Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Chiamami col tuo nome

Se avessi scritto a caldo, appena uscito dal cinema di questa visione, avrei probabilmente digitato parole molto diverse da quelle che mi vengono in questo momento e non escludo che il processo di maturazione e di riflessione legato alla pellicola di Luca Guadagnino, possa continuare a farmi vedere sfumature, difficili per me da recepire all’istante. Una coltre lattiginosa, una superficie impattante che sa di banalotto e di noiosello, dietro cui si nascondono miriade di spunti, forse non geniali come li si vuol fare, ma certo interessanti e che sarebbe forse sbagliato dare per scontato.

Partiamo dunque da lì, dalla scontatezza della trama, della storia e del contesto. Anche se un amico incontrato in sala, mi ha detto che lui lo ha capito solo dopo, io senza dare dello sveglio a me e del tonto a lui, penso che l’andazzo si capisse fin dal primo incontro fra Elio e Oliver. Ben prima che arrivassero a chiamarsi l’uno con il nome dell’altro. Un’ingenuità, superficialità? Desiderio di sentimentalismo facile? Subito mi è apparso un po’ così, poi pian, piano, mi son venute su altre cose. Tante altre cose e molte, devo ammetterlo, faccio anche fatica a spiegarle.

Prima fra tutte proprio il fatto che dare per scontate determinate situazioni sia di fatto sbagliato. Richiamare l’attenzione sull’amore e sulle sue dinamiche lo rende di nuovo potente e capace di salvare il mondo, così come ingiusto e carico di sofferenza, quando la vita rende impossibile viverlo liberamente. Comunque non certo una macchietta da sbattere su pellicola per far lacrimare i deboli di cuore.

Se c’è una cosa che non mi ha regalato questa visione è la commozione. Ed io mi commuovo anche a guardare i cartoni animati. Il fatto è che subito, lo ammetto, mi ha annoiato. Le lunghe scene pesanti e all’apparenza inutili restituiscono non solo le immagini, ma anche l’atmosfera delle estati in vacanze oziose, in cui “aspettare che finisca l’estate”, senza sprecarla, ma senza neppure correre dietro al modo di farne profitto a tutti i costi per la propria esistenza.

Lasciarsi vivere, senza l’ossessione del farlo.

images.jpg

Che tanto le esperienze arrivano anche se non le cerchi in campo al mondo. Le avventure possono colpire anche nel piatto benessere di una meravigliosa villa di campagna dell’afoso nord Italia, senza la necessità di aerei che catapultano in poche ore in mondi paralleli, per cui forse non si posseggono nemmeno gli strumenti per capirli.

Nostalgia in quantità enormi: per le FIAT dai colori strambi, per i telefoni pubblici, i bar di una volta, dell’Italia popolare, meno smart, ma più sensibile. Ambiguità che scaturisce da ogni fessurina. Ma non quella malevola, quella ipocrita. L’ambiguità che risiede nel nostro animo e che scaccia a pedate l’uomo sicuro di ciò che vuole e restituisce una versione umana più incline a meditare, piuttosto che ad organizzare secondo un rigido schema. “Ci sono arrivato ad un passo anch’io”. Nessuno si deve sentire escluso e nessuno può permettersi il lusso di escludere.

Si stava meglio quando si stava peggio? È forse questo quello che ci vuole dire in maniera raffinata il film?

Si stava meglio quando c’erano più coperture, etichette e convenzioni, ma quando l’apparenza era solo finalizzata al quieto vivere, non certo interiorizzata e presa a modello; quando non c’era bisogno di parlare per capirsi fra persone e non veniva minimamente in mente di bulleggiare o castrare le persone amate, per la loro sofferenza? Soprattutto quando stanno solo vivendo ciò che si poteva vivere in prima persona. E non è un merito aver sfuggito l’amore o non esservici abbandonati: è solo una scelta di facciata, non nel profondo e soprattutto non sempre è quella giusta. Chi lo sa. Coi se e coi ma, non si fa la storia, certo con la comprensione e l’amore la si migliora per sé e per chi ci sta attorno.

Si stava quindi meglio in una società in cui, nonostante benessere e cultura a pioggia, ci fosse il tempo per annoiarsi, poi cadere nelle braccia dell’amore e quindi della sofferenza, perché per quanto ricchi, belli, intelligenti e colti non si può sempre avere ciò che si desidera? “Non è che Oliver fosse più intelligente…”

Continuano a venirmi spunti, anche mentre scrivo e per quanto ieri sera al cinema abbia rischiato di addormentarmi almeno in tre occasioni, ammetto che lo scoppio ritardato di questo film ha reso sensato resistere e soprattutto la visione.

 



Lascia un commento

Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

Newsletter

Scopri di più da Bar Snob

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere