Come si diceva già nel recente, ai polpettoni storici io non so resistere! Più che il nome di Spielberg, mi ha portato in sala la passione e la curiosità per questo tipo di storie. Mi piacciono proprio da matti e sopratutto mi danno la stura per approfondire momenti della storia moderna, che, come in questo caso, conosco in maniera troppo limitata.
Tutto fila nel modo giusto fin dal primo momento e si dipana dal principio alla conclusione esattamente come mi aspettavo. Non ci sono scossoni e nemmeno colpi di scena clamorosi: ovviamente non nella trama, ma neppure nel modo di intraprendere il racconto, che m’è parso molto…”classico”. Me ne sto lì, in fila G (as usual!) a seguire tutti gl’intrecci, intrallazzi e ad annotare mentalmente i nomi dei protagonisti della storia.
Amo spassionatamente e quindi mi godo da matti le ambientazioni retrò: i vestiti, gli atteggiamenti, i telefoni a rotella. Proprio quell’America che ti viene in mente quando ci pensi se sei nato in un Italia che ancora le era lontana anni luce, non solo per i grattacieli, ma proprio per il modo di approcciare alla vita. Siamo nel 1971 ed io sarei nato solo tre anni più tardi, ma non così più tardi per non ricordare distintamente pezzi di quel mondo, il colore delle cravatte e il modo di fare degli adulti di allora e per cui non riesco a spegnere un pizzico di nostalgia.
Siamo ancora alle prese con un film che racconta il mondo dei giornali e delle loro inchieste più taglienti e pezzi di storia del mondo. Un film che prova ancora a svelare quanto sia facile cadere nei tranelli della comunicazione e quanto purtroppo la politica, spesso, abbia pensato alla propria conservazione, piuttosto che al motivo per cui i cittadini è giusto la mantengano: economicamente e come guida. Un cortocircuito che non ha mai smesso di essere e che ormai caratterizza nell’immaginario collettivo la politica stessa. Purtroppo, ma ahimè, non senza motivo.

Questo è però soprattutto un film che punta al problema della disparità sociale delle donne. Se lo faccia in maniera esasperata o fedele alla storia originale, non posso dirlo, perché ammetto, anzi, ribadisco che la storia originale la conosco superficialmente. Al limite posso dire che alla divina Meryl Streep, riesce bene il personaggio timido e riflessivo che le affidano. Così come viene bene a Tom Hanks il maschiaccio tutto d’un pezzo e decisionista. E quando dico bene intendo: perfettamente.
Donne che si trovano al comando, attorniate da uomini che le vogliono pilotare e guidare. Anzi, che si credono nel diritto di farlo, perché il mondo “era” degli uomini e la cosa non era nemmeno da mettere in discussione! Donne che si sentono dire in faccia che non contano nulla e che sono lì solo per caso, quello non è il loro posto. Donne che accettano quasi questo ruolo, a cui viene quasi da sentirsi delle estranee. Non fino in fondo. Dove, non solo per interesse personale, ma anche per qualcosa che assomiglia ad autentico spirito paritario, anche qualche uomo è felice che le cose cambino.
Ruolo della politica, dei mezzi d’informazione e ruolo delle donne nella società moderna. Argomenti di grande attualità anche oggi. Forse più che in un’ipotetica via di mezzo temporale fra il nostro oggi e l’oggi della storia raccontata, lo sono tornati pesantemente proprio nel recente e così mi spiego il desiderio e il modo in cui Spielberg si comprime in una pellicola che certo non gli permette di giocare le sue carte migliori. Un desiderio di dire qualcosa, che vada oltre la regia, gli effetti speciali e l’innovazione cinematografica, che spesso l’hanno visto come esponente di punta. Una forma di far cinema già esplorata col Ponte delle Spie e che si consolida in maniera ancor più marcata con questo adorabile polpettone. Forse non è ancora il suo genere, ma il ragazzo sta facendo progressi.

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