
Parto da casa per fare la marchetta a “Trainspotting 2”, ma il fato vuole che io non possa concedermi questa scappatella, perché il cinema che doveva proiettarlo ha problemi tecnici e aspettare l’orario dei pochi multisala che ancora lo proiettano, vorrebbe dire starsene a zonzo per circa due ore. Per fortuna c’è il mio cinema preferito che alla domenica sera fa visione unica alle 21.30 e visto che la mia prima scelta lì è già uscita dal cartellone, parto con l’intento di sostituire in corsa con la visione di “Jackie”. Arrivo davanti al cinema in nettissimo anticipo, studio in maniera maniacale le locandine appese nelle bacheche esterne e mentre entro nell’atrio per poco non mi scontro involontariamente con un politico nazionale modenese, cosa che mi fa pensare che il fato proprio questa sera avrebbe voluto io stessi a casa. Pensare che avevo visto il cinema come un diversivo per fregare l’andazzo sfortunato delle ultime settimane.
Poco prima di partire alla volta del “cinema definitivo”, avevo avuto modo di scambiare due parole con un amico incontrato per caso su “Il Diritto di Contare” (“Hidden Figures”, per gl’intransigenti della lingua originale), di cui mi diceva, davanti al cinema rotto che non dava più “Trainspotting 2”: “me ne hanno parlato bene…mi han detto che è un polpettone di quelli un po’ commoventi, un po’ in cui male Vs bene, ma che alla fine è bello”. Mentre mi metto in fila per comprare il biglietto ripenso alle sue parole e chiedo alla cassiera, senza nemmeno pensarci un biglietto per la Sala 1, che è dove danno questo “polpettone”.
Sì, un polpettone forse mi andava di più di qualsiasi altra cosa. Circa due ore e dieci di film, ambientazione 60’s USA. Sullo sfondo il genio, gli astronauti, la segregazione razziale, macchine color pastello ed i riff indiavolati di Ray Charles. C’è anche Kevin Costner. Non vedrò un film con Kevin Costner da almeno 15 anni. Ogni tanto i tabù vanno rotti, no?
Tutto rispettato a puntino: polpettone con punte di strappalacrime alle quali non so resistere e non saprò mai resistere, con la retorica americana del “Yes we can!” a farla da padrona. È una storia vera e non mancano alla fine i riassuntini sulle tre protagoniste, con tanto di foto originale affiancata da quello delle attrici scelte per interpretarle. Chissà come mai sempre (o quasi), notevolmente più belle delle originali. Forse non ci sono attrici brutte? O loro non accettano proprio di essere brutte? In quei vestitini anni ’60 è in effetti improbabile essere brutti! Ai miei occhi, che se vado al cinema da solo è anche per non avere nessuno che mi smonta il mood che automaticamente mi si crea, entrando in sintonia con i miei gusti e ciò che vedo: ieri sera non avrei mai accettato uno a fianco a me a dirmi “odio la moda anni ’60”. Per fortuna a fianco a me siedono due (belle) signorotte dalla pelle nera ed anche se non vestite anni ’60 mi facevano sentire decisamente dentro il film! Finalmente una botta di culo!
Nel film, poi, c’è anche l’ammmmmore e un sacco di pentimento. Imbarazzo e poi c’è sopratutto il Kevin cazzuto (che nel film si chiama poi Signor Harrison, sissignore, signorsì!), che non gli frega altro del risultato e sembra un pezzo di merda; cioè, lo fanno apposta gran pezzo di merda, ma alla fine forse è quello più buono. Questo non è uno spoiler, dai…i film americani sono poi tutti così. I capi sono capi, proprio perché sanno andare oltre la simpatia, l’intolleranza, figuriamoci se si fanno distrarre dalla segregazione razziale.
Comunque, come dicevo, il film è “based on a true story”, ma come le rendono vere le storie quelli di Hollywood, non ce la fa nessuno. Non pensate?
Polpettone, sentimentalone, con spadone sui diritti civili! Proprio quello che mi ci voleva in una domenica sera, prima di tornare già dall’indomani mattina (adesso, per intenderci), nel pieno della disgustosa minestrina alla diarrea, miglior paragone culinario possibile per descrivere lo stato in cui versa la nostra società e di conseguenza l’andazzo anche intorno a me, oggigiorno.
Il cinema è anche evasione e ogni tanto, per fortuna, me ne ricordo! Basta non crederci troppo, perché quella storia vera oggi è stata rimangiata, sia a riguardo della segregazione, sia per quanto riguarda le relazioni fra le persone. Ma grazie per le 2 ore e quasi 10 di commozione e esaltazione Rhythm & Blues!

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