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Più che altro per non dimenticar(Si)


D.A.SPO.: polvere sotto il tappeto.

Frequento gli stadi da moltissimi anni. Dal 1989 in solitaria, cioè non accompagnato da adulti.

Fino ad una decina di anni fa rigorosamente in Curva Sud: prima al Mirabello, poi a quello che noi tifosi della Reggiana continuiamo a chiamare impropriamente, ma con cocciutaggine tifosissima e quindi giustificatissima, Stadio Giglio. Ho una sfilza di abbonamenti e di biglietti che conservo da vero feticista a memoria della mia inossidabile fede Granata, che non solo resiste, ma da pura qual è, s’è rinvigorita in questi anni con la squadra che porta il nome della mia Città (ma io ritengo, non della mia Città), è in serie A. Ma al cuor non si comanda. Non apro altri discorsi (non ora) su cosa ne penso della ormai celeberrima diatriba in atto con la Mapei.

Dico dieci anni, ma magari son nove o undici, poco importa, fatto sta che circa quegli anni lì mi separano dalla Curva. Sarò anche invecchiato e bla, bla, bla, ma la verità è che in Curva non ci vado più volentieri per altri motivi. Sarò poco simpatico e sono consapevole di non raccogliere l’appoggio di molti amici e conoscenti, ma non so proprio essere a mio agio in un posto di cui, visti i miei lunghi anni di militanza, conosco le famose “regole non scritte”. Il “codice di comportamento”. So tutto e proprio per questo non ci vado: perché questo “codice” per me è una stronzata.

In molti confondono l’amore viscerale e passionale per una squadra, con quella che sento chiamare ormai da tempi immemori con “mentalità ultrà”. Il tifo è una malattia di quelle cattive, che ho preso e da cui non guarirò mai. Vi dirò: sono felice di averla. Io quando la Reggiana perde, che sia con la Juve in serie A o con la Tritium in Lega Pro, che è poi la serie C, sto male uguale e quando esco dallo stadio sia che si sia vinto con l’Inter che con la Feralpisalò, sono felice. Eh, roba che non si spiega l’amore…chi non lo ha provato non può capire. Ma questa cosa della “mentalità ultrà”, per me è una stupidaggine sovversiva. Usa l’amore del tifoso per fare altro. Proprio così: è sovversione! Io, come ammettevo prima, sono tifosissimo, ma non un sovversivo. Sono fatto così. Detesto i sovversivi, quelli che non rispettano le regole e rapiscono rendendo zone franche, spazi nati per tutti. Amo i colori, i cori, le bandiere. Non sono uno di quelli che vuole tutti a sedere, a battere le manine in fila. Sono uno che si scalda alla partita  e se non ci sono bimbi intorno, si lascia andare anche a qualche imprecazione non proprio in stile Gianni Brera. Ma la mentalità ultrà nasconde la volontà di sovvertire regole base della civiltà. Regole in cui credo e che nel mio piccolo provo a difendere. E non mi sta bene subirle. Ok, lo stadio non è un Teatro e non deve nemmeno esserlo, ma non dovrebbe nemmeno divenire uno scannatoio in cui arroganza e prepotenza possano scorrazzare liberamente. Ciò che invece, spesso, ho visto accadere. Più in Curva che in altri settori. Ma non solo. Lo dico perché non ci si azzardi ad attaccarmi su questo. Ripeto: vado allo stadio dall’89 e mi son fatto abbastanza trasferte per avere un’opinione, contestabile idealmente, ma non certo basata sulla percezione.

Ho abbandonato la Curva molti anni prima di fare l’abbonamento assieme a mio figlio di 6 anni, nei Distinti. Ho perso, perché son troppo piccolo e l’arroganza ha vinto, cacciandomi. Compromessuccio e vado lo stesso alla mia cerimonia domenicale (anche se adesso non si capisce più quando giocano nemmeno in C), amareggiato, ma poi al primo gol del mago Cesarini, passa.

Perché purtroppo, allo stadio se non accetti le regole non scritte di coloro che si fanno chiamare Ultrà (o da una grande parte di loro), non ci devi andare. Dicono le cronache che si tratta dei soliti, pochi facinorosi a fare i danni ed in effetti spesso è vero. Ma in realtà in quanti pensano che sia sbagliato davvero? In quanti dicono che non è giusto che allo stadio per entrare perquisiscano anche mio figlio di 6 anni, che ho guardato la Stewart e le ho detto che non s’azzardasse a toccarlo ed è arrivato un Carabiniere e gli ho detto la stessa cosa e per fortuna hanno capito che stavano esagerando. In quanti capiscono veramente dove sta il problema? Che non è essere Ultrà o meno di per sé: non sono le bandiere, i fumogeni, nemmeno il linguaggio da scaricatore di porto, gli sfottò e i gestacci. È il non voler riconoscere che quel posto non è su marte, ma sulla terra e non è che entrando lì le cose cambino o meglio: abbiano il diritto di cambiare.

DASPO

Il problema reale è talmente ignorato, anzi accantonato che quelli come me, che amano il calcio, il tifo e la festa che ne può conseguire, pur di poter andare allo stadio, si trovano a subire torti inutili e trattamenti inaccettabili, sospensioni dei diritti comuni, vigenti solo pochi metri più in là, per la strada: metaldetektor, non poter avere una bottiglietta d’acqua nella borsa, tornelli, prefiltraggio con documento alla faccia di Schengen, tessera del tifoso (anche per mia figlia di 3 anni e naturalmente per quello di 6: due noti e clamorosi facinorosi)…tutte cose che non servono a niente e lo dimostrano i fatti. Solo una coperta corta con cui coprirsi gli occhi, mentre si prende freddo ai piedi.

Fare qualcosa, per far vedere che si sta facendo qualcosa.

Tipo il D.A.SPO., che così su due piedi sembrerebbe anche funzionare. Sta per Divieto ad Assistere alle manifestazioni Sportive. In soldoni: fai a botte allo stadio, per punizione tu allo stadio non ci vai più per un po’: 1 anno, 2 anni, 3 anni. Al netto del fatto che per prendere questo provvedimento basta rispondere male ad un Agente (tipo come ho fatto io per la storia di mio figlio), ma di media potrebbe anche funzionare. Solo che poi queste persone, in punizione, non possono andare allo stadio a fare danni, ma fuori sì. Chiaro che se ti beccano in recidiva tutto si aggrava, ma il fatto è che anche questo è un bel modo di buttare la polvere sotto il tappeto. O spostarla nell’altra stanza, perché chi trova logico scannarsi per la mentalità ultrà (che ripeto, non è amore per la maglia, per la squadra e i propri colori, ma questo lo usa solo come tramite per uno spirito sovversivo!), non cambia idea se messo in punizione, anzi se ne vanta di essere andato in punizione. È una medaglia da esibire.

Insomma, il D.A.SPO. non funziona veramente, come spesso accade per strumenti validi, ma lasciati ad operare in totale isolamento da un contesto che preveda un pre (educazione) e un post (rieducazione). In fin dei conti non serve a far altro che arginare al momento, ma non interviene sull’elemento culturale, vero e fondamentale del principio sovversivo che ha trovato humus a gogo negli stadi, ma che non nasce negli stadi e non rimane negli stadi. Ci basti leggere le notizie di cronaca per rendercene conto.

Io non ho soluzioni, se devo dirla tutta. Penso che lo stadio sia lo specchio della società che sta andando in vacca, soprattutto  in ambito di rispetto dei rapporti fra persone che ha lasciato il posto ad individualismo, squadrismo, bullismo e prepotenza come vie facili e trafficatissime. Niente soluzioni immediate come piacciono adesso, perlomeno. Perché adesso amiamo tutti avere delle prese di posizione forti, punitive e intransigenti. Cosa importa se non funzionano e il problema è forse arginato, ma di certo non risolto e quindi se ogni tanto scoppia una bomba qua, una là e va a culo prendersi la deflagrazione in faccia o meno, nonostante non si c’entrasse nulla, si passasse lì per caso, anzi, per sfiga.

Cosa importa se il D.A.SPO. non funziona nel profondo e nella realtà. Basta che faccia scena! Il machismo militareggiante della giusta punizione, che guarda caso è lo stesso che alimenta la sovversione insita nella mentalità Ultrà. Giustizialismo e abbandono di percorsi duri, difficili, impopolari ,ma veramente profondi.

Ma avete ragione, di cosa sto parlando…il D.A.SPO. è uno strumento talmente virile e giustiziero, che anche se non funziona nemmeno a risolvere il problema negli stadi, adesso lo vogliono anche prendere ad esempio per risolvere il dramma di quelli che creano danni al decoro pubblico per le strade…fuori dalla mia città straniero! Vai pure a fare danni altrove.

Se non sai come risolvere un problema, buttalo sotto il tappeto con un bel D.A.SPO. .

 

 



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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