Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Bar Snob – Episodio LXXVII (VI-III) – 15 XI 2017

Arrivo in radio un po’ lungo, dopo essermi trangugiato un po’ di Tachipirina, la sigla mi tradisce e così facciamo due false partenze, sono solo per almeno una mezzoretta, poi arriva la Lucia e subito dopo la Lara e con lei una masnada di gente, Leo compreso. Devo essere sincero, non mi ricordo molto, ma so che abbiamo parlato della serata al Dude di Soliera di Venerdì a cui non mancherei fossi in voi…per il resto, mi sa che questa volta la riascolto anch’io per sapere il resto…

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COPERTINA

Mi ricordo che un tempo quando si conosceva una persona nuova, che fosse in campeggio, su una spiaggia, in treno o alla festa di compleanno della sorella, le prime cose che si chiedevano erano: come ti chiami, quanti anni hai, da dove vieni, cosa fai nella vita e cosa ti piace fare. Erano più o meno queste le argomentazioni sulle quali imbastire un approccio e senza troppi arzigogoli capire se c’erano delle convergenze, oppure se nelle eventuali novità potesse nascondersi un elemento di fascino per noi attraente e quindi decidere se rendersi disponibili ad approfondire il rapporto.

Ma a quanto vedo, da un po’ di tempo a questa parte, in particolare nel grande mondo dei social, ma anche al supermercato o in piazza, con abbondante condimento a dosi quindi tossiche di sarcasmo, fa gran moda rendere partecipi tutti quanti, preferibilmente prima di tutti gli altri, ciò che non sopportiamo, quello che ci schifa, ci indigna, ci indispettisce e che vorremmo bruciare, che quando capitombola ridiamo grassamente per gioire della sventura, dal profondo più profondo del nostro sciatto odio.

Mica solo su Facebook, dicevo prima; ad esempio su Radio 3, qualche giorno fa, un signore che chiama per parlare di legge elettorale ci tiene a precisare come cappello introduttivo al suo colto e raffinato intervento politico, che a lui il calcio non interessa, credo perché il conduttore pochi istanti prima aveva parlato con un altro ascoltatore della partita fra Italia e Svezia che si sarebbe svolta la ser stessa.

Dentro di me ho subito pensato che se mi mettessi a fare un elenco delle cose che non mi piacciono, non m’interessano o m’infastidiscono, potevamo stare lì fino a sera, ma che in realtà non mi pare una cosa interessante per gli altri sapere cosa mi schifa, sempre che non mi venga chiesto conto esplicitamente, che allora è un’altra cosa: che poi io lo vedo sempre come un limite che non mi piaccia qualcosa. Accettabile, ma a volte fastidioso: perché è brutto perdere l’occasione per appassionarsi a qualcosa, soprattutto per niente qualificante.

Poi apro la bacheca di Facebook e tutti lì a vantarsi che loro quella sera non avrebbero guardato la partita e mi torna in mente quando i 60 milioni di italiani, meno i 220 mila presenti al Parco Ferrari di Modena, facevano a gara a chi gliene fregava di meno del Concerto di Vasco. Io all’epoca pensavo: ma quindi sono obbligato a dire tutto ciò che non m’interessa? E a quelli che poi scrivono che della partita della nazionale non gli frega niente, ma che loro mentre Rai 1 la trasmetterà leggeranno un interessantissimo saggio di escatologia cristiana o guarderanno su Rai 5 un fighissimo film che voi del calcio non sapete proprio cosa vi state perdendo, sempre che non ci sia una partita di Rugby della seconda divisione Neozelandese in straming, insomma, a questi devo proprio dirglielo che a me di quello che fanno loro non mi frega niente o mi basta fare quello che piace a me senza starci a perdere tempo?

Che, non ve ne abbiate amabili e moderni cittadini dell’Internet, conoscitori delle più recondite culture subsahariane e degli sport più celebri fra le popolazioni dell’Azerbaijan o della Patagonia, ma questa cosa che ci teniate pedissequamente a precisare che a voi delle cose che interessano ad un numero elevato di persone non frega niente, puzza un bel po’ di sboronata: pacchiana come la vostra infantile presunzione. Quando sentite la necessità di scrivere un post in cui dite che voi quella sera non guarderete la partita, ma un film di Fellini lo dite perché è necessario o perché volete marcare la vostra supposta superiorità?

Siete veramente sicuri che sentire il bisogno costante di ostentare unilateralmente la vostra distanza dalle persone comuni e quindi sottolineando che voi siete anticonvenzionali, non sia in realtà da inconsapevoli idioti, ormai incapaci di godere di una vita vera, ma bisognosi totali di una reputazione da originali almeno nel cybermondo che sta fra la vostra tastiera e lo schermo di un’altra persona, prima e dopo un lavoro in officina, ufficio commerciale, panetteria?

Ma soprattutto: davvero non vi rendete conto che così facendo, vi ponete esattamente sul baricentro delle nuove convenzioni? Che detta più esplicitamente: vi rendete conto di quanto siate convenzionali e ormai banali?

Come dite? Sinonimo di insicurezza caratteriale?

Forse, ma a me pare sempre più spesso di essere circondato da una schizofrenia di massa, con troppi nuovi profeti del nichilismo da osteria.

Oh, visto che ci tenete proprio, per una volta non voglio essere io quello che passa per eclettico, strambo e mi adeguo alla vostra moda, quindi, ve lo dico cosa mi infastidisce: voi!

Siete orrendi e temo anche pericolosi, non fosse altro che perché tendete ormai ad essere davvero troppi!

Per i miei gusti, sia chiaro…

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LE RUBRICHE

LA RAGAZZA DEL METEO

meteoÈ proprio vero, capita spesso nella vita di perdere l’attimo per fare, dire, brigare. Quanto ci si incazza con sé stessi quando viene in mente la frase giusta un minuto dopo e quanto ci si detesta quando viene, ma non si ha la prontezza o forse il coraggio,. la convinzione di dirla lì per lì. Un bel vaffanculo o un bel ti amo: se fuori tempo possono diventare un vero disastro…perché in effetti non viviamo né in un film, né in un libro: per fortuna…

Meteo, avete presente quelle cose che vorreste dire ma che poi alla fine non dite mai? Quelle frasi da dire in quel momento lì o mai più. Non per forza grandi verità, ma cose precise, semplici, così semplici da farti sentire piccolo. Tipo… “ti voglio bene”, “non ti amo più”, “ho voglia di baciarti”, “non voglio”, “hai gli occhi più belli che io abbia mai visto”, “vai via”.

Sono quelle frasi che quando le leggi nei libri o le ascolti nei dialoghi dei film sono banali, fin troppo semplici, anche scontate, ci sono perché stanno bene dette, ma poi, quando tocca a te, nella vita vera, diventano parole improvvisamente impossibili da pronunciare.

Chissà quante vite, quante situazioni, sono andate così perché non abbiamo avuto il coraggio di dire qualcosa di semplice, di banale, ma di terribilmente vero.IMG_4204

Le barricate di giri di parole sono spesso inutili ma non riusciamo a farne a meno, anche se, come disse qualcuno “bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti.” [cit. Stefano Benni]

LA RAGAZZA DEL METEO

VINILE IN SPOLVERO

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AK 47 “Radio Manisco” + “0516490872” 12″ (Autoproduzione, 1993)

Un disco a cui sono legatissimo per diversi motivi: avevo circa 19 anni quando uscì ed ero in un periodo in cui iniziavo a fare davvero sul serio in Radio, con la prima esperienza di spessore (Mondoradio Rockstation di Scandiano). Ero anche stimolato dal periodo politico turbolento che vivevo a scuola e che di lì a poco mi avrebbe assorbito come non mi sarei mai aspettato e certo la musica che ascoltavo era parte di questo momento. Non solo Nirvana e Rage Against The Machine, ma ecco le nuove posse italiane che univano stile, concetti e attitudine in cui nel periodo potevo più che riconoscermi, specchiarmi. Non sono mai stato un rivoluzionario da centro sociale, ma le storie raccontate in quei dischi mi entravano dentro e mi avvolgevano spiritualmente. La storia di Silvia Baraldini forse non sarebbe mai giunta alle orecchie di noi giovinastri rockettari; di certo non con tanta potenza e crudezza. Quindi il grazie è d’obbligo per AK 47 che fecero poco di più che questo, ma che grazie a questo resteranno nella memoria come molto più di una semplice band. Nati nella tumultuosa e socialmente squarciata scena dei quartieri proletari romani (e fa tristezza vedere che ora sono territorio di caccia per ben altre argomentazioni…), grazie in particolare a Castro X, già partecipe di esperienze basilari per il movimento Rap italico di inizio anni ’90, come gli esplosivi Onda Rossa Posse e i caustici Assalti Frontali.  

 

SCHEGGE SONEEKE

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Death In Vegas ” Hands Around My Throat” 12″ (Concrete, 2002)

Ci sono band che nella nostra area geografica che in determinati periodi storici hanno raggiunto livelli di notorietà e di blasone forse al di sopra di qualsiasi altra parte dell’universo e fra questi metterei i primi Death in Vegas. Questo fa parte di quei progetti musicali che hanno beneficiato in maniera sostanziale della presenza di Antenna Uno Rockstation e sopratutto di figure come quella di Max. Per realtà come questa non ci si accontentava di seguirle con attenzione, programmandone a ripetizione i brani durante le trasmissioni giornaliere, ma inserendo i brani più significativi nei Dj set. Se “Dirge” e “Aisha”, così come altri brani pubblicati in “The Contino Sessions” avevano fatto breccia, con i singoli del nuovo millennio il duo britannico si assestò fra i più ballati. Non faceva eccezione la ritmata, ma acidula “Hands Around My Throat”, che regalava momenti di perdizione danzereccia grazie alle proprie aperture strumentali e alla psichedelia elettronica, classica dei lavori firmati Fearless e Hellier.

THE LITTLE R’N’R SWINDLE

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Scuba Z “The vanishing America Family” CD (Odd, 2001)

Da Antenna Uno Rockstation sono passati programmatori dal talento immenso e dal gusto a dir poco squisito. Fra questi è d’obbligo inserire Matteo Reggianini, che allietava le mattinate con suoni coraggiosi, ma spesso accoglienti. Fine ricercatore in ambito elettronico è però incappato in qualche pestata di merda. Scuba Z è sui miei scaffali per colpa sua e ogni volta che vedo il disco, lì sugli scaffali non devo nemmeno pensare al classico “perché l’ho fatto!?!”, ma mi basta giurare un ostia al buon Matteo, che tanto è una roccia e non si squassa per così poco…

“The Vanishing American Family” in realtà non è un disco definibile come brutto, ma più propriamente fuori tempo massimo. Se fosse uscito due, tre anni prima, magari lo avremmo annoverato fra i dischi didascalia per il momento Big Beat e affini. Certo, non un “You’ve Come a Long Way, Baby”, ma un esempio lampante di cosa girava in certi anni. Solo che se fai un disco carino per il 1997 e lo fai uscire nel 2001, incentrandolo su un genere musicale molto caratterizzante proprio di quello scorcio di storia, sei rimasto fregato. Anzi, sono rimasti fregati coloro che hanno comprato il disco. Grazie Matteo…ti sto pensando anche ora.

A SUA INSAPUTA

vespasiano_267838583.jpgUna volta c’erano i vespasiani in giro, poi si è passati ai bagni pubblici, prevalentemente interrati: oggi ti devi pisciare addosso, sempre che tu non voglia partecipare alla devastazione del decoro delle nostre Smart City, talmente smart che fra poco metteranno alla gogna forse anche l’atto stesso di mingere o defecare. Pierpaolo la spiega bene ed io non aggiungo altro, che lui, basta e avanza:

ZONA DECORO #4: INTERMEZZO PER ANDARE AL BAGNO

I problemi per lo smemorato di Collegno che giungesse a Modena con un regionale veloce in questo inizio d’inverno, comincerebbero subito dalla stazione. Gli sembrerebbe infatti di ricordare che prima della guerra era possibile svuotare la vescica in una turca appositamente dislocata nello spazio pubblico, ma una volta che la memoria involontaria lo avesse condotto fino in fondo al binario uno, scoprirebbe che per pisciare a norma di legge nella smart city bisogna tirare fuori innanzitutto un euro.

Lo smemorato, allora, davanti al «cromato candore ospedaliero e dentistico» dei nuovi servizi igienici, con le illuminazioni al neon che preludono più a una vasectomia che a una scena di ordinaria minzione, non essendo provvisto della monetina che lo abiliterebbe a esercitare la propria libertà di espressione, finirebbe presto a deambulare sotto il porticato di viale Crispi con quella tipica espressione di concupiscenza mista a terrore che hanno al solito gli smemorati quando stanno per pisciarsi addosso.

Da uomo che ha fatto la guerra, quindi, noterebbe immediatamente che le smorfie degli africani assembrati qua e là tra i pilastri del portico non tradiscono la minima vertenza con la necessità di tenerla stretta, per cui sgattaiolerebbe lui stesso tra i bidoni dell’immondizia per trarvi la medesima soddisfazione.

Supponendo che per una felicissima combinazione di circostanze non intervenga la forza pubblica, poi, una volta liberato il nostro eroe non potrebbe fare a meno di riflettere sui paradossi della smart city tutta sensori e decoro, dove introdurre dei liquidi nel proprio corpo costa esattamente come buttarli fuori.

A differenza di quanto accade nei cinema, al supermercato o sul treno dal quale è appena sceso, quel suo povero corpo gli risulterebbe l’unico posto al mondo in cui bisogna pagare sia all’ingresso che all’uscita, anche solo per idratarlo a sufficienza da poter continuare a riflettere su certi casi della vita.

Marx la chiamerebbe muta pressione o silenziosa coazione dei rapporti economici, in questo caso viscerale, mentre al nostro smemorato rimarrebbe solo da chiedersi cosa diavolo sia avvenuto durante la guerra se a furia di diventare sempre più smart, la città si è ridotta a un sofisticatissimo sistema di «beni Veblen», vale a dire a un ambiente in cui vale più il lusso che il bisogno, in questo caso di pisciare.

Con un po’ di ostinazione, quindi, scoprirebbe che Modena è solo il ripetitore degli stessi processi che stanno aumentando il quoziente intellettivo di tutte le altre città del mondo.

Per esempio San Francisco, California, dove un ingegnere civile ha recentemente prodotto una mappa interattiva degli escrementi umani avvistati per strada. E’ anche bello pensare come la shitty situation mobiliti un civismo che alla resa dei conti si esercita nel più colossale sforzo mai visto prima per fare collettivamente tana alla merda, sempre in tema di smartness.

Nel frattempo l’editore francese Tripode ha pubblicato la versione definitiva di Où faire pipi à Paris, perché quella di chi ritorna smemorato dalla guerra con la sensazione che la città di un tempo fosse meno imbecille si direbbe proprio un’emergenza internazionale.

PIERPAOLO ASCARI (14 XI 2017) (DAL Blog https://rapportovertov.wordpress.com)

SCALETTA MUSICALE

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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