Devo ammetterlo, pensavo che questo film fosse tutta un’altra cosa. Davvero lontano dalle mie aspettative e sopratutto dallo standard con cui si raccontano normalmente storie come queste. L’unica somiglianza stilistica, per stare in ambito di biografie filmate sportive, le ho forse trovare in alcuni frammenti del film uscito ormai un ventennio fa e dedicato a Georg Best.

Questo film parla di tensione e del tennis come colpevole, ma anche come unica via di fuga dalla pena. Non a caso si apre con la frase “Il tennis insegue il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, amore (love)… Ogni match è una vita in miniatura”, estratta da “Open” il celeberrimo Best Seller cartaceo in cui Andre Agassi raccontava la sua vita, demolendo lo sport che lo ha reso celebre e ricco.
Tutta la tensione e la negatività, la solitudine, la brutalità che chi ha letto l’autobiografia del tennista americano conosce bene, si ritrova nella pellicola che racconta di due personaggi che hanno reso incendiari gli anni a cavallo fra i ’70 e gli ’80 sui principali campi da tennis del mondo, ma in particolare il prestigioso Centrale di Wimbledon. Una rivalità che nel film non prende mai veramente quota, almeno non quanto gli annali raccontano e che rimane in realtà sullo sfondo della storia che è impregnata di rispetto, ammirazione e timore, per poi essere smorzata definitivamente con la scena finale e le precisazione biografiche con cui si accompagnano le immagini d’epoca che portano ai titoli di coda. Lo svedese freddo non era poi così freddo e l’americano monello non era in realtà così merda come la storia a volte lo vuole ricordare. Ice and fire solo di facciata.
Il film scava dietro la facciata e restituisce un’ideale di persona unica: Borg e McEnroe sono sì uno l’opposto dell’altro, ma a quanto pare scardinando l’etichetta che si sono guadagnati, rimangono divisi fondamentalmente dalla scelta di fondo di volersi mostrare al di fuori del medesimo tumulto che li accompagna nella quotidianità. La sfida sul rettangolo da gioco è una droga da cui è impossibile sganciarsi. Così la vittoria è per entrambi una necessità, più che una possibilità e Borg fra i due appare addirittura come il più soggiogato da questa pesante dipendenza. Ma ciò che li unisce è la profonda solitudine e l’impossibilità di farsi capire dal mondo.
Immagini che indugiano spesso su sguardi carichi di rabbia, frustrazione, paura e pronti a sfogarsi con racchette da frantumare o maniacali riti scaramantici. Ma filmare i pensieri non è possibile e il gioco alla lunga diventa ripetitivo e forse poco efficace.
Lo sport è costantemente presente e lo spettacolo viene riproposto nei colori pastello, nelle fascette per il sudore, nelle pose immortalate in foto storiche e nelle racchette di legno, che sarebbero state relegate all’archeologia tennistica solo qualche anno più tardi. Frammenti che diventano alleggerimento, più che racconto e funzionali a ammorbidire il gusto potente del carpaccio di tensione che è la vera linea guida dell’intero film. Non importa chi vince o come vince: importa come la vivono.

Quando ci si trova di fronte a qualcosa che ci si attendeva differente si può uscirne delusi o positivamente sorpresi. Questa volta la sorpresa è inquinata da alcuni punti di delusione, ma è da ammettere che la strada cercata dal regista Janus Metz Pedersen non era la più banalmente agevole e la più semplice da analizzare. Forse ripensandoci fra qualche giorno, mi verrà da dire che alla fine è stato meglio trovare la sua prospettiva tagliente, riflessiva e ficcante, piuttosto che la solita epica melassa da nostalgici che spesso è base portante di questo tipo di pellicole.

Lascia un commento