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Le serate organizzate alla Fonoteca Massimiliano Teneggi – Soneek Room di Casa Corsini a Spezzano di Fiorano, sono sempre uno stimolo enorme: sia che si ascolti individualmente e si vada ad attingere ai preziosi vinili in essa contenuti, sia che qualcuno si prenda la responsabilità di organizzare un viaggio trasversale e puramente musicale attraverso le canzoni reperibili fra le migliaia di solchi lì collezionati (ed ebbi la fortuna di poter guidare uno di questi viaggi, come raccontai qui), che se questa storia viene dedica ad un frammento ben preciso della storia della musica, come ad esempio ieri sera è accaduto con il Kraut Rock.
A volte si entra in mondi poco conosciuti, addirittura volutamente scansati e fossilizzati nei propri pregiudizi come inopportuni per le proprie passioni, grazie all’amore per essi da parte di terzi, che brillano per affidabilità e se ne esce meravigliosamente stupiti di quanto si sia stati sciocchi a trascurarli fino a quel momento. La curiosità deve essere motore a tutte le età e indipendentemente dalle proprie esperienze se non si vuole languire o addirittura marcire nel proprio ego, nella propria presunzione e quindi di fatto rimanere soli nel proprio angolino.
Kraut Rock: nomignolo dispregiativo affibiato dalla stampa anglosassone per racchiudere un mondo parallelo, posizionato lungo l’intero arco degli anni ‘7o del novecento, con code e propaggini nel prima, ma sopratutto nel dopo. Il tutto posizionato in territorio teutonico (Germania Ovest per la precisione).

A relazionare, a proposito di affidabilità, Stefano “Cocco” Covili e Nicola Caleffi, coadiuvati tecnicamente da Andrea Nocetti, spesso chiamato anche a puntualizzare. Il lessico ricercato e gli aggettivi ricchi e impregnanti iniziano a sprecarsi fin da subito per incantare una platea ricchissima, variegata e strabordante nella piccola, ma sempre emozionante Soneek Room.
Titolo ed ispirazione alla serata viene preso dall’appunto omonimo Libro di Julian Cope. Si parte da lontano con ciò che venne a preludio di questo movimento che tanto ha preso, per rimescolare in maniera originale e sopratutto seminale. Velvet Underground con l’ipnotismo e la reiterazione ritmica a fare da base e da lì si parte con tutti i nomi più importanti di quel movimento.
Quando arriva il turno di NEU!, sobbalzo. Mai digeriti, chissà perché. Ci ho provato, ma mi sono sempre arenato…ascolto e mi chiedo come mai: non trovo il perché e spero che sia solo il sintomo dell’esserci rimasto dentro al loro mondo, racchiuso in tre dischi e mille citazioni più o meno volute nel mio “futuro” musicale.
I nomi si susseguono e nessuno muove altro che la testa, ritmicamente, con le orecchie tese nel mondo dilatato e suggestivo regalato da band lontane nel tempo, ma i cui echi è impossibile non continuare a percepire ad ogni singolo ascolto sui dischi che abbiamo poi masticato nei nostri anni ’90 e in questo primo frammento di nuovo millennio.
Impressionante (e viene fatto notare), come si possano sentire dentro all’identico pezzo le fondamenta dell’opera intera di mastodonti dell’indie come Sonic Youth o stelle brillanti nel firmamento dell’electro come Death in Vegas, fino addirittura alle melodie scanzonate di Scissor Sister. Ti viene da farti rapire dallo stupore ad ogni ascolto e più si procede nel viaggio ostico, ma attraente, più ti chiedi come mai non te ne sei interessato fino a quel momento.
L’atmosfera è densa e passa per Kraftwerk, Tangerine Dream, Moebius & Plank fra gli altri; le teste ondeggiano concentrate nel proprio vagabondare. Mani che macchinalmente si sollevano per far sorbire un evocativo Jagermeister (qualcuno sa perché), fino ad una chiusura decisamente mistica con una selezione di brani di Popol Vuh. Si spegne anche la luce in uno dei momenti più intensi e pare proprio di essere risucchiati dal cosmo descritto dalla musica.
Manca solo l’ennesima esplosione di conoscenza quando si arriva a parlare di Herzog e di intagliatori/saltatori con gli sci (La Grande estasi dell’intagliatore Steiner). Poi un po’ di ricordi e tanta voglia di correre immediatamente a cercare tutti i dischi che ora paiono assolutamente indispensabili. Mi vergogno quasi di non averli nella mia collezione, e di avere sui miei scaffali solo sparuti testimoni dell’immensità affrontata in questa serata di musica, ma lo ammetto agli altri partecipanti, per liberarmi del peso che diviene quasi insopportabile. Mi consola quasi sapere che anche Nicola arrivò lungo su questo ben di dio e mi dico: non è mai troppo tardi.
Anzi: vale sempre la pena schiodare il culo dal divano, magari per appoggiarlo su quello della Soneek Room, che rimane un’oasi di sapere, cultura e originalità, da cui si dipanano tante storie come quella appena ascoltata. In attesa della prossima invito chiunque non abbia partecipato a rivivere questo condensato di amore per il Kraut Rock attraverso la registrazione video e audio!



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