La prima volta che sentii parlare in maniera seria di Reddito di Cittadinanza fu nel cortiletto interno, dietro il cancello in ferro, che da su quell’infamia che era e che purtroppo rimane ad oggi Piazza Martiri Partigiani o per noi autoctoni semplicemente “Piazza Grande” a Sassuolo e che porta in un’autentica oasi di pace, chiamata Pub 101.
Beppe Grillo stava ancora raccogliendo i pezzi del P(ersonal)C(omputer) (ma a buon intenditor…), che aveva sfasciato sul palco la sera prima e si preparava a parlarci di spazzolini da denti riciclabili (fra l’altro mi convinse e li uso tutt’ora). Il suo blog andava già fortissimo e continuo a chiedermi quanto reddito mal redistribuito questo gli abbia fruttato (perché a parlare son buoni tutti, ma i problemi non vengono dal nulla e non li creano sempre gli altri), ma da quello che si poteva capire il M5S, non era nemmeno in odore di esistere e parecchi di coloro che oggi ne sono militanti intransigenti, oltranzisti e religiosamente invasati, se ne stavano comodamente accucciati, come gran parte dell’Italia a farsi gli affari propri e a capire come saltarci fuori, che se ce la fanno quei furbacchioni dei politici, perché io no? Appunto. La risposta è arrivata di lì a pochi anni.
Ma il discorso è un altro, che quello m’interessa il giusto, anzi per niente, per quanto l’ipocrisia e l’opportunismo siano caratteristiche che mi provocano prurito. Ad attaccarmi la pezza fu un più insopportabile del solito Enrico Maria Sighinolfi, reduce, se non ricordo male, dal controllo di alberi in alto appennino ed appena mi spiegò con precisione di cosa si trattasse, io ebbi un istintivo rigetto.
Sono emiliano, cazzo! Non è giusto avere qualcosa per niente! Tutti dobbiamo meritarci ciò che riceviamo, lavorando e impegnandoci!!! Devo ammettere che ogni volta che sento parlare di Reddito di Cittadinanza il cervello parte in automatico da quella parte. Mi hanno abituato così ed ho avuto la fortuna, fino ad oggi, di poter rispettare questo precetto della nostra laboriosa ed orgogliosa cultura dell’autosufficienza sopra ogni cosa, perché dove vivo è stato possibile per me farlo. Da tanto tempo vedo però che molti degli amici più giovani, anche volendo, non potrebbero essere fedeli discepoli dell’indiscutibile Dogma del buon emiliano DOC, perché quello che ci hanno insegnato funziona ormai solo in certe condizioni che non si verificano più da un bel po’, ormai. Ci dicono, fra l’altro che non è prevedibile certe condizioni possano tornare attuali…insomma, la “tradizione” se la sta mangiando la storia, non certo la volontà individuale di tradirla.
Per andare più terra a terra ad analizzare la cosa, si potrebbe dire che per quanto a molti di noi il ragionamento risulti logico, va ammesso che fila solo se ce n’è. Ma ora non ce n’è. O meglio: per qualcuno troppo, per molti di più, niente. Non parlo solo di soldi, ma anche di quello che poi permette di portarli a casa, che è molto di più che un semplice strumento per finalizzare opulenza, benessere o quantomeno decenza economica.
Ho sempre pensato e non smetto di farlo, che Lo Stato non deve fare la cosa eticamente giusta, perché l’etica è una cosa che non esiste. Tutto è etico o niente lo è. L’etica è una cassaforte per le proprie convinzioni, che non si è disposti a discutere, mettere in gioco, cambiare, se necessario. L’etica, per come pare la si stia vivendo oggigiorno, è come il buon senso: un modo per arrogarsi la ragione e un ricatto con cui fare il catenaccio in discussioni che la logica porterebbe ineluttabilmente a svantaggio delle nostre posizioni. È mia opinione che Lo Stato deve fare la cosa che crei minori problemi o meglio sarebbe dire maggiore beneficio alla collettività. COLLETTIVITÀ! Che vuol dire tutti. Quando dico tutti, è tutti! Sì anche gli immigrati, i ROM e via discorrendo. Anche gli ultimi, che non pare proprio si abbia intenzione di far diventare primi, ma anzi, si vuole aumentare, così da creare un campionato ben distinto, in cui al limite si può ambire ad essere il primo degli ultimi. Quella che ormai da tempo i più cinici e disillusi non si vergognano a chiamare con ciò che anch’io, penso sia: la guerra fra poveri.
Ecco dunque che la mia emilianità, se vuole essere veramente tale, deve obbligatoriamente lasciare il posto al ragionamento progressista e che nei smentisce i fondamenti, che oggi come oggi sono insopportabilmente conservatori. Non sradicherò mai il mio istinto, ma la verità è che quello che mi hanno insegnato e che penso intimamente giusto, non funziona. Forse ha funzionato per me, ma non è giusto…è solo un modo di vedere le cose in un contesto che non c’è più e che per essere ripristinato o quantomeno riavvicinato, deve avere il coraggio di smentirsi almeno per il tempo necessario (quanto? Boh…), per riequilibrare il mondo e rendere di nuovo possibile dare alle persone in mano il proprio futuro o almeno buona parte di esso (che nemmeno io ce l’ho in realtà mai avuto, anche per colpa della emiliana prudenza, o forse pavidità, ma questo apre un altro capitolo).
Da una cosa contro “emiliana natura”, il Reddito di Cittadinanza mi pare quindi ad oggi (e non da oggi), l’unica soluzione per provare a riequilibrare le cose, quindi la cosa più emilianamente corretta nel quadro di quell’avanzamento sociale e politico che ha reso la nostra terra e la nostra società, ciò che ci ha poi permesso di sviluppare la mentalità di cui sopra.. Il vantaggio di creare una piccola base per le migliaia di persone che oggi non ce l’hanno, surclassa potenzialmente l’ingiustizia del dare a chi non ha fatto niente per meritarlo.

Qualche giorno fa sentivo per radio un giornalista che diceva: “se io do ad una persona 500 € per non fare niente ed un lavoratore sfruttato e vessato prende gli stessi soldi come salario, creo un’ingiustizia per quest’ultimo”. Quindi l’ingiustizia non è più lo sfruttamento? E se tutti avessero i 500 €, non verrebbe meno il ricatto atroce e vigliacco di chi lucra sullo sfruttamento, costringendoli ad aumentare anche solo di poco, la paga minima? Andrebbero via, delocalizzando? Alcuni di certo. La cupidigia non ha confini da ben prima della caduta del muro di Berlino, ma non è sottostando ai ricatti che si curano le ingiustizie.
Voglio ancora credere che la giustizia sociale sia contagiosa che ha il coraggio di scappare dalla retorica di chi, per proprio vantaggio economico e culturale, propina il grottesco modello del lavoratore instancabile, che non s’ammala mai, che non prende mai le ferie, che sceglie il lavoro come ragione di vita, mentre altri non ne hanno nemmeno l’odore e quando lo sentono pagano il prezzo dell’ingiustizia salariale e dello sfruttamento.
Voglio ancora credere che quel brivido negativo che per primo mi percorre quando sento qualcuno che mi dice che è giusto dare dei soldi a chi non fa niente, per il semplice essere cittadino, non scompaia più solo attaccando la testa, ma anche, semplicemente accendendo il cuore e l’anima emiliana. Basterebbe forse dirsi che non fa niente, forse perché non ha niente, compresa la speranza? Servirebbe ammettere che stiamo difendendo il nostro orticello, che fra l’altro così comportandoci, ben poco abbiamo contribuito a creare? Perché poi non può durare in eterno, anzi: è già finita! Come direbbe Rocky, se io posso cambiare, tu puoi cambiare, tutto il mondo può cambiare. Anche l’Emilia ha bisogno di cambiare, perché arroccandosi sull’obsoleta laboriosità come valore assoluto tradisce sé stessa, non cambiando direzione, seguendo l’istinto primordiale: quello dello stare bene al mondo…tutti!
Più che di Articolo 1, forse la priorità andrebbe data all’Articolo 2, sempre a mio avviso…

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