È già passata una settimana dalla mia visione del film vincitore dei Golden Globe 2018 e corro a buttare giù i dovuti ricordi prima che diventino fumo e quindi io perda ciò che è stata per me l’esperienza di questo film in bilico stravagante fra commedia, dramma e thriller.
La faccia scavata e ruvida di Mildred (una favolosa Frances McDormand), è pronta ad accogliere fin da subito nei colori caldi e pastello del Missouri. Una station wagon marrone e tre cartelloni su una lunga strada deserta. Il gioco è fatto.
C’è silenzio. Un silenzio teso, poi rotto ben presto dall’ilarità suscitata dai goffi poliziotti di Ebbing. Redneck fino al midollo a partire dal capo, lo sheriffo Willoughby (Woody Harrelson) e mezzi svitati, come l’agente Dixon (Sam Rockwell dev’essere matto davvero, o come direbbe lui in questo film, maledettamente bravo e perfetto per questi ruoli). Un piccolo paese Ebbing, scosso da una tragedia: lo stupro e l’omicidio dell’adolescente Angela Hayes, cioè la figlia di Mildred e poliziotti a detta di quest’ultima incapaci di fare il proprio lavoro. Tre manifesti giganteschi, che suonano irrisori per lo sceriffo e la rumba ha inizio.
La commedia lascia sempre più il posto alla brutalità, alla bassezza umana. La violenza, il razzismo e la rassegnazione fanno il paio con pregiudizio, vigliaccheria e cattiveria. In un piccolo paese nel nulla si concentrano d’improvviso più sentimenti che su un campo di battaglia.
La brutalità raggiunge a tratti livelli quasi nauseanti e ripugnati. Non è lo splatter e la violenza, a cui ormai ci siamo rassegnati, ma è la ficcante prospettiva di essere catapultati in quello che non può che essere visto come un inferno, governato dai demoni della legge del più forte. In un posto così selvaggio, basato su leggi primordiali prima che su quelle dello stato, io non ci vorrei passare nemmeno una notte.

Un mondo che rasenta il surreale, ma se ci pensi bene esiste e che forse puoi trovare anche a Piumazzo o Campegine al bar sotto casa, in cui ormai i commenti degni di Dixon sono all’ordine del giorno e la sfacciataggine con cui vengono difesi e ostentati è totalmente fuori controllo. Le scene che arrivano sparate negli occhi sembrano voler dire allo spettatore di stare all’occhio, che siamo seduti su una polveriera. Qui forse stiamo esagerando, continuano a dirci, ma stai all’occhio, che il mondo intorno a te non è poi tanto meglio. Caro spettatore, qui siamo nel profondo Missouri, dove la prepotenza fa parte della vita e la si può combattere solo con le molotov, ma dite davvero che sia così differente dalla campagna di Salvaterra o Marzaglia?
C’è tempo anche per limonare un po’ coi sentimenti più immediati e più comuni nel cinema: se per la compassione non pare esserci troppo spazio ed anche chi la potrebbe normalmente reclamare, decide di levarsi di torno e di dispensare saggezza, perdoni e amore, postumi…è la rivalsa che vince, con la classica scena dell’ipocrita (in questo caso un prete) che viene disintegrato dalla casalinga agguerrita. Inutile dirvi che è la mia scena preferita del film.
L’apice esplode in un incendio e da lì tutto, quando pare ormai tutto irrimediabilmente compromesso e devastato dalle fiamme vere e da quelle dell’odio, in realtà il mondo inizia a ricompattarsi. Un piccolo gesto di amore, poi tradito ma da lì si salva tutto. La comunità si ravvede, si ritrova e si coalizza, dimenticando i dissapori o passandoci addirittura sopra, anche se ha lasciato cicatrici pesantissime. Finale all’americana insomma, dove pare quasi che vincano i buoni, dove di buoni però non ce ne sono proprio e il pazzo Dixon si comporta proprio come un brav’uomo: ve lo diceva lo sceriffo, che redneck lo era, ma ci vedeva più lungo di tutti a quanto pare.

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