei guai”), ma so che capirà se gli dico che io non mi metto via: politicamente parlando non mi è rimasto niente da difendere nello spazio attuale; non ho velleità personali e che non mi sarei ricandidato in questo contesto l’avevo già deciso e detto da tempo immemore (ma credo proprio che lo avessero in realtà già deciso ben prima coloro che hanno in mano il pallino). Non ho paura delle aggressioni squadriste a suon di lanciafiamme e di “Fuori! Fuori! La porta è in fondo a sinistra” che i dissidenti (o coerenti?), subiscono puntualmente. Io dico le stesse cose da anni e questo mi ha portato ad essere definito e trattato come un “ribelle”, quando probabilmente sono semplicemente uno che fa notare che siamo circondati da reazionari travestiti da saggi e da giusti. Io devo solo essere me stesso: e preferisco essere poco furbo che opaco.
E con estrema chiarezza, ma in nome della trasparenza dico che no: anche se continuo a distinguere il meno peggio, io non c’entro praticamente più nulla col PD attuale, quindi non lo voterò. Alle prossime politiche ho deciso che non mi metterò via in favore del ricatto del meno peggio. Per questo voterò Potere al Popolo e formalizzerò a breve la mia uscita dal Gruppo Consiliare del PD di Sassuolo, perché, no: non sono uno del PD, visto ciò che è divenuto questo Partito ed ho capito che è giusto dirlo ufficialmente. Anche se questo forse conviene solo a coloro che dentro il PD mi chiamano nemico.


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