C’è poco da starci a girare attorno: i film che parlano di banditi mi piacciono veramente tanto e esercitano su di me un’attrazione irresistibile. Se c’è un bandito c’è anche fantasia, coraggio, intraprendenza, simpatia, convinzione e un sacco di altre cose che possono essere positive. Solo che lui, stando al mio modo di vedere la vita, lo fa male,certo, proprio al rovescio a dirla tutta. Rimane il fatto che i banditi mi affascinano e di quelli reali di cui ci raccontano le storie o quelli inventati che si appoggiano però a storie concrete, se posso non mi perdo le gesta raccontate su pellicola. Sarà tipo quella cosa che gli opposti si attraggono? Ho sempre pensato fosse una troiata pazzesca, ma in questo caso devo ammettere che ci azzeccherebbe.
Per questi motivi mi innamorai perdutamente di “Romanzo Criminale – la Serie”, quando ero tutt’altro che un habitué di questo genere di visioni, anzi, le rifuggivo quasi sistematicamente, per vari motivi che non sono certo così interessanti da giustificare il parlarne ora. M’innamorai così tanto della serie diretta da Stefano Sollima, che “ci rimasi dentro” per lunghi mesi: qualcuno ne sa qualcosa e ringrazio per la sopportazione. Potevo dunque perdermi questa nuova storia di malavita girata a Roma?

Gli anni sono quelli recenti, quelli che ti ricacciano nella melma di Mafia Capitale e non più gli anni ’70/80, ma gli atteggiamenti, la genesi della storia somiglia in maniera paurosa a quella in cui erano protagonisti Libano e il Freddo. Tutt’altra portata, va detto subito: tutto più frettoloso, meno romantico, più casuale e innestato fin da subito in un contesto che assorbe i protagonisti, anziché esserne conseguenza. Anche in questo caso si parte da un lungometraggio (fra l’altro diretto dallo stesso Sollima), per riprendere in maniera più dettagliata la storia spezzettandola in episodi da 60 minuti l’uno, circa.
Roma viene sventrata da questo affresco cupo e cinico e gli occhi vitrei di Aureliano Adami (Alessandro Borghi, proprio come nel lungometraggio del 2015), la scrutano rabbiosa e in maniera animale; quelli dolci di Spadino (Giacomo Ferrara, anche lui come nel film di Sollima), la maledicono con il sogno di libertà da una famiglia e una menzogna a cui la condizione lo costringe, da conquistare a tutti i costi; gli occhi pietosi di Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), guardano invece se stessi, incresparsi avidamente di marciume; quelli da gatta morta di Sara Monaschi (Claudia Gerini), vedono invece il fallimento del proprio viscidume; poi ci sono quelli di Lele (Eduardo Valdarnini) che si accendono di una fiamma malefica e istintivamente criminale, ma sincera dopo aver patito l’annacquamento sociale della Roma bene. Gli occhi del Samurai (Francesco Acquaroli), sono semplicemente ovunque, anche se sembrano sempre persi nel nulla.
I parallelismi con la realtà recentemente raccontata dai media sono talmente lampanti da rendere verosimili anche storie a tratti al limite dell’improbabile e forse in alcuni momenti addirittura troppo costruite e forzate, ma comunque, va ammesso, avvincenti, quanto soprattutto assolutamente indispensabili e funzionali allo sviluppo narrativo. La storia puzza tremendamente di verità anche quando sfrontatamente pizzica alti prelati con le mani nella marmellata o sulle tette di una prostituta. Ogni tanto, purtroppo, si scivola nel melassato profumo delle Fiction da prima serata e questa è l’unica nota negativa di una serie di cui è legittimo aspettare frementi la seconda stagione.

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