Ci ho messo parecchio tempo, probabilmente troppo, per buttare giù il resoconto della zingarata motociclistica che nel fine settimana pre ferragosto, ha portato me e Paolo a percorrere Passi alpini e meravigliosi paesaggi Altoatesini, lunghe e desolate strade nella bassa. Abbiamo letto decine di nomi di paesi, borgate, passi sconosciuti e tanti di località rinomate e celebri in tutto il mondo. Abbiamo avuto negli occhi fra i panorami più spettacolari del mondo e sotto le ruote le strade più celebrate dagli amanti del viaggio. Ho iniziato, poi interrotto e ripreso più volte la stesura di questo “diario a posteriori” e questo forse ha compromesso la lucidità dei ricordi ed ha quindi imposto la perdita di qualche frammento che avrebbe potuto arricchire e rendere più interessante il tutto, anche se come solito, scrivo soprattutto per non dimenticare queste meravigliose botte di libertà e quindi a mia memoria futura. Certo, forse presuntuosamente, non dispero sul fatto che qualcuno leggendo possa sentirsi ispirato dall’itinerario e dalle sensazioni che ho provato a descrivere; anzi, non posso che augurarmelo. Le foto sono praticamente tutte mie, escluse quelle che prima della didascalia hanno l’asterisco fra parentesi:così (*). Avendole trovate disponibili online spero non disturbi gli autori degli scatti l’utilizzo didascalico che intendevo farne, ma in tal caso avvisatemi e la rimozione sarà effettuata senza indugi.
Beh, che dire: buona zingarata!
Giorno 1
Dicono che sullo Stelvio stia ancora nevicando, proprio mentre ci troviamo a far colazione in un bar a due rombi dal centro di Piastrella Valley.
Pasta, caffè, cappuccino e racconti degli acciacchi della notte, che ci hanno costretto a rimandare di qualche ora la partenza; “oh, sol che non partiamo alle 11!!!”. Sono le 11.10 e dopo aver studiato per l’ennesima volta una traiettoria di massima, fatto il primo di diversi pieni, saliamo in sella delle rispettive bicilindriche e diamo le prime stoccate metalliche di cambio in direzione Modena.
Lo chiamano cratere, ma percorrendo la SS12, dopo essersi lasciati alle spalle l’Appennino, ancora visibile negli specchietti retrovisori, la città geminiana e la sua ordinata e produttiva campagna, non pare che qui solo pochi anni fa la natura abbia sconquassato la vita laboriosa di uomini e bestie. Forse sarà per colpa della velocità, per quanto come sempre molto polleggiata e lo sguardo fisso al di là della Pianura Padana, oggi particolarmente ventosa e per questo, almeno, libera dall’afa dei giorni passati, ma della sofferenza crollata assieme ai muri sulla testa di queste genti, non si sente che qualche accenno nei vecchi ruderi di casolari dell’infinita e riarsa campagna. Certo, potrebbero essere caduti anche a causa del tempo, dell’incuria e dell’abbandono, ma sappiamo tutti che non è così.
Sorbara, Medolla, Mirandola e a Tramuschio salutiamo la nostra amata Emilia. Non cambia nulla una volta a Poggio Rusco e nemmeno poco più in là a Villa Poma. Campi gialli, fossi colmi di acqua torbida, file di pioppi e platani a pochi centimetri dall’asfalto, strade dritte e strette, con curve secche che paiono dispetti ed invece non sono altro che zelanti linee di confine delle proprietà terriere; odore di maiale vivo e a volte pungente e in un breve scorcio fin ripugnante, di quelli morti per la nostra lussuria alimentare e che alimentano il blasone globale dei prodotti Made in Italy. Leggiamo i nomi di paesi così geograficamente vicini a casa nostra, quanto sconosciuti e che suonano di solitudine, per noi che non sappiamo fare a meno di dislivelli appenninici a fermare lo sguardo. All’altezza di Pieve di Coriano iniziamo a sentire il profumo del grande fiume, sul quale passiamo attraversando la gabbia metallica del ponte subito dopo Revere in direzione Ostiglia.
Ciminiere alte e consunte svettano a poca distanza da un Po sofferente siccità. La SS12 prosegue dritta: a Corte Gazzina inizia una lieve inclinazione ad ovest della strada che attraversato questo piccolo spicchio di Lombardia, s’incunea nella pianura Veneta: Corte Poli, Roncanova, Caselle, Nogara, Motta, Pellegrina: leggere e fantasticare sui nomi dei paesi è l’unica ispirazione possibile, ma è bene porre molta attenzione alla velocità per evitare i fittissimi autovelox e godersi il proprio flusso dei pensieri che non può fare a meno di scoppiettare a quattro tempi, in sincrono con gl’incandescenti motori che ci spingono sempre più a nord.

Dopo poco più di un’ora e mezza di bassa padana decidiamo che meritiamo uno stop e la Forty Eight di Paolo, potente, ma dal piccolo serbatoio, necessita benzina. Siamo all’altezza di Isola della Scala, alle porte sud di Verona e finalmente guardando a nord iniziano a vedersi le prealpi della Lessinia, che arrivano provvidenziali a rompere la costanza sfrontata del piano Padano. In giro non c’è quasi nessuno e qui il caldo è qualcosa in più che fastidioso. Togliamo giacche di pelle, guanti, bandane e facciamo riposare le gambe e la testa rintronata dal ritmo lineare e dal vento, per fortuna ora meno intenso e molesto.
Ripartiamo guardando una nuvolaccia nera che nel frattempo si è addensata sopra le nostre teste. Siamo nel tratto peggiore del viaggio e “prendere anche l’acqua”, sarebbe la beffa peggiore, che schiviamo di poco. Qualche goccia mentre sfiliamo velocemente ad ovest lungo la tangenziale sud di Verona. Dopo circa mezzora siamo finalmente fuori dal traffico e dall’area urbana scaligera.
La suggestiva gola chiusa a destra dai monti che cadono rocciosi a strapiombo sull’Adige, in veloce discesa verso sud alla nostra sinistra, ci offre il primo panorama veramente magico del viaggio. Sfiliamo decisi verso nord rinfrescandoci e rifacendoci gli occhi: Ceraino, Dolcè, Peri, Ossenigo, prima di lasciare il Veneto; Borghetto, Masi D’Avio, Vò, Sdruzzinà, Ala, Serravalle, Marco sono i paesi che ci accompagnano nella deliziosa e rilassata risalita della fedelissima SS12, che qui scorre in morbidi saliscendi, fra frutteti, vigne, campi, antiche ed austere pareti rocciose e le acque dell’Adige, sempre controcorrente rispetto alla nostra direzione di marcia.
Rovereto-Trento sarà la tappa più sudata di questo primo giorno. Traffico e caldo ci fanno venire voglia di sfuggire presto verso i monti che crescono sempre più intorno a noi. Prima di affrontarla, una breve sosta per consultazione mappa, acqua e benzina. Lasciarsi alle spalle la tangenziale del Capoluogo trentino ed infilarsi lungo la Valle del Torrente Noce è un vero sospiro di sollievo.

Dopo tanti Km salutiamo (momentaneamente), l’Adige e la fedele SS12 del Brennero: poco prima di Zambana dirigiamo verso nord-ovest lungo la SP235, che dopo ponti dalla dubbia estetica e attraverso una lunga galleria ci porta sulla SS43, nuova direttrice da seguire. La strada sale stretta nel primo tratto e si allarga subito dopo lo svincolo che a sinistra porta verso Fai delle Paganella. Dopo poco meno di quattro ore dalla partenza da Sassuolo, una sosta è ciò che ci vuole. Ci fermiamo proprio in corrispondenza del cartello d’inizio della località Dermulo, sotto passo Predaia, a pochi Km da Cles: un chiosco con vista sulle Dolomiti del Brenta è ciò che ci vuole. Wurstel, patatine, il primo paio di Forst della vacanzuola e un caffè; come nuovi, dopo circa una mezzoretta siamo pronti per riprendere la risalita della Valle di Non, verso il nostro primo passo.

Sotto di noi, sulla sinistra, si apre sempre più ampia la vallata nella quale trova posto lo specchio d’acqua del Lago di Santa Giustina. In prossimità del bacino la SS43 si biforca e tenendo la destra imbocchiamo la SS43dir: Sanzeno, Malgolo, Caverno, Sarnonico. Attraversiamo lentamente i borghi in tipico stile Trentino, i bimbi ci salutano ad occhi sgranati, seguendo incantati i riflessi delle cromature rilucenti delle nostre moto. Strade lisce e curve ampie, pendenza costante, ma contenuta, poco traffico e temperatura fresca, ci fanno godere di rilassanti momenti di guida, anche se uno dei passaggi migliori della giornata arriva nel segmento che ci porta da Fondo fino alle pendici opposte del Passo Palade, dopo averlo valicato.
La SS238 è larga e perfetta; si snoda agile e all’ombra di fitti boschi, gli abitati sono sempre più radi e minuti: Tret, San Felice, Malgasot, Senale e all’improvviso eccoci rapidi scavallare i 1518 metri di Passo Palade (Ganpenpass). La discesa che ci porterà a Merano sembra fatta apposta per le nostre Harley. Fino a Narano percorrerla è emozionante: decisa, ma con curve disegnate in modo da permetterci un ritmo allegro, senza rischi. Concede anzi il lusso di assaporare il panorama che è a tratti mozzafiato e mostra sulla nostra destra squarci alpini, in lontananza. Certo questi diversivi di granito sullo sfondo rapiscono un po’ di concentrazione e suggeriscono di rallentare il passo in più consona andatura da passeggiata. Una volta lasciato alle spalle Cermes e Marlengo vediamo sotto di noi Merano e dopo una rapida picchiata, ci troviamo all’innesto con la SS38, che per il breve tratto fino a Lagundo è rappresentata da una larga superstrada a due corsie per senso di marcia.

Proprio in prossimità della località celebre fra noi amanti della Forst, la strada si dirige verso ovest e qui ritroviamo l’Adige, che prima incrociamo, poi riprendiamo a seguire ovviamente controcorrente, incuneandoci lungo la dolce via che percorre la Val Venosta. Iniziamo a sentire la stanchezza delle tante ore di moto e la strada larga, aiuta a percorrere senza intoppi questo ultimo tratto di viaggio: Rablà, Naturno, Senales, Ciardes, Castelbello, Laces, Coldrano, Silandro, Corzes, Lasa ed Oris, dove ci fermiamo per una piccolissima pausa. Mancano ancora una trentina di Km alla meta e a Spondinga deviamo sulla SS40 per i pochi Km che ci separano da Sluderno e dall’Hotel Alte Müle, dove finalmente possiamo parcheggiare moto e membra, egualmente meritevoli e bisognose di quiete…

…che non manca in questo bucolico angolo di Alto Adige. Passeggiamo mentre il tramonto arriva rapido sulle montagne imbiancate di fronte a noi, lungo quello che più a sud sarà un possente fiume e che qui spezza in due il paese e scorre gorgogliando impaziente fra le muraglie e le case, quando è ancora poco più di un energico torrente. All’orizzonte nuvole nere e dense coprono i picchi più alti, che in parte delimitano il Passo dello Stelvio. Ci rifocilliamo con prodotti tipici: canederli ai finferli e soprattutto molte Forst medie, più qualche grappa. Addormentarsi presto sarà un gioco da ragazzi, continuando ad interrogarci, come a cena, se visto il tempaccio e la neve, sarebbe stato possibile raggiungere l’ambito e per entrambi inedito Passo dello Stelvio.

Giorno 2
Dormo come un bimbo fino alle prime luci dell’alba, mi sveglio, per poi tornare a spigozzare prima della sveglia ufficiale. Abbiamo deciso di prendercela dolce e raggiungiamo il refettorio solo intorno alle 9.30. Qui prendiamo anche il salato. Una colazione delle grandi occasioni in cui ci rimpinziamo per prendere le energie necessarie alla lunga giornata che ci attende. Non abbiamo ancora stabilito l’intero piano e ci riserviamo di decidere strada facendo, a seconda dei tempi di percorrenza, del clima e dell’umore, che il bel sole che ci accoglie caldo e confortevole, aiuta ad assere più che buono.

Leghiamo gli zaini, riempiamo le borracce con la gelida acqua di una fontana a due passi dall’Hotel, ci infiliamo nuovamente nelle nostre giacche di pelle e squarciamo di schianto la quiete della domenica mattina paesana con i rombi delle nostre moto. Scorriamo le viuzze, le campane della chiesa ci salutano e ci lasciamo scrutare dallo sguardo austero e a tratti disapprovvante degli anziani, impettiti nei vestiti della festa e diretti all’abitudinale riunione liturgica, da bravi parrocchiani. I bimbi si divincolano dalla presa rugosa delle mani contadine dei nonni e saltellano incuranti del rischio di macchiare il vestito nuovo o le scarpine lucide, seguendoci correndo e incitandoci, mentre alle loro spalle i richiami in tedesco li incitano invano a tornare nei ranghi. Usciamo dal paese e temo che ai bimbi la messa sia toccata, mentre a noi si spalanca di nuovo la strada, attorniata dal fresco verde, mentre sopra di noi il bianco della neve contrasta col nero della roccia delle cime aspre e dure che ci apprestiamo a vedere da vicino.

Per pochi Km ci adeguiamo alla corrente dell’Adige, ripercorrendo a ritroso il breve tratto di SS40 fino a Spondinga, dove viriamo a destra, senza indugi, per inoltrarci lungo la SS38 in direzione Passo dello Stelvio. Il sole alto e caldo ha dipanato ogni dubbio sull’opportunità o meno di tentare l’ascesa verso il secondo passo più alto d’Europa. Ultimo rifornimento prima di iniziare il percorso lungo uno dei più celebri e suggestivi itinerari motociclistici, ma anche delle due ruote pedalabili e di innumerevoli turisti sulle quattro ruote.
Una volta lasciato dietro di noi Prato a Stelvio, la strada sale tortuosa, ma ancora facilmente percorribile e con pendenze tutto sommato pacate. Siamo all’ombra della stretta vallata scavata dal Rio Solda che zampilla fragorosamente in schiumose rapide verso l’Adige, regalando enfasi a questo primo tratto di strada in cui basta poco per rendersi conto che siamo fra i tanti ad aver deciso di raggiungere la stessa meta. Fra moto, ciclisti ed automobili si forma un serpentone disarticolato e tra non molto, rallentato dall’aspra pendenza, particolarmente lento.

Ponte a Stelvio, Gomagoi, poi arriva il primo dei 48 tornanti che caratterizzano l’ascesa. Al momento siamo ancora immersi nella fitta foresta e la strada mantiene alcuni tratti in cui è possibile sorpassare senza rischi le auto che mediamente hanno un ritmo più lento del nostro. La pendenza media rimane “umana” fino a Trafoi, ultimo abitato che si incontra su questo versante del passo, poi, come dicono in gergo i ciclisti che sfiliamo arrancanti, inizia la rumba! La salita diventa a dir poco impervia e il motore deve spingere marce basse e solo di rado si ha la possibilità di effettuare brevi allunghi e far respirare il 103 Cubic Inch, spesso strozzato a causa del traffico, che impone rallentamenti al limite dello stop. A circa metà del tragitto rispetto alla sommità la fermata diviene obbligatoria a causa di un ingorgo che si sviluppa per via di una moto che nel tentativo di percorrere uno dei tornanti a destra, si appoggia a terra e blocca l’angusta strada per qualche minuto. Siamo ormai da un po’ fuori dal bosco e in lontananza si possono vedere le costruzioni dei rifugi in prossimità del passo. Alla nostra sinistra la vallata si apre profonda, mentre la neve scintilla sui 3905 m del maestoso Ortles. Siamo nell’immensità delle montagne che dividono la provincia di Bolzano e quella di Sondrio; ahimè in troppi in questo angusto budello che sale senza concedere respiro. Il motore soffre sempre più e non si può fare a meno di leggere con un briciolo d’impazienza i cartelli con il numero degli arcigni tornanti che cala in un lento, inesorabile conto alla rovescia. L’ultima virata secca è verso sinistra e finalmente io e il mio compagno di viaggio ci ricongiungiamo, dopo esserci persi lungo l’intasato tragitto. Ci fermiamo a pochi passi dal cartello che indica l’arrivo al passo, o almeno, lo faceva prima di essere ricoperto dalle centinaia di adesivi di Moto e Bici Club di tutto il mondo. Parcheggio il mio Dyna Low Rider a pochi centimetri da un cumulo di neve, eredità della bufera, il cui scatenarsi il giorno prima potevamo solo intuire dalle scure nuvole che ci precludevano la visione delle cime, che ora si offrono alla vista candide di neve e assolute protagoniste di un panorama mozzafiato.

Scattiamo le foto di rito al biscione d’asfalto, che abbiamo appena percorso in salita e che si snoda contorcendosi nevroticamente verso il fondo dell’immensa vallata che ora sovrastiamo. Sullo sfondo altri monti, altra neve. L’aria è fresca, ma il sole ci scalda e scioglie repentinamente la neve accumulata a bordo strada, dove si formano torrentelli che rigano il tratto finale dell’ascesa. Ci facciamo giocosi e sorridenti selfie e alcuni minuti dopo riaccendiamo i motori solo per spostarci ad uno dei rifugi presi d’assalto dalle centinaia di persone che con ogni mezzo hanno raggiunto il Passo dello Stelvio. Neanche a dirlo i più soddisfatti e chiassosi sono i ciclisti, che non senza merito, si pavoneggiano coi compagni di avventura, che magari hanno staccato emulando gli eroi del giro d’Italia. Anche per noi è bello essere lì, per quanto la fatica, per quanto intensa non è certo paragonabile e non perdiamo l’occasione per brindare con una buona Forst alla spina a 2757 m.

Ancora qualche scatto all’inimitabile panorama, compro il magnete da frigo che attesta il mio passaggio da qui e ad un’ora esatta dal nostro arrivo giunge il momento di scendere in territorio lombardo. Zigzaghiamo cauti nella folla che riempie anche la sede stradale, fra ristoranti e negozi di souvenir e in men che non si dica sentiamo la forza di gravità imporre l’accelerazione della discesa.


La SS38 scende ripida verso Bormio, anche se non ha nulla a che vedere con l’impervia via del lato altoatesino. Qui la strada si mantiene quasi sempre più larga e i tornanti scorrono ampi a disegnare traiettorie decisamente più gradevoli, meno impegnative e più scorrevoli, poco sotto il filo delle creste montuose che segnano il confine con la Svizzera. Raggiungiamo in un batter d’occhio la IV Casa Cantoniera dello Stelvio, in prossimità del crocevia che proseguendo in direzione Canton Ticino porterebbe rapidamente al valico dell’Umbrailpass, ma a quel punto svoltiamo secchi verso sinistra per mantenere il taglio lungo la verdeggiante Val Braulio, che ora si apre ariosa e luminosa sotto di noi. La strada scende ripida, ma ancora godereccia fra semicurve e un panorama sempre mozzafiato, che prima di una serie di stretti tornanti, si chiude su una parete rocciosa da cui salta nel vuoto il torrente che da il nome alla vallata, in uno spettacolare balzo di diverse decine di metri. Procediamo vigili, ma inevitabilmente incantanti dal meraviglioso spettacolo chi in questo scorcio ci offre madre natura e che di lì a poco potremmo comodamente ammirare in un lungo e poco pendente rettilineo fra mucche al pascolo e l’impetuoso scrosciare del torrente. Ci imbattiamo in anguste e buie gallerie, dalle affascinanti pareti che lasciano in bella mostra la roccia viva e spigolosa. Ci arrestiamo prima dell’imbocco di una di queste, regolamentata da un semaforo che obbliga al senso unico alternato. Arriviamo poco dopo a Bagni di Bormio, poi tocchiamo di sfuggita l’abitato della celeberrima Bormio. Senza troppi indugi, ma solo dopo un rapido controllo dell’itinerario fatto senza nemmeno mettere il cavalletto, corriamo veloci verso il secondo grande passo della giornata, risalendo ora la corrente del Torrente Frigidolfo, che di lì a poco vediamo buttarsi nel fiume Adda, proprio mentre noi lasciamo definitivamente la SS38, per percorrere la SS300.

Il fondo non è dei migliori e la strada è stretta, ma la salita è quasi sempre blanda verso Santa Caterina, dopo aver passato Teragua e San Gottardo. Il Torrente è una compagnia costante e col passare dei Km torniamo a scoprire un ambiente più montano. Pascoli rigogliosi, si alternano alle rocce che diventano via, via sempre più presenti. Se l’asfalto non fosse così malconcio qui ci sarebbe da rilassarsi nella guida, visto che difficilmente s’incontrano altri mezzi durante il tragitto e la strada è sì a tratti molto stretta, ma non offre praticamente mai curve pericolose. Solo qualche tornante lungo la strada che si dirige verso Lago Bianco, che si apre a sorpresa, lungo una spianata sotto le cime che chiudono la vallata alla nostra sinistra. Lo specchio d’acqua ci si presenta all’improvviso nella sua silenziosa calma e annuncia che siamo praticamente giunti in cima. Nel frattempo il cielo s’è annuvolato e la temperatura è per questo un po’ diminuita, per quanto rimanga più che gradevole, anche quando dopo pochissimo raggiungiamo i rifugi che segnano l’arrivo al Passo Gavia.


Parcheggiamo fra le decine di moto che si sono inerpicate qui, fino a 2618 m e al nostro secondo passo giornaliero decidiamo che ci meritiamo una sosta. Siamo nel primissimo pomeriggio e fra poco dovremmo decidere come continuare la nostra avventura. Foto di rito a testimonianza del nostro passaggio in questo luogo magico, una birretta (…una Moretti…ahi, ahi, ahi…), qualche scatto ai panorami anche qui indimenticabili e dopo meno di mezzora riprendiamo la via in direzione Ponte di Legno. Discesa spettacolare fin da subito. Strada d’altri tempi, più volte resa mitica dalle imprese dei ciclisti impegnati nel Giro d’Italia. Rispetto alla salita da Bormio, qui le pendenze sono più marcate e la strada è senza barriere. Spesso fra la strisciolina di asfalto malconcio e le profonde scarpate che si aprono a valle ci sono solo rocce appuntite, sistemate a ‘mo di segnavia. Incontriamo subito il suggestivo Lago Nero, appena sotto la sommità del passo. In alcuni punti la strada si restringe a tal punto da impedire il passaggio in contemporanea di un auto e una moto/bicicletta. Si tratta dei Km probabilmente più emozionanti fra i tanti già percorsi dal mattino precedente. Abbiamo anche l’occasione di ridere grazie ad un centauro Austriaco, che galoppa (è proprio il caso di dirlo), su un vecchio BMW con la sella ricoperta da un lungo pelo bianco. Due macchine tedesche s’incastrano stupidamente in uno dei pochi tornanti stretti e siamo tutti costretti a fermarci, lui si gira e ci dice in perfetto italiano “che vuoi farci…son tedeschi!”. Ridiamo a crepapelle e finalmente i due automobilisti teutonici riescono a procedere; quello che ci precede finalmente capisce che accostare per farci passare è una buona idea e così, percorriamo l’ultimo tratto che torna ad immergersi nel verde. In lontananza iniziamo a vedere cabinovie e il brulicare del turismo: arriviamo alle porte di Ponte di Legno e ci fermiamo all’ombra dei 3014 m dell’imperiosa Cima di Salimmo.

Un panino e una Forst (piccola), benzina per la Forty Eight e un dubbio da sciogliere, anzi, “IL” dubbio: adesso cosa facciamo? Le opzioni sono due: iniziare la discesa verso Sud procedendo in direzione Brescia o percorrere il terzo passo della giornata e rientrare in Trentino attraverso il valico del Tonale? Mastichiamo e spulciamo le offerte di stanze adatte all’una e all’altra esigenza. Leggiamo di temperature torride già ai margini del piano padano e questo ci spinge a concentrare le nostre ricerche in Trentino. Pare tutto satollo come un uovo (sai com’è…è il 13 Agosto e sono quasi le tre del pomeriggio…), poi d’improvviso troviamo e confermiamo una camera pochi Km a nord di Riva del Garda: la nostra nuova destinazione è Fiavè!

Aver deciso come procedere ed aver trovato tutto sommato a buon mercato la soluzione, ci rinvigorisce quasi come il panino alla cotoletta e la birretta che spariscono in pochi istanti, esattamente come i nostri profili lungo la strada da cui eravamo arrivati poco più di mezzora prima. Risaliamo lungo il torrente Narcanello fino all’incrocio che svoltando a destra ci porta a percorrere l’ampia SS42. Sopra le nostre teste cabinovie e cime aguzze, boschi e di fronte un percorso più che agevole, soprattutto se paragonato a quello che ci siamo lasciati alle spalle per valicare il Passo Gavia. Quando arriviamo al Passo del Tonale ci pare di entrare a Las Vegas e quasi infastiditi dal frastuono del turismo colorato e chiassoso, sfuggiamo rapidi alle ventate al gusto di patatina fritta e wurstel e alle multicolori bancherelle di souvenir che si affacciano a ripetizione sul lungo rettilineo pianeggiante, che poco sa di Passo Alpino. La calamita del Tonale non merita di stare sullo stesso frigorifero di quelle di Stelvio e Gavia e non ci penso nemmeno a fermarmi e il rapido sguardo d’intesa del mio compagno di viaggio conferma che anche per lui il pensiero è lo stesso. Usciamo dal frastuono delle vacanze e torniamo ad assaporare il rombo delle nostre moto. Il traffico è intenso e la strada oltre che molto larga, ha il fondo perfetto, ma le curve sono traditrici e la pendenza suggerisce di non esagerare con l’andatura. Di ben altro avviso sono le decine di smanettoni che ci superano e che incrociamo intenti in pieghe radenti e spesso rischiosamente vicine a guard rail, auto e autobus di linea. Da Las Vegas ad Indianapolis…siamo felici quando la strada inizia a spianare e i diversi abitati costringono ad un ritmo più blando un po’ tutti: Fraviano, Vermiglio, Fucine. A Cusiano ritroviamo il Torrente Noce, che qui assecondiamo nella discesa a valle e attraversiamo assieme alle sue acque limpide, Pellizzano, Piano, Mestriano e Mastellina.

Giunti a Dimaro superiamo a passo d’uomo il centro abitato immettendoci sulla SS239, lasciando così la trafficatissima SS42 e ricominciamo a salire e a trovare tornanti. La strada si stringe un po’, ma rimane comunque larga ed agevole. Leggo il cartello che indica la svolta per Costa Rotian e mi viene in mente di una bellissima vacanzuola invernale sulla neve con amici, di qualche anno prima. Dopo tanti paesi a formare un continuo di case e via vai di turisti, ricominciamo a sentire il profumo dei boschi, dentro i quali ci immergiamo a suon di tornantoni in rapida successione fino a Folgarida prima, Campo Carlo Magno poi e giù di nuovo fino a lambire Madonna di Campiglio lungo la scorrevole via che ci permette di godere di fresco e di riposare le braccia provate dalle tante curve della giornata che anche qui non mancano. In verità ora la tortuosità del percorso ci permette di danzare senza grandi sforzi e a velocità di crociera; la marcia è priva di scossoni e frenate troppo brusche, se non di rado a causa del traffico che in alcuni tratti diventa copioso e quindi fastidioso.
Scendiamo continuando a seguire la SS239 e alla nostra sinistra possiamo godere dell’affascinante possenza della Cima Tosa (3163 m) e del gradevole sculettare della via. Ancora borghi e paesi dai campanili aguzzi e tetti spioventi: Palù, Sant’Antonio di Mavignola, Carisolo, fino a Pinzolo, dove purtroppo tocca infilarsi nella congestionata via centrale, da cui riusciamo ad uscire solo dopo aver saltato interminabili file di auto incolonnate. Alla nostra destra il fiume Sarca ci accompagna fuori da questo piccolo inferno e appena ci sentiamo fuori pericolo, ci fermiamo in uno spiazzo per verificare la mappa, lungo la statale ora rettilinea e pianeggiante, che ben poco ha a che vedere con lo splendido paesaggio nel quale siamo bene o male rimasti immersi fin dalla mattinata.

Giustino, Massimeno, Caderzone, Boccenago, Spiazzo, Pelugo, Vigo Rendena, Darè, Iavrè e a Ponte Rendena ci avventuriamo verso Preore lungo la SP34. Toniamo a trovare una strada in costa al pendio e più tortuosa. Ci sbagliamo, ci fermiamo, controlliamo, torniamo indietro. Qui non si vedono più le alte cime e gli strapiombi grigi delle Dolomiti, ma siamo comunque ben lungi dal brulicare delle città e in questo angolo, anche del possente turismo agostano. Sbagliamo ancora, ricontrolliamo, ripassiamo per Preore, dove alcuni anziani abitanti incuriositi dal frastuono fra le strette vie del paesino, si affacciano dai cortili e ci guardano dubbiosi nel nostro vagare. Finalmente riusciamo a raccapezzarci e scendiamo fino a Zuclo dove finalmente, lungo la SP222, raggiungeremo l’ennesimo passo della giornata: dopo una lunga e piacevole passeggiata nella strada che dolcemente sale fra i boschi scavalliamo a 1000 m giusti Passo del Durone (o Passo Duron). Prati verdeggianti, turisti a godersi il fresco in un ampio spiazzo incastonato fra bassi e boscosi colli e la sera che sta per arrivare. Siamo molto stanchi ed iniziamo a desiderare di arrivare velocemente a destinazione. Non manca molto. La strada scende rapida, ma agevole fino all’incrocio con la SP5 nei pressi di Marcè. Un’ultimo controllo alla mappe e via, di filata lungo i pochi Km finali che mancano per giungere all’Hotel Genzianella nel cuore della silenziosa Fiavè. C’è un cielo stranissimo sul paese trentino, nuvolette che non paiono minacciose e si perdono all’orizzonte, lungo le vallate e scontrandosi coi picchi che da qua sembrano lontanissimi, ma che solo poche ore prima potevamo quasi toccare con un dito. La serata sarà piacevolmente allietata dalla compagnia di un gruppo di Motociclisti, che vista la lunga esperienza (Agostino ha 63 anni e il resto del gruppo si aggira sui 55), colorano di racconti d’altri tempi il post cena.

Giorno 3
A dispetto della stanchezza e dei piccoli bagordi della sera prima, ci svegliamo di buon’ora. Altra colazione da campioni e testa al ritorno che si prospetta caldo. Siamo ancora immersi nella piacevole quiete di questo paesotto a due passi dall’estremità nord del Lago di Garda. La mattinata è fresca, ma limpida. Facciamo due passi, riempiamo la borraccia dell’acqua alla fontanella vicino alla chiesa, poi iniziamo a congedarci con gli amici liguri che cartine alla mano, cercano il modo migliore per procedere il loro itinerario. Ci scambiamo gli ultimi suggerimenti su itinerari delle rispettive località d’origine, diamo appuntamento ad Agostino alla fiera dell’aceto balsamico di Spilamberto, visto che ci dice non ne sbaglia una e dopo aver salutato tutti, riaccendiamo il motore e riprendiamo la strada verso sud, imboccando subito la SS421.

Inaspettatamente ci troviamo a percorrere un piacevolissimo itinerario fatto da curve morbide, strada curata e nel bel mezzo di una verdeggiante vallata, dove ci carichiamo dei profumi del bosco e del fresco, che a breve rimpiangeremo più di ogni altra cosa. Dopo la strettoia dovuta al passaggio nel centro della piccola Torbiera, continuiamo in lieve ascesa e in piacevole crociera fra pascoli e pinete, fino ai 750 m del Passo del Ballino, dove inizia la discesa verso il cristallino Lago di Tenno, che si apre suggestivo alla nostra sinistra, poco prima di attraversare Villa del Monte. Qui la strada inizia a scendere in maniera più decisa e fra non molto ci troveremo di nuovo ad affrontare larghi tornanti, che bruscamente ci riporteranno ad altitudine a due cifre. Al profumo della macchia, inizia a mischiarsi quello tiepido del lago, di cui dopo non molto vediamo brillare al sole sotto di noi l’estremità nord, incastonata fra le montagne, proprio dietro il Castello di Tenno, che assieme alle vele che lo solcano e i monti che vi si specchiano creano una bucolica e strabiliante composizione di un quadretto da cartolina, che però non mi do il tempo di fotografare (e me ne pento pochi minuti dopo, ma quando la discesa ripida porta ad una prospettiva ormai compromessa).

Scendiamo le ultime ripide svolte attraverso Cologna, Gavazzo ed infine Varone, prima di essere di nuovo catapultati nel frenetico turismo e dall’urbanizzazione intensiva di Riva del Garda, dove ci fermiamo per rifornimento e caffè ad una periferica stazione di servizio. Ormai abbiamo deciso di rientrare lungo la sponda lombarda del Benaco e ciò sappiamo che comporterà certamente tratti piuttosto trafficati, ma in questi giorni schivare la ressa stradale in zone così diffusamente turistiche è praticamente impossibile, se non, forse, nelle ore notturne. Siamo a metà mattinata e il caldo è già a livelli fastidiosi, ma viaggiando l’arietta che sale dallo specchio azzurro, aiuta a rendere più piacevole il percorso.

Dopo pochissimo inizia la serie di dentro e fuori dalle gallerie della Gardesana orientale, che soprattutto nel secondo tratto offre comunque tratti suggestivi, offerti dalle aperture sulla parete fronte lago, che lascia entrare aria, luce e riflessi colorati. In altri casi le gallerie sono piccoli tormenti al gas di scarico, ma per fortuna il traffico è piuttosto scorrevole, seppur a velocità piuttosto moderata. Le gallerie hanno almeno di positivo il riparare dal sole che ora spinge violentemente e ce ne accorgiamo nell’attraversare la zona corrispondente a Limone del Garda. Ancora turisti che sbucano da ogni dove, con ombrelloni, infradito e borse frigo, prima di sparire nella vegetazione che copre le calette e le spiaggette che intravediamo nella prospettiva larga alla nostra sinistra. In lontananza lo spettacolo delle vele da Kitesurf: fazzoletti colorati che svolazzano sopra al blu intenso e che catapultano in piroette aeree i corpi dei “piloti”, che a volte vediamo schiantarsi in piacchiata nell’acqua. Da qui non fa male, da là dev’essere tutt’altro che piacevole.

Più scendiamo, più le nostra soglia sul lago si allontana da quella opposta. Il panorama non cambia e la strada alterna tratti all’aperto a quelli in galleria. Un camion rischia d’incastrarsi e impone al serpentone di cui facciamo parte una breve, ma comunque antipatica sosta in galleria. Passato l’ingombrante mezzo, ripartiamo sollevati e ci imbottigliamo nel peggiore dei gironi infernali dei tre giorni su strada: la fila diventa unica, per più di 20, forse 30 Km. La scorriamo nel centro della strada a bassa velocità. Ci cuociamo col sole e col bollore dei motori che non sanno dove sfogare potenza e temperatura. Ci vorrà più di un’ora per superare il devastante imbottigliamento, che inizia più o meno all’altezza di Toscolano Madederno e dal quale non riusciamo ad affrancarci prima di Padenghe, a sud di Salò, in direzione Desenzano, dopo molte bestemmie, sudore e chilometri sofferti a furia di prima, seconda, stop. Salutiamo il lago senza rimpianti, anzi con un grande sospiro di sollievo e ci concediamo una sosta ad un chiosco gestito da due rudi e diffidenti Signore Gardesane, per rifocillarci e rifiatare. Siamo pronti a buttarci a Sud lungo la collinare SP25 in direzione Lonato.
Rieccoci dunque a fare i conti con il Piano Padano. Anche se leggermente più ad Ovest rispetto all’andata, ci ritroviamo a percorrere lunghi rettilinei fra cascine e paesi scrostati, che a causa dell’orario paiono disabitate. Quasi nessuno lungo le strette viuzze di campagna che si snodano fra poderi. Riprendono i dispetti dell’andata con le curve che sono lì solo per ricordare i confini e schivare fossi carichi dell’acqua necessaria a dare sostentamento idrico all’assetata agricolutura. Di fronte a noi ancora la tavola piatta e monotona, battuta dal sole che oggi picchia come una squadra di serie C che deve salvarsi all’ultima giornata di campionato. Siamo ormai immersi in aria e colori caldi che scazzottano con i ricordi delle verdeggianti, fresche, rigogliose foreste di abeti e pini che solo poche prima avevano accompagnato il nostro viaggio fino sulle rive del Garda, mentre all’orizzonte, anche se ancora invisibili, i nostri Appennini e non più le Alpi. Scendiamo fino a Castiglione delle Stiviere tramite la SP25,che ci fa conoscere anche i nomi di Cominella ed Esenta, poi nuova sosta per il rifornimento, e dopo un po’ di giravolte a vuote per orientarsi (non ci sono montagne o colline…almeno mettete i cartelli!), via, lungo la SP10, prima, SP8 dopo Medole in direzione Sud fino a Castel Goffredo (quanti ricordi per me…).
Qui, causa una deviazione obbligatoria per lavori e soprattutto per la stanchezza che ormai ci fa sperare di trovare strade più note, complice la proverbiale assenza di segnaletica chiara e l’ovvia mancanza di punti di riferimenti visivi (campanili tutti uguali a parte, nulla supera i 10 metri di altezza), ci incasiniamo. Sarebbe più corretto dire che, nonostante il navigatore che consultiamo all’ombra di un albero, ci siamo letteralmente persi. Non prima di essermi cuccato anche una puntura d’ape mentre percorrevamo il dritto senza orizzonte della SP6. Penso ai fatti miei e cerco di carpire indicazioni utili, di una zona che tanti anni prima avevo battuto in lungo e in largo…troppi anni prima. Qui il panorama offre solo le coltivazioni di pomodori della Mutti, capannoni, stalle e viuzze che guizzano verso l’interno di campi sterminati. Sono assorto, quasi ipnotizzato dal rombo vibrante della moto in sesta polleggiata già da una manciata di Km, quando una fitta urticante infiamma il gomito sinistro. Capisco, picchio, mi fermo al volo, getto la giacca di pelle e trovo un bel pungiglione piantato nella ciccetta molle sotto la piega fra braccio ed avambraccio, a testimoniare che un’ape ha avuto la mira di centrare l’apertura al polso (cerniera spalancata al massimo per il gran caldo), per poi e questo non me lo spiego, risentirsi con me. Il sale dei lacrimoni arriva a pizzicare sulle labbra arse dall’aria calda, che lattiginosa sferziamo ormai da ore, dalla sete e ora increspate in una smorfia che tenta invano di chiudere il passaggio ad una mitragliata d’imprecazioni. Pochi minuti e il bruciore si cheta. Ripartiamo nel tentativo di ritrovare la via più breve verso il tragitto che ci eravamo prefissi. Non sarà facile e onestamente devo ammettere che qualche passaggio mi sfugge a tutt’oggi anche osservando lo stradario più puntuale.
San Martino Cusnago, Piubega, Gazoldo degli Ippoliti, Pioppino, poi, ecco il Fiume Oglio e ancora pianura senza fine, aridità, desolazione e strade dritte, strette, spesso frantumate dal passaggio dei camion che anche oggi incontriamo carichi di San Marzano pronti a rifarsi vivi nei nostri piatti di spaghetti al tonno o sulle nostre pizze. Solo a Gazzuolo sono finalmente certo di aver preso la via giusta. Col compagno di viaggio che mi segue con ormai ovvia, malriposta fiducia ci scambiamo segni di distensione, quando finalmente leggiamo il cartello stradale che indica Viadana e Reggio Emilia. Eccoci di nuovo sul grande fiume. Dal ponte vediamo un ombrellone piantato, in solitudine e con coraggio mostruoso. Pare insufficiente per parare dal sole che scende a valanga sull’enorme spiaggia di sabbia sulla riva reggiana, che la scarsità di acqua ha reso paragonabile a quella di Rimini. Rieccoci in Emilia, dopo aver percorso la SP59 e attraversato Squarzanella, Corte Merlenga, Bellaguarda, Casaletto, Gebolina, fino all’innesto sulla SP358 che percorriamo giusto per il tempo del ponte sul Po. Cambia il numero di strada in SP111, ma non cambiano i panorami e la desolazione di questo lunedì pomeriggio feriale, ma di ponte fra la domenica e il Ferragosto. La pianura Reggiana è identica a quella mantovana e solo i nomi delle borgate e dei paesi che possiamo leggere sulle indicazioni sempre scarse, rassicurano sul fatto che ormai manca poco per arrivare a casa.
Brescello, Poviglio, Campegine. Ecco in lontananza la fila di pioppi che adombra la sagoma dell’amata Casa Cervi e via verso la Via Emilia, fino a Sesso e poi Reggio Emilia, dopo un’altra breve sosta per rifornimento nel bel mezzo del nulla. Ormai non c’è più nulla di nuovo da vedere e ancor meno da chiedere al nostro viaggio, ma siamo prosciugati dall’arsura e quando solo s’intravedono le colline e finalmente leggiamo i nomi dei passi nostrani, ancora lontani, ma già indicati dai cartelli stradali, ci concediamo un riposino con gelato nella periferia ovest di Reggio Emilia. Siamo a due passi da casa, manca solo circumnavigare la Città del Tricolore verso Sud Est e a Buco del Signore imboccare per l’ennesima volta la bassa (SP66), che attraverso Sabbione, Arceto e Casalgrande ci riporterà nel cuore di Piastrella Valley. Le ciminiere fumanti delle imperterrite fabbriche di piastrelle ci danno il benvenuto e ci fanno capire che non ci sono più dubbi. Il sofferente Secchia scorre sotto al ponte della Veggia e la torretta della Marazzi è stagliata sull’orizzonte, come sempre, da che mi ricordo. Siamo a metà pomeriggio e siamo a casa. Sassuolo è polverosa e semideserta e un vento caldo fa scorrere sulle nostre teste nuvole di panna montata. Con un cenno della mano io e e Paolo ci salutiamo. Metto la freccia a sinistra, lui procede dritto e suona il clacson per sottolineare il saluto. Il mio passo successivo lo faccio per entrare nella doccia di casa, che mi accoglie solitaria, silenziosa e quasi addormentata sotto il sole cocente di una città imbalsamata dalle ferie. Prima di aprire il rubinetto, allungo l’orecchio e posso sentire al di là dalla finestra socchiusa il classico ticchettare degli scarichi roventi del Dyna Low Rider che si raffreddano, poi eccomi sotto l’acqua che scende e lava via sudore, polvere, fatica e puzza di benzina. Chiudo gli occhi e rivedo l’immenso delle Alpi, sento il gusto penetrante e amaro delle Forst, l’emozione di strade storiche e impervie e tutto il piacere che sta nell’essenza stessa di una meravigliosa zingarata motociclistica fra strade, montagne, pianure, sapori, lingue e persone. Il contachilometri segna 826.6 Km totali, sarebbe bello avere il contacurve, penso, mentre accendo il ventilatore…e pensare che sullo Stelvio dicono che abbia da poco nevicato…


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