Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Il giro del miele – Sandro Campani (Einaudi – 2017)

Ci ho messo parecchio a leggere questo libro e moltissimo ho rimuginato sull’opportunità di scrivere o meno due righe con l’intento di farlo conoscere a chi già non ci fosse arrivato per i fatti propri.

Le tempistiche di lettura dilatate sono da imputare esclusivamente a me e alla mia ormai proverbiale mancanza di tempo/concentrazione per dedicarmi con cognizione a questa pratica, mentre la titubanza nello scriverne deriva da una sorta di pudore e di timore reverenziale.

Pudore: perché si parla figuratamente anche di me. Non direttamente, chiaro, ma  nel nostro emilianissimo modo di esprimersi, si scrive di terre in cui vivo e che frequento; dell’Appennino Emiliano, che ritengo mia seconda casa; della Città che mi ha dato i natali, che è la prima che incontri alla bassa, tanto che nella bassa, quella vera, pensano sia in montagna, dove sono cresciuto e nella quale a tutt’oggi insisto a sentirmi radicato, nonostante inquinamento e brutture varie. Seppur camuffandogli il nome, si descrive a menadito perfino la serata tipo del locale in cui per anni ho messo i dischi. Pudore, quindi, perché mi hanno insegnato che non sta bene parlare di sé, anche se poi mi sa che non faccio altro e quindi, questa non sarà che l’ennesima scappatella a questo precetto.

Timore reverenziale: perché io e l’autore del libro, ci saremo certamente incontrati molte volte. Condividiamo contatti su Facebook, amici e probabilmente alcune passioni, forse l’amore per qualche gruppo musicale o almeno canzone, ma non ci conosciamo. Proprio nel senso, che (e starò per fare una figura di merda atomica), io non ricordo che nessuno ci abbia mai presentato e che quindi sia mai capitato di parlare direttamente. Cosa c’entra, direte voi? Mica si ha timore reverenziale di Cognetti o di Kafka solo perché non li si è conosciuti. Infatti, ma qui la cosa stride nella mia testa, mi fa strano: mi sembra addirittura innaturale.  Il timore reverenziale è comunque legato al fatto che mi spiacerebbe deluderlo e quindi perdere l’occasione di approfondire la conoscenza fra noi. Non so spiegarvi di più e non vado oltre, perché c’entra col mio modo di leggere questo libro, ma non con il libro stesso, ovviamente. Forzerò quindi i timori e sfiderò il rischio di giocarmi un’amicizia preventivamente.

Mettete dunque il vento, che a chi conosce il nostro Appennino non penso gli si debba spiegare che è una roba da non credere quando ci si mette per davvero. Un’ira di dio che piega alberi alti decine di metri e li costringe ad inchini per baciare per terra con le cime. Se sono abbastanza elastici nel farlo, una volta finito il tutto, seppur rintronati dallo strapazzo, possono tornare a dar riparo agli scoiattoli e a fare ombra ai villeggianti; altrimenti non resta loro che diventare legna da ardere per i camini, come quello a fianco del quale si sviluppa il racconto. La grappa, l’amicizia e l’intimità della notte fanno il resto.

Storie che non si possono tenere nascoste nelle comunità dei nostri paesi di montagna, perché “tutti” le conoscono nella vigliaccheria dei propri sospetti, ma che non sono veramente vere finché non le si racconta, non le si spiega. Fino a quando non c’è l’ammissione dei protagonisti troverete sempre qualcuno pronto ad immolarsi per gridare che sono solo chiacchiere. Le chiacchiere, purtroppo, fanno più male e più danni delle verità e soprattutto, spietatamente, accendono i riflettori solo su ciò che le rende avvincenti, interessanti da raccontare, tramandare, segnando indelebilmente vite e a volte corrodendole dall’interno e il tutto, spesso, solo per noia e perché per sconfiggerla si volevano solo fare due chiacchiere al bar. Storie fatte di giravolte, ghirighori, avanti e indietro, che si legano solo con la pazienza, l’ascolto e la fatica di non cedere al sonno. Per sapere non basta digitare su wikipedia e correre a condividere. Attorno ai tavoli robusti fatti a mano delle vecchie cucine in montagna, non è come quando ci si siede su una Ivar dell’Ikea in un salotto di quelli dal sapore Vintage giù alla bassa: qui si deve dare il tempo al tempo. Ci si prende quello necessario per spiegare bene e far sì che gli incastri funzionino alla perfezione. Discussioni artigianali. Curate nel minimo dettaglio e a tratti con pignoleria o magari col vezzo dell’estetica: un ridondante e romanticissimo vaffanculo all’imperio del pragmatismo twitteriano.

Un libro dolce e non grazie al miele che trova spazio nella storia, oltre che nel titolo, ma perché fa emergere da scorze dure, provate e sgangherate dal tempo, un’umanità che nella retorica delle buone maniere cittadine non si trova nemmeno più con la più raffinata tecnologia. L’App non l’hanno ancora inventata e non lo faranno mai, perché sarebbe inventare il più improbabile degli ossimori. Una dolcezza che passa dal sapore del sangue, quindi dall’amaro di manrovesci all’anima e ammissioni di colpa. Quelle vere, profonde, salate, consapevoli e dunque inconfutabili. Non quella cianfrusaglia eredità dei sensi di colpa, buoni solo a tenere basso il volo dei parrocchiani più ingenui, mentre quelli più sgamati si fanno frettolosi segni all’altare, per tornare a far la spola fra peccati e perdoni.

Leggetelo, davvero. Vi emozionerà, anche se non siete mai stati in appennino, in Emilia o all’Oas…scusate, all’Ossian. Ne sono certo.

 

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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